“Prima che mi sfugga” di Anne Pauly (L’Orma Editore)

Oggi, la protagonista di questo lungo racconto intimo è una donna che lotta per la comunità LGTB, ha una compagna di cui è innamorata e vive a Parigi dopo aver lasciato la zona nowhere della provincia nord-orientale dove è nata, eppure, di fronte all’organizzazione del funerale del padre e alla gestione di tutti gli oggetti che lui ha accumulato nel suo passaggio terrestre, sente che ogni cosa sta franando. Il ritorno nello squallido Carrieres-sous-Poissy, le cui descrizioni sono veri e propri capolavori di desolazione, è l’inizio di un lungo e tormentato percorso verso l’accettazione dell’assenza.

E impariamo, tra le tante prove cui un lutto ci sottopone, quanto è difficile separarci da ciò che resta.

Come potevo anche solo immaginare di liberarmi di un oggetto qualunque quando avevo appena iniziato a rimettere insieme i pezzi? Come potevo capire davvero cos’era stato importante e cosa aveva senso senza rileggere ogni lettera, riaprire ogni armadio, toccare ogni lembo di tessuto? Come potevo rinunciare a scovare, in tutti gli angoli e senza saltarne nessuno, le tracce ancora incandescenti del suo passaggio sulla terra? ( … ) Non vedevo che conforto avrei potuto trarre, subito dopo aver perso lui, nel separarmi da tutto ciò che aveva costituito lo sfondo della sua vita, della mia, della nostra, aggiungendo disordine alla desolazione.

Persino il messaggio nell’obsoleta segreteria telefonica con la voce della madre, morta anni prima, diviene impossibile da eliminare. La sua voce è ancora lì, a testimoniarne l’esistenza.

Un’isoletta minuscola grazie alla quale, per un qualche magico effetto di collisione interdimensionale, avremmo potuto parlarle e lei avrebbe potuto sentirci. Tuuu. «Quaggiù abbiamo un po’ di problemi, aspettiamo istruzioni. Passo e chiudo.» Tuuu. «Non vi preoccupate, la morte è solo un passaggio. Vi voglio bene, vi aspetto, ce la farete. Passo e chiudo.»

Il libro, assumendo i tratti di un polittico fiammingo, presenta lunghi e articolati elenchi di oggetti, in cui marchi, dimensioni e funzioni che li caratterizzano vengono snocciolati come in un rosario da sgranare per non perdere le radici dei sentimenti. Delle affascinanti e a tratti ironiche nature morte che illustrano le tracce di esistenze passate.

…e ancora quaderni di poesie, cartelle scolastiche e mediche, radiografie di piedi, di gambe, di mani, di mandibole, di polmoni, elettrocardiogrammi e analisi varie, estratti bancari di conti chiusi da un pezzo; una collezione di antichi macinini da caffè e una di crocifissi preziosi, della serie «sgraffignati in chiesa», di cui non avrei saputo dire l’origine a meno di non immaginare uno di quei suoi assurdi traffici con gli ultimi compagni di bevute, nei quali da un certo punto in poi era diventato un vero esperto; e poi, per finire in bellezza, un cranio umano di media grandezza accompagnato da una tibia spezzata in due dentro uno zainetto per la scuola lilla e verde (un reperto del cantiere

di demolizione dell’orfanotrofio per bambini ciechi di fronte a casa? Il mistero resta irrisolto).

Uno dei momenti più toccanti e delicati di questo romanzo è quello in cui la figlia scopre l’occupazione principale del padre negli ultimi mesi. Da ex programmatore informatico, quindi da mente scientifica, ha stilato elaboratore tabelle sulla durata delle pile, indispensabili per l’utilizzo degli oggetti quotidiani nelle sue lunghe e solitarie giornate da invalido. Una metafora, impossibile da non cogliere, della vita che sta scivolando via.

Allora, davanti a quell’assurda tabella e a quei sarcofagi di pile con epitaffio che sembravano l’opera di un pazzo, ho creduto di morire d’amore e di malinconia. Ho traboccato d’ammirazione, un’ultima volta, per il suo estro originale e incompreso, per l’elegante precisione delle sue idee, per l’insensata ostinazione con cui nonostante la sua grandezza non si era mai concesso di aspirare ad altro, e per avermi insegnato a essere sensibile alla poesia sprigionata dalle cose modeste.

I ricordi si susseguono toccanti, e spesso è davvero difficile non immedesimarsi

Era una sua mania, non voler tagliare niente. Chiunque si avvicinasse a una pianta con una sega o un paio di cesoie si beccava immancabilmente un «ma che fai, disgraziato?!», per poi sorbirsi la solfa sui fratelli alberi che ci mettevano tanta energia a crescere, e così finiva per fare marcia indietro, quasi persuaso dopo quella filippica che potare un ramo equivalesse a mozzare un arto umano.

Anne Pauly ci dimostra, con ironia e garbo, quanto è importante fermarsi, tornare indietro e accogliere tutte le emozioni legate al nostro passato, e nel suo percorso, che avrà alti e bassi, arresti e momenti di accelerazione, che assomiglia a tanti altri percorsi, perché questo, ahimè, per molti è un passaggio obbligatorio della vita, gli insegnamenti di suo padre le risuoneranno più volte in testa, un lascito di premura e saggezza che non sbiadisce con il tempo, così come le chiacchierate infinite nel giardino incolto della casa natale o i lunghi silenzi, l’uno accanto all’altra, in riva alla Senna:

Per fortuna, ad accompagnarmi nella caduta, c’erano comunque i suoi tre consigli fondamentali:

1. Il tempo vola, lo sai.

2. La vita è come la corda di uno strumento musicale: se non è abbastanza tesa suona stonata, se è troppo tesa si spezza.

3. Tutto è collegato, tutto ha conseguenze, e se non stai in campana basta un attimo e sei fregato.

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