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“Gli spaghetti alla bolognese non esistono” di Filippo Venturi (Mondadori)

Gli spaghetti alla bolognese non esistono - Filippo Venturi | Libri  Mondadori

Recensione di Raffaella Tamba

Un giallo italiano, specificamente bolognese, in tutto e per tutto: dall’autore – Filippo Venturi è nato, vive, si è laureato in Giurisprudenza e lavora a Bologna come titolare di un ristorante tipico in centro – all’ambientazione degli eventi, dal titolo che ricalca un cliché dell’immaginario straniero per la cucina italiana, ai personaggi, essi stessi bolognesi doc, e, in particolare, all’alter ego di Venturi, il suo protagonista Emilio Zucchini, sagace ristoratore che nel libro precedente questo, “Il tortellino muore in brodo”, aveva avuto la malaugurata idea di aiutare in qualche modo nelle indagini il commissario Iodice a risolvere il caso. La sua sensibilità – che riflette quella dell’autore – è recettiva alle caratteristiche delle persone che frequentano il ristorante: già l’essere soli o in compagnia esprime qualcosa di estremamente personale; ogni compagnia, poi, ha qualcosa di tipico che la contraddistingue e che l’esperienza di Emilio gli ha insegnato ad interpretare. È, ad esempio, con tenerezza che osserva il gruppo delle ‘ragazze’, le sue preferite, quelle signore di una certa età che si chiamano ancora così quando si ritrovano tra loro. Le ‘ragazze’ sono speciali: tranquille, allegre, profumano di armadio al mughetto. E, anche se hanno passato una vita tra i fornelli e cucinano meglio di qualsiasi chef o pseudo tale che circola oggi in televisione, sono sempre prodighe di complimenti. Emilio ne conosce il motivo: loro sanno quant’è difficile fare da mangiare. Per questo apprezzano. E quando sono al ristorante se la godono, anche solo per il fatto di essere servite, loro che da sempre servono in tavola tutti, mariti scorbutici, figli distratti e generi antipatici.

Questa sua capacità introspettiva è, alla fine, un talento investigativo che il commissario Iodice, più sbrigativo e insofferente, sfrutta all’occasione. Ed un’occasione molto particolare è quella che Venturi ha creato per il suo protagonista in questo secondo, brillante romanzo, nel quale ben tre furti, concentrici per gravità, si riversano su di lui nell’arco di poche ore: i primi due lo coinvolgono personalmente perchè avvengono nel suo ristorante, ma il terzo è qualcosa di veramente più grande, un crimine che si abbatte sull’intera città, sulla sua storia, sulla sua anima più intima, semplice e complessa al tempo stesso con le sue due nature che da secoli convivono: credente e scettica, papalina e mangiapreti, illuminata e bigotta, progressista e conservatrice, Bologna è sempre stata una fucina evolutiva di idee e tendenze, priva della necessità di ostentare, semplicemente intenta a fare e a creare, in una continua e crescente proliferazione di arte, talenti, moda, musica, sport e letteratura.

Il furto, che ha ad oggetto l’immagine più iconica dell’intera città, la santa protettrice dei bolognesi, che veglia su di loro ogni giorno da lassù, la bussola, il porto di approdo, il faro sicuro, l’emozione che provano tutti gli abitanti quando, di ritorno da un lungo viaggio, scorgono da lontano il colle della Guardia e l’inconfondibile cupola esagonale della sua basilica. E capiscono di essere tornati a casa, non può lasciare indifferente nessuno, credente o ateo, frequentante o no, perché quell’icona è qualcosa di più che un’immagine religiosa, è l’emblema della fiducia che le cose si possano riaggiustare, che ci sia ancora speranza, che si possano superare le difficoltà.

L’antagonista di Emilio, Mirko Gandusio, detto il grande Gandhi per le sue dimensioni fisiche (grosso quanto una cassapanca dimenticata in cantina lo definisce fra sé e sé il ristoratore quando lo vede la prima volta seduto ad un tavolo del suo locale), è l’emblema di questa fede semplice, profonda, spontanea, una fede che non si nutre di pratiche quotidiane ma del più atavico dei sentimenti, quello filiale. Mirko è figlio, prima che uomo e compagno, e soprattutto prima che ladro e a poco a poco rivela come il soprannome vada ben oltre l’aspetto fisico, identificandone, pur nell’inconsapevolezza di chi glielo aveva affibbiato la prima volta, l’intima, semplice, antica bontà un po’ rozza, un po’ burbera, ma incrollabile e sincera tipica dei bolognesi.

Mirko, quella sera, si trovava nel locale “La Vecchia Bologna” insieme alla cugina con la quale era solito mettere in atto una pratica furfantesca con lo scopo di scroccare una cena per due. Quella volta, però, forse perché il destino aveva in serbo un’altra missione per lui, Mirko, invece di completare la solita sceneggiata, si fa distrarre dalla busta delle mance vicino alla cassa e, approfittando della confusione, prende quella, piantando in asso la cugina. Non solo: infilatosi in una porticina socchiusa di via Altabella per timore che quella volante della polizia cerchi proprio lui, si scopre nella Chiesa di San Pietro, proprio davanti all’icona della Madonna di San Luca che il giorno dopo avrebbe dovuto essere riaccompagnata in processione nella chiesa sulla collina.

Quell’immagine, abituata a proteggere e soccorrere i bolognesi fin dal 1433, agisce sull’anima semplice e buona di Mirko che, in stato di evidente alterazione emozionale, la rapisce con la vaga idea di chiedere un riscatto, dando così il via ad un intreccio rocambolesco che coinvolge un narcotrafficante e perfino le alte sfere della Curia: una telefonata strana e ambigua tra il vescovo Quaglia (ogni riferimento a persone reali è sottilmente voluto!) ed il sacerdote di San Pietro porta il lettore a presentire qualcosa di anomalo, di inquietante che aleggia intorno all’immagine derubata. Nello stesso tempo la penna di Venturi, fertile di invenzioni umoristiche, inserisce nel contesto un’altra telefonata ricevuta da una coppia di anziani, Franco Curia e Mirella Bologna, i cui cognomi sono causa di equivoci grotteschi che saranno decisivi per lo svolgersi degli eventi.

Ne esce una storia divertente e commovente, un giallo fulgido di colpi di scena, dove l’ironia gioca il suo ruolo più alto, quello non tanto di sdrammatizzare la visione degli eventi, che in certi casi può non essere etico, ma di rivelarne le sfumature noir nascoste, quelle che indagano la psicologia sociale di una realtà. E nel bolognese, la società è fatta di fedeli, di avventori, di figli, di persone che hanno una reverenza mistica semplice e profonda, insita nel percorso storico che l’ha vista per secoli sotto il dominio della Chiesa; persone che hanno costruito la propria fama turistica anche sull’arte culinaria, che ha prodotto capolavori di fama mondiale, persone che si ritrovano ancora, ritualmente, la domenica intorno al desco familiare spesso allargato, persone che in maggio si affollano in una variegata processione che accompagna la Madonna alla sua sede abituale, sulla collina della Guardia che tutti i bolognesi sentono come loro simbolo tanto quanto le due torri e le tagliatelle. E non si pensi che questi accostamenti suonino blasfemi. Venturi riesce perfettamente a combinare ingredienti per natura così diversi, cucina, religione, storia, in quella che risulta l’icona della schietta concezione familiare di vita dei bolognesi. E l’abbondante e ben dosato pizzico di humour rende il romanzo leggero e saporito.

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“L’omicidio è denaro” di Petros Markaris (la Nave di Teseo)

Recensione di Patrizia Debicke

Atene 2019. Lambros Zisis, coetaneo e fraterno  amico di Charitos e quindi quasi di famiglia (tanto che il suo figlioccio di sette mesi, figlio di Caterina e nipote del commissario,  si chiama Lambros come lui) da sempre vecchio ma deluso militante di sinistra che ,  sul filo dei ricordi e degli ideali vorrebbe  fondare  un nuovo pacifico movimento di  contestazione… il “movimento dei poveri”. Ma prima di  farlo con un simbolico gesto Lambros Zisis deve seppellire la sinistra perché si è suicidata quando  i suoi scopi e ideali, sono stati completamente travisati dalla nuova società governata dal  Dio denaro. Ha simbolicamente chiuso la sinistra in una bara. E dopo il corteo funebre, ha scelto di abbandonarla  in una aiuola di fianco a viale Ionias.   La sinistra secondo lui deve essere seppellita perché ovunque ha mancato le sue promesse.  Sa bene  Zisis che la   Grecia, nazione  ancora provata dalla spaventosa  crisi economica del post 2008, trabocca di una eterogenea moltitudine persone di cui nessuno sembra non volere o potere più occuparsi : i  poveri. Troppi e  tra questi figurano anche  i nuovi poveri, quelli che devono fare i conti con una inattesa e difficile realtà  piombata loro addosso con il disastro finanziario, poi i più poveri,  i derelitti in preda alla miseria, i quasi  dimenticati. E in Grecia nessuno sembra occuparsi di loro, di quelli che sono rimasti al di fuori della società, gli emarginati. Tutti a loro modo  bisognosi d’aiuto, o per lo meno di una spinta a credere in un possibile futuro per andare avanti. Lui vorrebbe riunirli tutti in un pacifico movimento di protesta nella speranza di portare alla luce le tante  bugie dei politici sulla ripresa economica del Paese. Questo crede e spera Lambros: riuscire a far nascere spontaneamente un movimento. Il “Movimento povero”. Lui che è arrivato ad accettare delusioni e sconfitte morali ma vuole fare lo stesso qualcosa,  continuare a credere in qualcosa, insomma trovare un modo per aiutare. Perché la vera crisi non è ancora finita e ohimè a pagare il conto sono sempre gli stessi che devono poi fare i salti mortali, essere sfruttati e  lavorare alla sfinimento  per sopravvivere. Questo è realtà ohimè, nonostante le lusinghe dei politici che favoleggiano di una ripresa degli investimenti, mentre invece con  il mondo che sta cambiando sempre più velocemente incombe sull’Europa la minacciosa bolla degli  immigrati in cerca di futuro.     

 In l’omicidio è denaro, dodicesimo libro dedicato al commissario Kostas Charitos , Charitos dovrà risalire sulla  scena per affrontare forse  l’indagine più astrusa e complicata di tutta la sua carriera.  Ma  questa volta Petros Markaris offre una sorpresa ai suoi lettori: il poliziotto Charitos non sarà  l’unico protagonista, perché   a fargli da contraltare e scambiare di continuo con lui il timone della storia ci sarà  Lambros Zisis. E dunque Markaris imposta e poi porta avanti  due vicende  parallele,  secondo due diversi  binari ma che alla fine convergeranno:quello di Charitos, il poliziotto che non ha mai nascosto il suo credo politico di sinistra, permeato di retta onestà e quello di Zisis, suo  vecchio caro amico ancora  militante. Ma non sarà  “Il movimento dei poveri” e il convinto idealismo di Lambros  Zisis a preoccupare davvero  il commissario Kostas Charitos, che si sforza di irreggimentarlo e controllarlo  ma  piuttosto i feroci omicidi di due investitori stranieri,  uccisi a coltellate. Le loro morti,  secondo i testimoni, sono state accompagnate dal’incalzante ritornello di una vecchia e famosa canzone popolare. Le due vittime erano il primo: un ricco esponente dell’Arabia Saudita, mirava a creare un villaggio residenziale di lusso mentre il secondo  un  compratore  cinese cercava immobili per poi affittarli a caro prezzo  nel folcloristico quartiere di Exàrchia.  Entrambi pieni di denaro e rappresentanti  o meglio danarosi ambasciatori  dello sfrenato  turismo mordi e fuggi che sta minacciando di svuotare Atene e dintorni.  Eh ma allora  chi mira a eliminare gli imprenditori che arrivano in Grecia? Poi e soprattutto, perché?  Quelle morti non ci volevano perché ora  Charitos, è costretto ad accollarsi una spinosa indagine su feroci crimini avvenuti in circostanze oscure…  Indagine poi da condurre come un armonico e convenzionale balletto per non turbare complessi  equilibri diplomatici.  Insomma uno dei casi più difficili della sua carriera  e in cui, sempre muovendosi con i piedi di piombo, si deve sondare, scavare  ricostruire piccoli fatti, trovare finalmente indizi. Forse risolutori?                        

Ma  nel raccontare il suo celebre commissario,  meritatamente  promosso a capo della polizia, questa volta Markaris decide di concedere più spazio alla dimensione umana e familiare di Charitos. Adriana, la moglie con la sua umana forza e il suo pacato buonsenso, Caterina sua figlia l’avvocato, che sa capire e interpretare  le giuste cause, Famis il genero medico, sempre a disposizione dei suoi ammalati e polposa ciliegina sulla torta l’angelico nipotino, il pacifico piccoletto Lambros, delizia di tutti, compreso l’impegnato padrino.  In casa Charitos poi l’attuale  presenza di Melpo, cuoca sopraffina esalta la competizione culinaria di Adriana tanto che si mangia divinamente, mentre  la geniale intuizione proprio dalla moglie di Charitos regalerà al “Movimento dei poveri” l’idea  per esaltare la  partecipazione della gente di offrire gratis  un azzeccato ventaglio  di squisiti piatti,  definiti ricette povere, tra i quali  persino la splendida e italianissima panzanella,.                                                                   

Un bel romanzo in cui, in un’Atene sospesa tra speranza e disillusione, tra la bellezza immortale della sua storia e il caos dei nostri tempi , Petros Markaris si concentra sia sull’indagine poliziesca che su quella psicologica. Costretto a frugare e intuire le vere ragioni in grado di provocare i delitti, crea una perfetta cornice a un quadro socio-politico passibile  di “accendere la miccia”. L’indovinato mixer  ci regala sia un noir credibile molto ben calibrato , ma anche un romanzo che  ancora una volta attraverso le parole e le riflessioni di una fiction  ci consente di riflettere sulla  storica realtà della Grecia contemporanea.

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“L’occhio di vetro” a cura di Daniele Maria Pegorari (Mursia)

Amazon.it: L'occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale - Cristò,  Fais, Matteo, Golisch, Stefanie, Guglielmin, Stefano, Kostka, Izabella  Teresa, Lucrezi, Eugenio, Oliva, Marilù, Ritrovato, Salvatore, Pegorari, Daniele  Maria, Oldani, Guido - Libri

Recensione di Raffaella Tamba

Una coraggiosa raccolta di racconti coraggiosi questa del professore Daniele Maria Pegorari, docente di Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Bari. Una raccolta coraggiosa perchè ispirata ad un principio caustico, provocante coniato dal poeta Guido Oldani nel 2010, quello di “Realismo terminale”, espressione con la quale denunciava “la sconfitta dell’umanesimo ad opera delle cose”. Condividendo quel “coraggio inusuale di gettare nello stagno dell’attuale scena culturale italiana il sasso di un ragionamento letterario che parta da una spietata analisi delle trasformazioni sociali, economiche e antropologiche in corso, s’interroghi sullo stile più adatto a narrarle”, Pegorari ha dato voce ad autori e autrici che nella forma loro più propria, hanno cercato di offrire un salvagente al naufragio delle ideologie di umanesimo nel senso più letterale del termine. Ogni individuo si ritrova isolato dal contesto sociale, messo di fronte alle pretese di un mondo consumistico e materialista nel quale la sua personalità non ha valore se non in quello che possiede o che esprime esteriormente: “Le donne e gli uomini contemporanei affrontano il quotidiano con ansia da prestazione e col terrore di essere, e soprattutto di apparire, inadatti: non c’è niente di più tremendo, oggi, che essere bollati come perdenti. La città dei poeti e dei prosatori realistico-terminali è, allora, la «selva oscura» di questi soggetti smarriti”. I racconti che Pegorari raccoglie sanno esplorare quella selva e recuperare quei soggetti smarriti perchè hanno il coraggio del tocco verista sensibile e delicato, non spietatamente efferato come nella massa di thriller e noir di bassa lega che imperversa oggi spesso travolgendo le opere di vero pregio. Il loro è un realismo partecipato, raccontato con dolore, rispetto e tenerezza. Riescono a trasmettere una preziosa “insopprimibile istanza etica che li fa essere come gli angeli raccoglitori di scorie, per i quali la disperazione lascia lo spazio alla memoria dell’inadempiuto”.

Ogni racconto fotografa una forma di falsificazione della realtà, rendendoci un grande servizio: avvertirci che siamo sull’orlo di un precipizio e accompagnarci per mano fino a farcene scorgere la profondità, la disumana diffusa indifferenza ai sentimenti propri e altrui.

La solitudine che trapela dal racconto distopico di Cristò, In vostra assenza, è straziante. La voce di un testimone invisibile restituisce il vissuto di un luogo ormai abbandonato, consunto e avvelenato da un progresso sconsiderato, un luogo dal quale gli abitanti sono fuggiti lasciandone alla mercè del tempo solo ricordi e dolori, nessuna speranza: “Ricordo e non voglio ricordare, perché questa memoria umana mi fa tornare individuo, perché in questo moto nostalgico torno a essere uno di voi anche nella vostra assenza, persino nella mia. Perché ho smesso di essere ovunque?”

Una denuncia riportata con toni ironico-cinici è quella di Matteo  Fais nel racconto Lei è comparsa, nel quale il protagonista, un uomo socialmente realizzato, si ritaglia momenti segreti nella visione di film pornografici scaricati sul computer. E’ lo sfruttamento della superficie di un’umanità ignorata, di chi presta la propria immagine perchè è quella l’unica cosa ricercata. Che accadrebbe se un giorno la sostanza sotto la superficie prendesse consistenza e pretendesse realtà?

Stefanie Golish è presente con una poesia, Klappmesser (coltellino svizzero) nella quale viene sbugiardata la viltà come la vera antagonista del bene: ben più insidiosa del male che si riconosce subito, la viltà serpeggia, si mimetizza, si dissimula; ma è ovunque. Sono vigliacchi tutti coloro che vivono di immagini e falsità, che non si fanno domande, che hanno costruito un mondo a propria misura, un mondo di “quotidiana orribilità: la vigliaccheria, l’indifferenza, il menefreghismo”.

Un requiem per il giallo – parafrasando Dürrenmatt – si potrebbe definire il racconto di Stefano Guglielmin, In casa, una borsa, per cominciare, costruito con un sottile filo d’ironia su un episodio quasi insignificante che viene elaborato in un groviglio di sospetti e probabilità immaginate che assumono contorni più netti di quella che è la scialba realtà: “Se guardi fuori, ogni cosa ti si muove davanti illanguidita, come se fosse in panne: il lavoro, l’amore, il denaro, ogni cosa galleggia a mezz’aria, grigia, tutto tranne la misera certezza” di un pensiero autocostruito per dare uno sprazzo di luce alla nebbia del quotidiano.

Un atterraggio di emergenza di Izabella Teresa Kostka, ispirato al 13 dicembre 1981, quando il generale Wojciech Jaruzelski proclamò lo stato di guerra e formò un Consiglio militare di salvezza nazionale decretando la sospensione dei diritti costituzionali, è un racconto dalla straordinaria potenza esemplificativa che si legge col fiato sospeso: con sardonica amarezza la narratice prende atto della vacuità dell’umanesimo di oggi con un’accusa potente quanto inutile, perché è certa che andremo ancora avanti sul cammino della perfezione fasulla: “Vivo al tempo dei codici a barre, delle sim card, delle pendrive e dell’amore virtuale, del sesso superficiale e delle tette rifatte, che servono per salvare stupide apparenze. Si accumulano gli affetti su un hard disk esterno, facile da scollegare a piacimento (…). Tutto è ridotto al valore dei numeri, dei conti bancari, delle imposte e dell’IVA, siamo schedati come pezzi di ricambio utili soltanto per far funzionare un perverso macchinario. Ci abbagliano le vetrine che, come spinelli, offuscano il giudizio e ci rendono vuoti come barattoli di vetro, pronti per essere riempiti di caramelle (…). Noi, piccoli pupazzi telecomandati, gestiti dalle famose multinazionali, ci accovacciamo negli angoli delle buie stanze attendendo, all’alba, un aggiornamento dei desideri”.

Allucinante l’effetto reso dalle immagini fantareali con cui Eugenio Lucrezi, in Un congresso importante rende l’inconsistenza di questa dimensione nella quale viviamo, una dimensione che si è infiltrata fra il nostro passato, istintivo e sanguigno, rappresentato dai pescatori, dalla caduta del bambino, dal salvataggio da parte del giovane, e il presente, frivolo e insignificante che non avrebbe neppure bisogno di astrarsi nelle false illusioni prodotte dalla droga, perché è già di per sé fatiscente e alterato.

Delicatamente malinconica, Marilù Oliva, tesse in Quando lei sparì nel nulla, la trama di quella che, da sempre, è ispirazione dei suoi romanzi, dei suoi saggi e del suo insegnamento di vita: la testimonianza di donne che sono state private della vita, della consapevolezza della morte e del ricordo sincero di chi le ha conosciute. Santina, la giovane protagonista, un’effusione di vitalità e spensieratezza, misteriosamente scomparsa, è tradita da tutti, nell’omertosa accettazione di una falsa verità imposta a salvaguardia della facciata sociale.

Un giocattolo, uno dei più antichi e tradizionali, una bambola, è, nell’omonimo racconto di Salvatore Ritrovato, La bambola, l’oggetto transizionale non di un bambino per staccarsi progressivamente dalla mamma, ma di una mamma mancata e quel figlio mai generato. Una transizione inversa, dalla consapevole maturità, all’innocenza dell’immaginazione.

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“Le origini del potere. La saga di Giulio II, il papa guerriero” di Alessandra Selmi (Editrice Nord)

La biblioteca di Gabriella

La scrittrice Alessandra Selmi, titolare della agenzia letteraria Lorem Ipsum, esponente di una rubrica di critica letteraria ed insegnante di Scrittura editoriale nei Master dell’Università Cattolica di Milano, è riuscita con il suo primo romanzo storico “Le origini del potere. La saga di Giulio II, il papa guerriero”, edito dalla Editrice Nord, a deliziarci con un romanzo intenso e pieno di vicende travolgenti e ricche di colpi di scena, intrighi e giochi di potere.

La storia inizia con l’arrivo a Roma di Giuliano, all’epoca semplice frate, che giunge in città per l’incoronazione a Papa di Francesco della Rovere, suo zio, che diventerà Papa Sisto IV. Con il riallacciamento dei rapporti con i cugini Pietro e Girolamo Riario inizierà per lui un lungo percorso fatto di sottili alleanze, tradimenti da parte dei suoi stessi parenti e apprendimento dell’arte della guerra sui campi di battaglia. Giuliano durante la sua nuova vita si troverà ad essere coinvolto in molte vicende storiche che hanno segnato la vita dell’Italia e non solo come la congiura dei Pazzi e le vicende dei Medici a Firenze. Il romanzo riesce a farci entrare dentro le vicende e gli intrighi che si susseguono all’interno del Vaticano e sarà proprio Giuliano, ormai diventato Cardinale, a guidarci in questo ambiente a tratti molto misterioso.

La Selmi è stata molto abile anche nel mostrarci e descriverci non solo gli intrighi ecclesiastici dell’epoca ma anche nel mostrarci l’evoluzione umana e personale della figura di Giuliano descrivendocelo dall’inizio del suo percorso quando era ancora un semplice frate a quando toccherà con mano il potere della Chiesa cattolica. Giuliano: personaggio all’inizio umile servitore della fede, poi personaggio pieno di voglia di potere, uomo peccatore che si lascia soggiogare dai poteri della carne dopo l’incontro con Lucrezia Normanni, dalla quale avrà anche una figlia, ed infine uomo pronto a tutto pur di raggiungere i suoi scopi.

L’autrice ha posto anche l’accento sull’uomo capace di redimersi e fare un passo indietro nonostante il potere accumulato nella sua ascesa nella Chiesa. La lettura del romanzo scorre velocemente ed in men che non si dica il lettore si troverà nelle pagine finali del libro con un finale a sorpresa e comunque tutto da scoprire fino all’ultimo rigo. L’ abilità di Alessandra Selmi è stata anche quella di portare fino alla fine il lettore con la suspance di sapere se Giuliano riuscirà a soddisfare le sue aspettative di potere.

Che evoluzione di questo personaggio….come non ci si aspetterebbe nelle pagine iniziali del libro!

Gabriella Grimaldi

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“I segreti dello zerbino” di Cecilia Pierami e Gian Luca Rocco (Morellini Editore)

Sul comodino della Rambaldi

Gian Luca Rocco e Cecilia Pierami – giornalisti del Tgcom24 sono una coppia di fatto e condividono praticamente tutto, anche questo libro.

“Una delle sue passioni principali, in quel periodo di depressione autoinflitta, era quella di arrotolare con le dita i suoi capelli, formando dei riccioli che poi rilasciava davanti agli occhi, immaginando che fossero delle specie di molle. Precisamente molle molli, esattamente come si sentiva lei: sempre sul punto di scattare, ma mai con le energie giuste per farlo. Le ricordava un grande difetto che i cugini maschi non avevano mancato di evidenziare durante gli infiniti pranzi di Natale: non saper ruttare. Insomma aveva tutta quell’aria dentro e poi, quando ci provava, usciva un rantolo penoso… Molto male, pensava Giorgia, perché tutta quella potenza inespressa prima o poi l’avrebbe fatta scoppiare”.

Se adesso potesse, Giorgia De Rossi, ucciderebbe il fidanzato Manfredi a mani nude, ma si sforza di essere ragionevole. Ha avuto un’educazione cattolica, ha preso botte dalle suore,  scapaccioni da sua nonna, ha fatto yoga e pilates  e se ora si  concentra può perfino vedere Budda che le fa l’occhietto. Il karma scorre in lei. Ma le serve calma, tanta calma.

Riapre gli occhi e torna a guardare Manfredi. Come ha potuto fidarsi di lui? E dire che si riteneva una donna intelligente.

Da ricercatrice precaria alla vigilia dell’agognata svolta di carriera, si è ritrovata contro il destino e  Manfredi stesso, che  ha appena ottenuto un importante incarico vincendo un concorso grazie al lavoro rubato dal computer di Giorgia. E questo non è sicuramente un atto d’amore.

Lo stomaco le punge dalla rabbia. Come sono arrivati a questo punto? Dov’è finito l’amore?

Vorrebbe far finta di niente e superare quest’ingiustizia, ma non ci riesce proprio.

Gli ha sfregiato la macchina, ma non c’è stato gusto perché lui  l’ha subito fatta riverniciare.

Adesso vuole  solo  schiacciarlo come uno scarafaggio. Punirlo.

E invece lui fa la scena madre,  scuote la testa e  dice che l’ama.

Lei lo manda a quel paese ma come in tutti i momenti meno opportuni come al solito sviene.

Da quando è finita la storia con Manfredi è diventata cliente fissa del Bar Gino’s e cerca di annegare i dispiaceri negli spritz  perdendosi tra i pittoreschi avventori del locale, che sono sempre gli stessi, e che col passare del tempo somigliano sempre più a una immaginaria famiglia allargata. Con molti di loro il rapporto  sfiora quasi l’amicizia e visti da fuori sembrano tutti far parte della stessa squadra. Una squadra di sfigati, ma pur sempre una squadra. E quel senso di appartenenza le piace e questo può bastare per trasformare la sua disavventura in un affare di famiglia e la vendetta in un piacere ruvido come uno zerbino.

Il suo problema ha molte sfaccettature: amore, odio, Thanatos.

Ha amato Manfredi e adesso lo odia. Si era illusa di essere felice e adesso lo vuole morto.

O perlomeno  vuole fargli tanto male. E dopo  aver affogato la  rabbia nei superalcolici, realizza che proprio dal Gino’s potrebbe nascere la sua vendetta ed è pronta a mettersi in contatto col cagatore. Un mito. Nel quartiere tutti conoscono la leggenda del cagatore su commissione, quello che defeca sugli zerbini. Per avere i suoi servigi basta lasciare un pizzino dietro al telefono a gettoni del Ginos’s Bar e aspettare.

Giorgia non sa nemmeno se crederci, ma infila egualmente la sua richiesta scritta tra il telefono e il muro e non  passa molto per accorgersi di un altro pizzino. Possibile che ci sia già una risposta?

E le viene da svenire come al solito.

Giorgia otterrà la sua vendetta?

Ecco una storia originale,  divertita e divertente,   che non vi deluderà.

Paola Rambaldi

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Tu, io & Proust

Tu, io e Proust torna rinnovato dopo la pausa estiva. Agli storici conduttori, Andrea Polazzi e Stefano Rossini si aggiunge la libraia Elena Giulianelli. I tre libri di questa settimana sono: Agatha Raisin e la quiche letale, L’invincibile e Momenti di trascurabile felicità

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“Molto a sud di Stoccolma” di Alessio Schiavo (Fernandel)

Recensione di Patrizia Debicke

Un piccolo paese dove tutti si conoscono e vivono là vicini a distanza di poche case, magari coltivando dietro la villetta un orticello a fare pendant con il giardino davanti. Un piccolo paese in cui solo alcuni pochi  si spostano per la giornata e vanno a lavorare altrove, in città. Novembre si avvicina, il giorno dei Santi e dei morti e con questi anche in provincia Hallowen, l’usanza americana ormai trasformata in nostrale carnevalata. E sarà  proprio durante  i preparativi locali tra ragazzi per Hallowen, che una ragazzina, un’adolescente quattordicenne viene rapita all’angolo di una strada. Stordita, caricata su un furgoncino e poi più  niente.

Quando finalmente si risveglia è stranita e ha mal di testa. Si guarda attorno spaventata: è sola in un luogo sconosciuto: un piccolo appartamento, una stanza e un bagno con doccia e gabinetto alla turca dove lo specchio è stato sostituito da un foglio di stagnola. Non ci sono finestre, la luce viene da alte plafoniera  sul soffitto, irraggiungibili. Vicino a lei una sedia e un tavolo di vimini, di quelli da veranda o da giardino. Il suo letto, o meglio il giaciglio in cui è sdraiata è appena un materasso con un cuscino ma  è stato fornito di coperte. Il comodino è solo uno scatolone, poggiato su un lato. Tutto a prima vista  in ordine, molto pulito. Alza la testa spaurita e  sul tavolo scorge qualcosa, un foglio. Si alza lo prende in mano  e comincia a leggere. C’è scritto: “Ti prego di non piangere. Di smettere, nel caso tu abbia iniziato. Di regolarizzare il tuo respiro. Avevo pensato di esordire semplicemente con Calmati, salvo realizzare che sarebbe risultato pretenzioso, controproducente, o persino sarcastico: calma, nella tua situazione, non puoi esserlo. Ho quindi deciso di pregarti almeno di sembrarlo… Forse risulta sarcastico questo mio secondo paragrafo. Rimedierò con il terzo. Non subirai nessun male fisico …e in particolare nessuno di carattere sessuale”.

L’adolescente ha paura lo stesso. È stata rapita, no, peggio: narcotizzata e rapita, ma quelle parole e le altre numerose e dettagliate  che seguono  danno indicazioni tipo prendere i cachet per il mal di testa causato dalla droga utilizzata, come vestirsi, lavarsi, mangiare  spiegano che la porta dell’appartamento è solida, chiusa a chiave e non è destinata ad aprirsi ma contengono anche rassicurazioni se così si possono chiamare. L’adolescente non vedrà mai chi l’ha rapita. O almeno così sta scritto. Sembra la verità.  Ah, poi riceverà regolarmente i sani pasti giornalieri, i vestiti per coprirsi,  qualcosa da leggere  e ogni cosa il suo carnefice ritenga necessario per il suo benessere le verranno  forniti attraverso un apposito sportello inserita in una porta chiusa ermeticamente e, attraverso lo stesso, riceverà di volta in volta nuove istruzioni e dovrà tassativamente rendere gli avanzi e tutti i rifiuti. Un sistema di trasmissione irraggiungibile trasmetterà musica diciamo colta: da camera operistica o altro ma solo di qualità.  Nessun altra forma di comunicazione.  

Il romanzo  si protrae e prosegue con il  minuzioso diario, un lungo sofferto monologo  che riporta giornalmente mese per mese, gli appunti e i pensieri e le reazioni di  chi ha rapito la vittima, l’adolescente la ragazzina e di quello che crede di vedere e intuire nella sua cavia da esperimento.   

Chi l’ha rapita si sente imbevuto in una missione e ci crede. Ignora richiami e appelli degli affranti genitori della sua preda, le fiaccolate paesane che ne chiedono la restituzione alla famiglia, il vorticare delle elucubrazioni dei media in caccia di impossibile scoop.  Vorrebbe regalare alla sua cavia, vittima, allieva una sorta di educazione,  un’etica  tutta particolare che implica scelte lontane dalla vita reale delle coetanee della ragazzina. Magari nel fondo della sua mente si illude di riuscire a plasmarla a sua immagine oppure?.  Ma a differenza del ben noto  caso svedese, la sindrome di Stoccolma, richiamato anche dal titolo della storia, tra la  vittima e il suo carnefice non nascerà mai  empatia,  ma anzi molto presto comincia una sorta di duello, una combattuta  partita a scacchi, giocata mossa dopo mossa con un’ inossidabile risposta reattiva. La pseudo vittima infatti si rivela tutt’altro che una indifesa succube, anzi pian piano si trasforma  in una lucida  belva affamata sempre in attesa della crepa, del pur minimo errore che possa consentirle di farsi avanti e colpire.

Una storia tragica dunque, a tratti  incomprensibile e dai risvolti inquietanti, ma  l’adolescente, la prigioniera è un tosta, una dura. Qualcuno che non si rassegna mai, ignora la suasione, la disciplina, l’abbandonarsi e il  cullarsi nell’oblio e subire.  Peggio di Montecristo senza un abate Faria e fare da spinta e suggeritore, s’ingegna, adotta sempre nuove contromosse. Non si arrende, insiste, persiste indomabile.  Fino alla fine e quale fine?                             

Un romanzo così breve ma lungo a sufficienza per creare una storia, una tragica e deviata  messa in scena. In cui qualcuno può pensare e agire così. Poi perché lo faccia è un’altra cosa. Tanto per cominciare fin dalle prime pagine ci si chiede quale sia l’innesto o meglio la perversa molla che ha messo in moto e poi in opera quella che pare solo una punizione o peggio una vendetta. Ma per punire chi, se non un’innocente o per lo meno qualcuno che non ha commesso nulla di veramente esecrabile?  É dunque un torbido carnefice che si auto giustifica quasi che volesse riservare ad altri la  punizione che pensa di meritare?  Oppure? Romanzo di esordio  di Alessio Schiavo “Molto a sud di Stoccolma” è un noir che fin dalle prime righe attira il lettore nella sua spirale claustrofobica, scritto con un linguaggio minuzioso, inquietante, mai scontato.

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“L’era del cinefumetto” di Luigi Ercolani (Giraldi Editore)

Recensione di Raffaella Tamba

L’idea di questo libro è nata – racconta l’autore stesso, Luigi Ercolani, social media manager nel settore del cinema, nell’Introduzione – durante un aperitivo con un vecchio amico: venuti in argomento di cinecomic, gli aveva fatto notare come la trilogia di Capitan America non fosse una classica sequenza di tre film in ordine di tempo e storie, ma qualcosa di più fine perchè in essa gli eventi di ogni film influenzano le produzioni successive.

Un commento-germoglio che poco tempo dopo si sviluppa dando come frutto questo bel saggio sul modello dell’Universo Cinematografico Marvel nel panorama filmico internazionale, molto interessante sia per chi è già fan dell’universo Marvel, sia per chi vi si avvicina la prima volta: entrambi troveranno spunti interpretativi esaltanti.

La casa produttrice, in origine Marvel Studios, si distingue fin da subito quando con il Superman di Donner del 1978, anticipato da una campagna pubblicitaria senza precedenti, crea un personaggio con uno spessore psicologico del tutto nuovo. Batman lo segue nel 1989 affidato alla regia di Tim Burton che comincia a spostare l’ago della focalizzazione dall’eroe all’ambiente, la città di Gotham che evoca New York negli aspetti socialmente più oscuri, la corruzione, il crimine, gli interessi degli uomini di potere che soverchiano i diritti dei più deboli (…). Da simbolo del progresso e del benessere come era in Superman, la città diviene così un luogo dove le persone comuni vivono il terrore della violenza e le ingiustizie della corruzione. Non è un caso che i due antagonisti veri di Burton, Jocker e Max Schreck, siano anzitutto uomini di potere, un potere non politico ma economico. Anche negli anni successivi, la volontà di mantenere il contatto con temi sociali permane, viene semplicemente adattata all’intreccio. Nasce così il nuovo Spiderman del 1999, legato alla propria città in modo forte ma ambiguo: da un lato è minacciato dalle istituzioni politiche, dall’altro viene protetto e aiutato dalla popolazione. Con il Batman di Christopher Nolan del 2003, si arriva ad una visione iperrealistica prescindendo da qualsiasi forma fantasmagorica e mettendo al centro della storia l’uomo: Chiunque può essere un eroe, anche un uomo che fa una cosa semplice e rassicurante come mettere un cappotto sulle spalle di un bambino per fargli capire che il mondo non è finito. La seconda puntata,  nel 2006, riscuote un successo ancora maggiore proprio per le tematiche toccate, che erano perfettamente calate nella realtà sociale del tempo: la lotta al terrorismo che mina le fondamenta di una struttura sociale mettendo tutti contro tutti; la relazione sempre difficile tra il bene comune e quello dei singoli; la transitorietà degli idoli, che vengono innalzati e abbattuti a seconda della convenienza; la legge che alle volte si rivela un ostacolo alla giustizia stessa.

Dalla panoramica su tutti i film della Marvel, riassunti nei tratti più salienti dei rispettivi plot, emerge una “personalità” molto spiccata della Casa delle Idee, che si struttura su tre caratteristiche basilari: la prima è il legame con il fumetto dei supereroi trasposti sullo schermo: tanto che l’autore evidenzia come alla base del logo Marvel da Spider Man a Capitan America: Civil Law vi sia l’atto di sfogliare un comic book, con fruscio delle pagine sfogliate che via via diventa quello del video proiettore.

Il secondo caposaldo della filosofia marveliana è la responsabilità del potere: Il progresso scientifico può produrre risultati benefici o danni irreparabili a seconda della saggezza e della responsabilità con cui viene ricercato, monito indirizzato soprattutto all’industria bellica di quegli anni. Si riafferma ancora la convinta aderenza delle storie alla realtà. Sembra un paradosso per dei film che hanno come protagonisti dei e supereroi, ma l’esegesi di Ercolani riesce ad evidenziare questo legame con grande naturalezza. In Captain America: Civil War è evidente la riflessione su tematiche politiche quali il rapporto tra bianchi e neri e lo sfruttamento dei paesi occidentali nei confronti di quelli più poveri. Anni dopo, con Captain America: The Winter Soldier, saranno altri i temi di attualità permeanti la trama, come quello del dibattito sulla sicurezza e sulle libertà dopo l’11 settembre, sugli attacchi coi droni e sulla privacy.

Terzo leit-motiv è il dubbio di identità che assilla i supereroi, che non sempre sono esplicitamente e inequivocabilmente rappresentativi del bene, così come gli antagonisti abdicano talvolta al loro classico compito di esponenti del male. C’è spesso una confusione di ruoli che vuole sottolineare la labilità dei confini e l’importanza di tutti i punti di vista. Sembra che sia proprio la compresenza di istinti contrapposti a far nascere l’idea che vi sia un’entità oltre i singoli, che porta i cinque guardiani a diventare un gruppo unito, in cui ognuno porta un contributo secondo le proprie caratteristiche. Tra il singolo e il gruppo si colloca con Ant-Men il microcosmo familiare e lo spostamento della prospettiva dal figlio (l’eroe che fino ad allora si era confrontato col padre) ai genitori, introducendo il tema completamente nuovo della genitorialità, declinata nelle due forme, naturale e adottiva.

Ma quello che rappresenta davvero il tratto inconfondibile e speciale della Marvel (diventata dal 2008 MCU, Marvel Cinematic Universe), tratto che viene perseguito in modo ufficiale a partire da quella che Ercolani chiama la Fase Uno della sua produzione, è la costruzione di un universo condiviso mediante film diversi, in una ricerca di interdipendenza tra le pellicole attraverso elementi importanti o secondari che le colleghino tra loro. Sarà Iron Man ad inaugurare questa fase e Thor, nel 2011 getterà le premesse di Avengers: si tratta sì di un’ambientazione fantasy ma dalla matrice più fantascientifico-tecnologica che magico-fantastica che introduce l’unione di tutti gli eroi per l’anno successivo.

È infatti con Avengers nel 2012 che si configura per la prima volta quello scenario di aggregazione degli eroi, nell’ambito del quale la consapevolezza delle proprie responsabilità si arricchisce dalla percezione della necessità di lavorare in gruppo. La grandezza di questo lungometraggio è proprio quella di combinare le due forze opposte ma complementari: l’identità individuale e quella di una realtà condivisa, rispettivamente portatrici di un’interiorità psicoemotiva e di una responsabilità sociale, tanto più che in un eroe entrambe sono acuite dai poteri speciali e dalle azioni che possono compiere grazie ad essi.

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DE MARCO VINCE IL NEBBIAGIALLA 2020

Lo scrittore abruzzese Romano De Marco vince il Premio Nebbiagialla 2020 con il thriller Nero a Milano (Piemme)! I nostri più sentiti complimenti!!!

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“Faccia a faccia con l’assassino” (HarperCollins)

Recensione di Gabriele Basilica

“Il problema non è tanto stabilire chi l’ha fatto, ma perché. Se poi, una volta capito perché, ci si chiede come, si arriva a scoprire chi. Per un semplice motivo: perché + come=chi.”

John Douglas, leggendario profiler dell’FBI e agente speciale che ha ispirato la fortunata serie di Netflix Mindhunter, assieme a Mark Olshaker, torna nelle librerie con “ Faccia a faccia con l’assassino. Alla scoperta dei segreti dei serial killer con il Mindhunter originale dell’ FBI” edizione HarperCollins, per analizzare quattro dei più inquietanti killer che ha incontrato durante la sua carriera e spiegando nel dettaglio come ciascuno di loro abbia contribuito ad ampliare la sua comprensione dei comportamenti criminali.

“Questo libro parla del modo di pensare dei predicatori violenti, vero oggetto delle mie indagini in venticinque anni da profiler, analista criminale e agente speciale dell’FBI”

L’autore dopo aver ripercorso la sua lunga attività lavorativa spiega ai lettori l’idea della conversazione “diretta” con il killer “Mentre parlavano osservai che la maggior parte dei criminali oggetto delle nostre lezioni era ancora in vita. Perché allora non provare a parlare con alcuni di loro e cercare di guardare un crimine con i loro occhi? Perché non spingerli a ricordare e a dirci perché avevano commesso quel crimine e cosa gli era passato nella mente mentre l’avevano commesso?”

Il libro entra nel vivo con l’analisi dettagliata e puntuale dei quattro eventi delittuosi con l’obiettivo di spiegare cosa avviene nella mente dei predatori.

“L’interazione tra agente e criminale deve essere informale. Quello che intendevamo scoprire non erano tanto i fatti, già accertati, ma le motivazioni, il comportamento precedente e successivo al crimine, il processo di selezione della vittima e la questione fondamentale del perché….”

Una lettura interessante, che dona al lettore la possibilità di approcciarsi in modo semplice ad un argomento complesso e delicato come l’analisi comportamentale, di norma riservato agli addetti ai lavori.

Si parte, dunque, dal

  1. Caso Joseph McGowan “era in prigione per aver stuprato, strangolato e brutalmente  ucciso una ragazzina di sette anni che era andata  a casa sua per consegnarli due scatole di biscotti delle Girl Scout”,
  2. Caso Joseph Kondro “ex falegname, imbianchino e operaio aveva evitato la pena di morte dichiarandosi colpevole dello stupro ed assassinio di una bambina di dodici anni nel 1996 e confessando di essere autore del delitto di una bambina di otto anni, un caso irrisolto dal 1985”.
  3. Caso Donald Harvey “uomo gentile dell’Ohio, sempre pronto a sorridere, affettuoso e disponibile, è forse il serial killer più prolifico nella storia degli Stati Uniti d’America. Tra il 1970 e il 1987 potrebbe aver ucciso ottantasette persone, continuando a vivere la sua vita normale”
  4. Caso Todd Kohlhepp accusato di aver ucciso sette persone in Carolina del Sud tra il 2003 e il 2016. “malgrado l’orrore che suscitavano i sette omicidi attribuiti a Kohlhepp, per i media l’aspetto più intrigante e osceno delle vicenda era il fatto che avesse tenuto una giovane donna incatenata, come schiava sessuale, per due mesi”.

Nell’analisi delle vicende gli autori sottolineano alcuni aspetti interessanti relativi ai serial killer “ non si può non notare come molti famigerati assassini siano bambini adottati”, cercano di rispondere alle domande se il killer faccia parte della categoria “nato o diventato” in quanto sembra esserci una predisposizione omicidiaria ma non ci sono sufficienti conoscenze neurologiche per stabilirlo con esattezza, spiegano alcune conclusioni delle loro ricerche “la combinazione di fattori neurologici con un’infanzia e un’adolescenza difficili contribuisce in moltissimi casi allo sviluppo di una personalità antisociale”, parlano della triade omicida “enuresi, piromania e crudeltà sugli animali”  e cercano di spiegare il comportamento perché “capire il comportamento che ne consegue e i metodi con cui vengono messe in atto, è il fondamento del criminal profiling”

Avvincente e al tempo stesso spaventoso, “Faccia a faccia con l’assassino” squarcia il velo di mistero che avvolge la figura di questi tremendi criminali.

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