Continua a leggere

Pubblicato in editoria, femminicidio, Nessuna più, presentazioni, racconti, Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | 8 commenti

Contro ogni violenza sulle donne

“Contro ogni violenza sulle donne. Come rispondere agli stereotipi, combattere gli abusi e costruire una nuova parità” di Francesca Sironi (CENTAURIA Libri)

#Grandangolo di Marco Valenti

Francesca Sironi si occupa da anni di questioni di genere, diritti e violenza sulle donne. Ma anche di aborto, prostituzione e di migranti. È la persona più indicata a parlarci di come oggi nel duemilaventi ci si possa ancora trovare in una serie di situazioni aberranti a carico delle donne. Il suo è un volume che intende andare oltre gli stereotipi e le discriminazioni. Uno strumento che possa portare a quel cambiamento che da troppo tempo continuiamo tanto ad auspicare quanto a rimandare, segno che alla fine il nostro comportamento è molto meno integerrimo di quanto non ci faccia piacere pensare e sbandierare. C’è ancora molto da fare. E libri come questo non possono che essere i benvenuti. Non sono mai abbastanza le sollecitazioni che è necessario imporre per poter ovviare a questo annoso problema, e a tutti quelli derivanti dalla nostra vocazione a “girarci dall’altra parte”. Occorre come dice giustamente la Sironi “cambiare le radici culturali e strutturali degli abusi contro le donne”. Non a caso parliamo di abusi, dato che la violenza è solo uno degli aspetti a danno della donna. I modi con cui le donne vengono vessate sono infatti molteplici. E come tristemente dicono le statistiche sono nella stragarande maggioranza dei casi legate a persone dell’ambito familiare o comunque domestico.

“Contro ogni violenza sulle donne” è uno strumento che deve aiutare innanzitutto le stesse donne. Sono in parte anche loro stesse le destinatarie del messaggio del libro. Sono loro in primis che devono rifiutare quello status symbol che oggi la rete e i mass media in toto le hanno cucito addosso. Basta quindi a corpi perfetti che gli stereotipi continuano ad imporre pena l’esclusione sociale. Basta con i modelli che il mondo virtuale oggi [e le televisioni prima] scandiscono costantemente.

Se sono le donne a dover fare il primo passo ben più difficile è quello che interessa l’uomo in quanto figura maschile. Ci sono mentalità abominevoli ben più diffuse di quanto si possa pensare. Ed è quindi ancora più difficile costruire gli strumenti necessari a combattere le disuguaglianze e le discriminazioni liberandoci dai condizionamenti che ci portiamo dietro dai secoli scorsi. Ci sono stereotipi secolari che sanciscono ruoli sia sociali che familiari. Ricostruzioni di parte che tendono a stabilire che cosa sia “maschile” e che cosa invece “femminile”. La differenza qui non sta nel DNA ma nel ruolo sociale che ci hanno inculcato. Nei pregiudizi e nell’ignoranza.

Dei tanti pregiudizi quello che trovo più disgustoso è quello legato all’idea che l’abbigliamento incida sugli episodi di violenza a carico delle donne. È raccapricciante che qualcuno possa davvero chiedere “che cosa indossavi quando hai subito violenza?”. Se un uomo intende stuprare una donna lo fa. Indipendentemente da quello che sia l’abbigliamento della vittima. È qui che lo stupro diventa doppio. Il primo è ovviamente quello a danno della donna. Il secondo a danno dell’intelligenza di chi pronuncia tali frasi.

C’è un passaggio che unisce gli status symbol alla pericolosità della rete: Per il capitalismo è fondamentale che le persone consumino il più possibile. Per convincerle a consumare, le pubblicità forzano da tempo un’immagine ipersessualizzata della donna. Fa vendere di più. Le adolescenti sono spinte così ad adottare, sempre più precocemente, atteggiamenti ammiccanti, che mettono in mostra un corpo-oggetto disponibile al consumo. La forza normativizzante dei social network ha aumentato l’impatto di questi modelli commerciali.“ È qui a mio avviso che si dovrebbe intervenire in modo massivo e tempestivo. È qui che le donne dovrebbero sancire la loro indipendenza, la loro emancipazione dai ruoli che il capitalismo impone loro. È da loro in primis che dovrebbe partire il grido di libertà. La Sironi va oltre e aggiunge un fondamentale di tutto il libro: “Internet è uno spazio ibrido. Come tutti i luoghi, prende la forma di chi lo crea. E di chi lo abita. La Rete può essere così un porto di relazioni ricche, espressioni libere e possibilità. Ma, esattamente come un condominio o un bar, può diventare il ritrovo di persone vili, che sul web riversano i propri comportamenti malsani nei confronti delle donne e dei più deboli. In Rete, nel branco, queste persone si sentono ancora più impunibili e spavalde […] è importante che le ragazze aumentino la propria consapevolezza su cosa significa condividere un contenuto sul web. Considerandone potenzialità e rischi.” Della pericolosità della rete e di tutto ciò che si annida nei meandri del web si parla da anni ma pare un grido nel deserto visti i continui e ripetuti episodi che traggono origine da situazioni legate al web.

L’autrice ci ricorda come ci siano ancora paesi nel mondo in cui alle donne è impedito di studiare, in modo da evitare quell’emancipazione culturale che possa portarle a rivendicare un ruolo attivo socialmente parlando. Il vero paradosso è che le donne nel mondo studiano proporzionalmente e percentualmente più degli uomini ma raggiungono meno frenquentemente posizioni verticistiche nei loro ambiti professionali. Una situazione drammaticamente assurda ma altrettanto drammaticamente reale. Triste ma vero. Come altrettanto triste è la gestione del welfare per i neogenitori. Lasciando da parte gli esempi virtuosi dei paese scandinavi non possiamo da un lato invocare un maggiore coinvolgimento del padre nella gestione e nella cura dei piccoli quando poi non vengono garantire da un punto di vista contrattuale le possibilità di metterlo in pratica. La madre in Italia ha diritto a venti settimane di congedo mentre il padre solo sette. Se vogliamo [giustamente] ribaltare i ruoli riportandoli su un piano di assoluta parità dobbiamo anche fornire gli strumenti idonei per questo salto di qualità.

Quello della mancanza di strumenti è una triste realtà che ci portiamo avanti da troppo tempo. Ma non deve diventare un alibi. Basta pernsare che oggi, duemilaventi, ancora ci sono problemi nell’esercizio del diritto all’aborto. Non sono soltanto le carenze organizzative quindi a determinare l’arretratezza culturale. O per lo meno non ne sono la causa principale. Arretratezza che determina un quadro tristissimo. Soprattutto a livello familiare, dove si registra il maggior numero di delitti a carico delle donne in quanto donne appunto. Quei “femminicidi” che possiamo identificare come “omicidi motivati dall’odio, dal disprezzo, dal piacere o da un senso di possesso”. Quadro che riporta abusi di ogni genere. Con le forme più disparate. Comprese quelle che “non lasciano lividi” come abusi psicologici, ricatti, gelosie morbose e possesso maniacale. Come ricorda e sottolinea l’autrice “per capire se e quando l’abitudine a prevaricare rischia di diventare violenza, fino all’omicidio, bisogna allora partire dalle stanze di casa, dai comportamenti che rendono il disprezzo nei confronti delle donne un vero atto di abuso“.

Il volume si conclude con un ammonimento che non deve assolutamente passare come secondario. C’è chi sulla discriminazione ha messo gli occhi. E non per un cambio di passo o di pensiero. La parità di genere, il contrasto alla violenza sulle donne, il bisogno di uguaglianza e di rappresentazione da parte di lesbiche, gay, trans, queer, la non discriminazione razziale. Sono temi che attraversano il nostro tempo, fanno dibattere, scegliere, pensare. E vendere. Molte aziende provano spesso a cavalcare queste battaglie o rivendicazioni per costruire consenso rispetto ai propri prodotti. Confondendo i confini tra politica (che riguarda tutti) e marketing, associano ai propri loghi i simboli di lotte come il nastro per la prevenzione contro il tumore al seno per le donne, o l’arcobaleno che indica l’orgoglio Lgbt e la possibilità di definirsi e amare. È un fenomeno chiamato pink washing: lavare di rosa la propria immagine commerciale trattando i cittadini come consumatori“. Credo che non possa esserci conclusione migliore per un libro volto a sancire l’importanza di prendere coscienza di noi stessi e dei problemi del nostro tempo. Grazie a Francesca Sironi per questa sua fatica che speriamo possa circolare come merita a tutti i livelli.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“Quattro volte Natale – Piccoli omicidi a Milano” AA.VV. (Todaro Editore)

Quattro volte Natale. Piccoli omicidi a Milano - copertina

Sul comodino della Rambaldi

Riccardo Besola,  Andrea Ferrari e Francesco Gallone – hanno pubblicato romanzi a sei mani tra cui  Operazione Madonnina e la raccolta di racconti Antologia Milanese.

Giorgio Maimone – ha pubblicato: Vertigine e Oggetti smarriti – Piccolo catalogo di cose perdute.

Paola Varalli – ha pubblicato: Incroci Obbligati, L’antiquario del Garegnano e molti racconti in antologie.

Oscar Logoleta –  ha pubblicato i romanzi: A come Armatura, Milano disillusa e Milano sottozero.

“Ogni giorno, verso le dieci del mattino, si presentava una signora magra e bassina, con un basco blu alla francese, capelli a caschetto e scialletto d’ordinanza delle portinaie della zona. Beveva sempre la stessa cosa: un caffè e un Grigioverde. Bene, a questo punto occorre chiarire due punti fondamentali. Il primo: il Grigioverde è un liquore a elevata gradazione alcolica. Il secondo: la signora in questione, oltre ad avere con buona probabilità il fegato d’acciaio, era dotata di uno sguardo magnetico e penetrante. Quelli che giocano a carte nell’angolo, le due commesse del droghiere sedute a un tavolino vicino alla vetrina, il Villiam dietro al banco… insomma tutti i presenti si fermavano e la guardavano affascinati. Ma nessuno sapeva bene perché… era magnetica e misteriosa.”

Sette bravi autori si cimentano in quattro storie natalizie sapientemente collocate in quattro decenni diversi: gli anni ‘60 di Maimone, i ‘70 di Logoleta, gli ‘80  di Varalli, per chiudere con un racconto a sei mani sugli anni ‘90 del trio Besola-Ferrari-Gallone. Ogni storia è corredata delle musiche di allora che immergono il lettore in nostalgiche atmosfere di anni in cui nutrivamo ancora speranze nel futuro. Quando si pensava  che il meglio dovesse ancora venire. Frase incauta che pronunciò anche una nostra amica nel giorno delle nozze per restare vedova da lì a poco. Perché  ora tra  pandemie e recessioni  c’è ben poco da stare allegri.

Dicembre 1960, Giorgio Maimone  racconta, con umorismo, di un investigatore, di un commissario e di cadavere  con la faccia ridotta a un Picasso che sembra esser stato investito da un treno.  Marlon è convinto che sia un omicidio annunciato. Da alcuni giorni riceve bigliettini anonimi  ispirati a famose opere letterarie.  Marlon e il calendario dell’Avvento è un enigma da risolvere a colpi di indizi e un progetto di vendetta portato avanti a suon di libri.

Strano il destino di Oscar Logoleta é ambientato nella Milano innevata del ’77. Manca poco a Natale. Un  commissario non vede l’ora di tornare dalla famiglia ma deve attardarsi ad  ascoltare la denuncia di un antipatico signor Garbetta. Un topo d’appartamento gli ha svuotato la cassaforte, perdendo sul posto il documento d’identità.  Che pirla! Come si fa a perdere il portafogli durante una rapina? Il commissario ha pena del ladro, visto che il borioso denunciante è assicurato contro i furti.  E mentre si attarda a  difendere il poveraccio  il destino gli gioca un atroce scherzo.

Nella storia di Paola Varalli siamo invece nel Natale dell’84.  Al  Bar William  la canzone più gettonata è Mani bucate di Sergio Endrigo, una misteriosa signora continua a mettere monete nel juke boxe ascoltandola a ripetizione. Per gli altri clienti è una  lagna intollerabile. Ma la donna perché mette sempre su la stessa canzone? Che storia c’è dietro?       

Natale con i tuoi – alla vigilia di natale del ’99  il tassinaro Luigi è alla stazione Milano-Cadorna. Alla radio continuano a parlare del Millennium Bug, sostengono che tutti i sistemi informatici del mondo potrebbero andare a puttane, ma Luigi se ne frega. Suo figlio è ingegnere informatico e lo ha rassicurato. Immerso nei suoi pensieri non si è accorto che qualcuno ha dimenticato una misteriosa  valigetta piena di tessere telefoniche sul sedile posteriore.  Chi l’ha scordata? La tentazione di rivenderla è forte, ma forse dovrebbe consegnarla alla polizia. Doveva essere di quel cliente che somigliava a Gian Maria Volonté che  poi è stato trovato morto. Quel Natale del ‘99 per Luigino sarà una bella fregatura…

Ecco quattro storie completamente diverse, spesso affrontate con umorismo,  che sapranno tenerci  compagnia per queste feste.

Paola Rambaldi

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Miserere di Marina Marazza (Solferino)

Miserere - Marina Marazza | Solferino Libri

Recensione di Patrizia Debicke

Siamo a Milano, nel 1630 e la peste, nonostante o soprattutto la processione voluta dal nipote cardinal Federico – che nell’intento religioso, solo bagnato di empia superstizione, porta in giro per la città il cadavere scarnito appena celato dalle ricche vesti di Carlo Borromeo – , sta falcidiando la popolazione senza pietà. Uccide senza riguardo nobili e popolani. Nessuno è salvo. La caccia all’untore scatena folli e inutili stragi. Solo chi è stato contagiato ed è miracolosamente sopravvissuto può ritenersi immune. Questo scenario semi infernale sarà l’ideale palcoscenico della storia che vede come protagonista Alma Francesca, nata da una relazione segreta tra Marianna de Leyva, famosa monaca di Monza con il nome di suor Virginia (dal Manzoni ribattezzata Geltrude) , e Giovan Paolo Osio, signore di Usmate.

Marianna de Leyva, figlia di don Martino conte feudatario di Monza, spagnolo di puro sangue blu che venne ridorato dal cospicuo patrimonio coniugale, era nata a Milano, a Palazzo Marino. Sua madre Virginia Marino, figlia del munifico banchiere Tommaso, era la vedova del conte Ercole Pio di Savoia, signore di Sassuolo, da cui ebbe un solo figlio maschio, Marco III Pio (che sposò Clelia Farnese). Alla sua prematura morte, Virginia lasciò subito Sassuolo, affidando il figlioletto alla cure della nonna paterna Lucrezia Roverella, e si unì in seconde nozze con lo spagnolo Martino de Leyva, ma morì di peste un anno dopo aver dato alla luce Marianna, lasciando lei e Marco Pio eredi del suo cospicuo patrimonio. Marianna, nata nel dicembre del 1575, non ebbe vita facile. Fu cresciuta da una zia religiosissima mentre suo padre si risposava con una spagnola che gli dette dei figli maschi. Marianna era l’erede di sua madre, per mettere le mani sul suo patrimonio non restava che monacarla. A tredici anni fu costretta dal padre a entrare come novizia nell’Ordine di San Benedetto dove a sedici anni pronunciò i voti come suor Virginia Maria, dal nome della defunta madre. Il suo destino è segnato. Intrappolata nel convento di clausura di Monza, conoscerà il suo bel “vicino di casa” Giovan Paolo Osio. Tra i due divampò la fiamma della passione. Passione che durerà anni nei quali, per coprire la loro storia, i due amanti si renderanno colpevoli di una serie di omicidi. Scoperti, verranno accusati e condannati: lei dopo un’orrenda tortura che le strazierà le dita della mani, sarà murata viva a Milano, nel rifugio delle convertite di santa Valeria, dove trascorrerà quasi quattordici anni in una cella più simile a una tomba, lui, prima in fuga poi tornato a Milano per perorare la loro causa, tradito e massacrato dall’amico Taverna, e la sua testa portata in omaggio al governatore. Ma cosa ne è stato di Alma, figlia loro, affidata all’anziana madre di Giovan Paolo Osio e alle balie? Come è stata segnata la sua vita dal retaggio dello scandalo legato ai suoi genitori? Gli storici perdono le tracce di Alma dopo la fine del processo a Marianna/Virginia e a Giovan Paolo, quando lei è piccolissima.

L’Alma Francesca Osio, di Marima Marazzi, è grande ora e non ha paura. É ricca, bella e fiera, capelli color buccia di castagna, occhi scuri e liquidi, carnagione pallida. Sensuale e forte nella sua giovane vita ha già conosciuto il peggio. Figlia della relazione proibita tra Virginia de Leyva, la Monaca di Monza, che per la sua colpa è stata murata viva, e il bel Giovan Paolo Osio, signore di Usmate, prima denunciato e poi barbaramente giustiziato nelle segrete di un traditore, un nobile, un amico che gli aveva promesso soccorso e ospitalità, ha avuto una vita difficile e pericolosa. L’Alma della Marazzi, rapita bambina alla sua nutrice, è stata per sua fortuna salvata e poi accudita da Clara, una ricchissima cortigiana – amante e amica del celebre compositore Claudio Monteverdi, tramite della musica rinascimentale al barocco – che la introdusse nel regno della prostituzione di alto bordo. Clara ha tuttavia amato Alma come una figlia, le ha insegnato a confrontarsi con gli uomini e l’ha lasciata erede universale di un inestimabile patrimonio, che può consentirle anche il maggiore di tutti i lussi: la vendetta. Vendetta che diventa la sua ragione di vita, insieme a conoscere sua madre e scoprire la verità su chi fu causa della morte di suo padre. E la preghiera che dà il titolo al romanzo, Miserere, diventa la misura che scandisce il tempo di quel Seicento orgoglioso e terribile: per la lunghezza di due miserere durante il processo la monaca di Monza fu torturata, con i sibilli (corde che stritolavano le falangi,). La lunghezza di un miserere era il tempo necessario per cuocere un uovo. Tutto parte da una quotidiana vita di meraviglie ma anche di orrori nella quale troppo spesso ci si ritrovava a ripetere: pietà di me, Signore, miserere. Per vendicarsi e rivedere la madre, Alma dovrà avvalersi dell’aiuto di Camillo, il rosso ex bravo del padre, uomo coraggioso, tormentato da un tremendo segreto incontrandolo subito nelle angosciose prime pagine, mentre svolge il lavoro di monatto e raccoglie le vittime dell’epidemia in un nauseante e apocalittico scenario di morte. Poi con lui pianificare il percorso e penetrare nell’anima nera della città, di una Milano con le sue dimore signorili, i suoi palazzi, i suoi ospizi, le sue carceri, governata dagli ultimi aneliti di un Federico Borromeo,, artefice della condanna e della liberazione di Suor Virginia, uomo molto diverso dal santo descritto da Manzoni, e assistere impotente a delitti di artisti, quali la leggenda vuole il celebre Crespi: avidi di sangue pur di trovare l’ispirazione, mentre il suo passato sembra volerla fagocitare senza misericordia. E confrontarsi con l’amore e lo scandalo della relazione con un religioso, che forse non dovrebbe amare. Ricordiamo che Alma ha venticinque anni, è una donna a tutto tondo, e Manfredo un canonico di mestiere più che per vocazione, dedito al commercio, ma pensate un po’ di tulipani, proprio quelli che innestarono in Olanda La bolla dei tulipani nel 1637 , la prima grande crisi finanziaria speculativa e uomo di grande cultura. (vedi Il tulipano nero di Alexandre Dumas).

In una cupa atmosfera manzoniana, la Marazzi scrive una vicenda dal sapore noir più profondo, aprendo il sipario su una città ancora vittima dai fantasmi del passato, fra i meandri del Lazzaretto e della Ruota. Ma quello che colpisce maggiormente, nel leggere, è la condizione delle donne, troppo spesso accusate di stregoneria, stuprate, imprigionate e torturate. Chi restava incinta dopo essere stata violentata, era giudicata comunque colpevole, un disonore per la famiglia , perché “che tu abbia peccato per tua volontà o per violenza subita”, sembra non fare differenza alcuna. Difficile per una vittima non sentirsi sporca e complice per sempre, non credere e in qualche modo di avere meritato il suo male. La condanna? Se andava bene si finiva rinchiuse in convento a passare l’intera vita. A quindici anni un’adolescente, poteva essere trattata da merce di scambio, comprata da vecchi o ammalati , per risollevare le sorti economiche della famiglia. L’ignoranza infatti regnava sovrana. Si diceva che “giacere” con una vergine, portasse la guarigione dalla sifilide, altra orrida e contagiosa peste letale.

Con la riedizione di Miserere per Solferino (la prima volta uscì per BD edizioni nel 2012), inserito cronologicamente dopo il suo Io sono la strega, Marina Marazzi ci riporta nel drammatico scenario di quella che fu Milano nel 600. Un romanzo storico e alla stesso tempo avventuroso, dai toni del feuilleton, guarnito da una macabra trama noir. E tuttavia una precisa denuncia sociale. La sopraffazione e la violenza sulle donne di ogni e qualunque livello sociale e una distorta mentalità maschilista che neppure i secoli che sono trascorsi sono riusciti a modificare del tutto. Violenze sulle donne che viviamo tuttora riportate in diretta quasi ogni giorno sui media.

Una storia per farci riscoprire ad anni luce dal presente questa città, in cui la vita era appesa a un filo e le esecuzioni capitali erano considerate veri e propri spettacoli a cui partecipare e magari portar via qualcosa come souvenir.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“I segni del male” di Simone Regazzoni (Rizzoli)

I segni del male - Simone Regazzoni - copertina

Sul comodino della Rambaldi

Simone Regazzoni – Genova – Filosofo, allievo di Jaques Derrida, si occupa di Filosofia politica e di Filosofia della cultura di massa ed è autore di saggi e romanzi.

“Corpi mutilati, violentati, fatti a pezzi, bruciati, eviscerati: quello del Foro imperiale non era il primo omicidio efferato che Roma avesse visto. Tra il 1924 e il 1927 la città fu teatro di una serie di omicidi a opera di un serial killer, il Mostro di Roma, che violentò e uccise sette bambine. Nel luglio del 1969 il Mostro del Tevere, come era subito stato battezzato dalla stampa, assassinò e fece a pezzi una coppia, per poi gettarla nel fiume. Nel 1977 fu la volta di Ida Pischedda, incinta di pochi mesi: uccisa, eviscerata e poi bruciata. Poi toccò a una donna che non venne mai identificata. Era il 9 giugno 2010 quando in un prato della periferia, venne ritrovato il corpo decapitato e sventrato di una donna, cui erano stata amputate anche le gambe.”

A Roma mancano pochi giorni a Natale e nevica forte.  Sara è uscita tardi dall’ufficio e  in mancanza di taxi e autobus, accetta un passaggio da un estraneo. Suo  padre diceva sempre di non accettare passaggi dagli sconosciuti e se quella sera  si fosse attenuta alla regola le cose sarebbero andate diversamente. A casa il marito ha già preparato la cena e la figlia di cinque anni l’aspetta. Dopo  avrebbero preparato i regali natalizi. Sara è  infreddolita. L’uomo, elegante e gentile,  si  offre di accompagnarla  a casa. Non sembra uno da cui aspettarsi brutte sorprese. La mette a suo agio alzando  il riscaldamento e il volume di una bella canzone di Sinatra alla radio. Poi quando tutto sembra volgere  al meglio la tramortisce con un pugno. Quando Sara riprende i sensi è legata e lui la sta incidendo con un coltello. Impiegherà due ore per ultimare l’opera e lo farà indossando  una spaventosa  pelliccia nera con una testa di lupo a bocca aperta. E  sarà una morte lenta e atroce.

Il commissario Giulia Rakar, che nasconde un oscuro passato, viene svegliata alle due di notte. C’è bisogno di lei.  Controlla i lividi lasciati dall’ultimo allenamento di MMA, indossa la divisa ed esce. È bellissima anche se non si cura del suo aspetto. Fuori la neve ha completamente imbiancato Roma. Per le feste sperava di partire per Berlino per lasciarsi alle spalle l’ultima storia finita male e invece  passerà il Natale lavorando. È ispettore capo della terza sezione della squadra mobile di Roma e ha una dedizione al lavoro quasi ossessiva. Una  telefonata anonima  ha segnalato dei  resti umani vicino a un altare sotterraneo del Foro romano, dove secondo la leggenda venne ucciso Romolo. Si tratta di una  donna  col  torso sventrato, testa, braccia e gambe amputati,  legata con una corda all’osso pelvico e appesa a testa in giù. Sulla schiena le hanno inciso: SARKOS ESED,  una maledizione  in latino arcaico rivolta a coloro che violano quel luogo. I RIS  in tuta bianca simili ad astronauti si aggirano già sul posto. Tutto  fa pensare a un rito. Non sembra  un semplice omicidio, ma un progetto di morte che reclama di essere contemplato come un’opera d’arte. La vittima ha  perso almeno cinque litri di sangue. E quel SAKROS ESED che significa?

Ecco un enigma da decifrare per Giulia,  che è la profiler della squadra,  un po’ sensitiva e un po’ strega, che ha studiato in America e che  per  risolvere i casi  sa ricostruire le intenzioni del killer.

Intanto la  foto di un profilo Instagram di un tale registrato come Romulus  ha  già ricevuto un sacco di visualizzazioni ed è appena stata oscurata. Ritraeva un uomo travestito da lupo e delle parole incise nella carne. Romulus è  lo stesso  nome di un efferato serial killer morto 8 anni prima e anche  del famoso serial killer rumeno che a suo tempo fu accusato dell’uccisione di almeno 200 donne.

Da Il silenzio degli innocenti a Seven a molti thriller con belle profiler che danno la caccia a efferati serial killer l’argomento non è nuovo, ma devo convenire che la scrittura di Simone Regazzoni suddivisa in capitoli brevi che tengono alta la tensione si fa leggere davvero volentieri. Poi, come ribadiscono a Striscia la notizia, I segni del male è pieno di colpi di scena e ribaltamenti che fino all’ultima pagina non smettono di stupire e appassionano il lettore.                                                                                  

Paola Rambaldi

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“Redenzione” di Chiara Marchelli (NN Editore)

Redenzione. La prima indagine di Maurizio Nardi

Sul comodino della Rambaldi

Chiara Marchelli – Aosta – autrice di romanzi e racconti – insegna Letteratura Contemporanea a New York e scrittura alla Scuola Holden. Ha pubblicato i romanzi: Le notti blu e La memoria della cenere.

“Mamma e Babbo, non so quale torto gravissimo vi ho fatto per meritare questo silenzio… Oggi è il mio compleanno e in cuor mio speravo tanto di trovare un piccolo pensiero, una lettera Vostra. Ho sognato di voi e di Tilde, che spero bene. Starà crescendo e a me dispiace così tanto non poterle essere sorella come vorrei perché sono chiusa in  questo posto da dove non mi fanno uscire perché dicono che sono malata. Ma malata di cosa? I miei accessi d’ira, come li chiamano loro, sono la ragione che mi legano al letto ogni notte? Stateci voi qui dentro insieme alle donne che puzzano, gridano e sbavano e poi vediamo come reagite! Perché Mamma cara e Babbo devo stare ancora qui? Io sto bene. Non c’è più nessuna ragione per punirmi come state facendo.”

Se il contrario della vita è la morte come si può pretendere che la morte scacci se stessa?

Redenzione è un giallo ambientato  nelle campagne toscane  tra Volterra e il suo ex manicomio e racconta della torrida estate del 2019,  di tre donne, di   un poliziotto, di  amori finiti, di violenze e di anoressia.

Nel giugno del 2019  il padrone di casa non aspetta Giorgia e le  lascia le chiavi presso Bice. Ormai la ragazza è di casa a Volterra e non vede l’ora di togliere gli abiti del viaggio per rimetterli tra un mese. È la terza estate di seguito che  prende in affitto lo stesso appartamento. Certo sua madre avrebbe preferito saperla al mare  con gli amici piuttosto che in  campagna da sola, ma Giorgia vuole starsene per conto suo. Da  quando si è lasciata con Claudio cerca solo tanquillità. Non ha nemmeno voglia di fare spesa e il cibo è l’ultimo dei suoi pensieri.   

Purtroppo la familiarità col posto non le evita di finire fuori strada con la macchina. Fortunatamente prima di  chiamare il carro attrezzi, le viene in  aiuto la  nuova vicina di casa, Malina. Le due simpatizzano, cenano  insieme e finiscono per  raccontarsi. E se per Giorgia, Volterra, è l’agognata vacanza, per  Malina è l’approdo dopo un lungo periodo di lontananza.

Le due donne sembrano  destinate a diventare  amiche.  

Giorgia racconta della fine di un amore malato e dell’anoressia. Malina parla degli  zii che l’hanno allevata,  del padre che non  ha mai conosciuto e della madre internata giovanissima in manicomio.  

L’ex ospedale psichiatrico di  Volterra, nato nel 1887 e chiuso dalla legge Basaglia nel 1978 versa da allora in stato di abbandono. Malina è figlia di uno stupro. La  madre  l’ha sempre odiata e come Giorgia ha scelto l’anoressia per riprendere il controllo della propria vita.

Nel luglio del 2019 il cane di un tartufaio rinviene il cadavere di una donna strangolata in un fosso. È priva di volto e ha segni di legamenti ai polsi.  Probabilmente  è stata finita con un colpo di spranga alla base del cranio.  A occuparsi del caso è il comandante dei carabinieri  Maurizio Nardi. Un uomo cauto e  schivo che cerca la solitudine per trovare la soluzione ai casi a cui sta lavorando.

Durante le indagini  arriva anche la denuncia di scomparsa di Giorgia. Gli indizi lasciano presumere che si sia allontanata volontariamente da Volterra. La sua auto viene trovata in prossimità di una spiaggia di Arenzano. Ma Giorgia se n’è davvero andata di sua volontà?

Toccherà a  Nardi far luce su entrambi i casi e le indagini lo indirizzeranno inesorabilmente verso il vecchio manicomio, ora frequentato da tipi loschi a caccia di crack, eroina e cocaina.

In Redenzione, Chiara Marchelli, studia a fondo la psicologia dei personaggi e ne analizza  la follia conducendoci per mano a un finale sorprendente.

Paola Rambaldi

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

#Odissea su Instagram

#foto belle #grazie

By Siboney2046 #Instagram Quadro di #Zuava

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Il lusso della giovinezza di Gaetano Savatteri (Sellerio)

Recensione di Patrizia Debicke

Ci mancava Saverio Lamanna – scrittore, giornalista senza lavoro, sarcastico e realista, forse in cerca di un’occupazione stabile e redditizia. Beh veniamo ricompensati perché impertinenti, entusiasti e dissacranti ritornano con una nuova avventura i due investigatori involontari, Saverio Lamanna, giornalista, e l’impareggiabile Peppe Piccionello, sua spalla, confidente e mentore. Ancora coprotagonista e complice con il suo improbabile cognome, le perenni infradito ai piedi, e che ma vedi caso nonostante le braghe corte, bermuda d’inverno, e le surreali t-shirt a conti fatti non è mai ridicolo o grottesco. Amico, ancora e spalla per Saverio è lo specchio che lo riflette. insomma una specie di coscienza senza il paravento del sarcasmo, quella specie di armatura che Lamanna si porta sempre addosso per difendersi dalla vita e forse dalle responsabilità.

Ma il lusso della giovinezza più che un giallo è un pungente sfogo letterario denso di umanità. Anche e soprattutto perché su questo scontro generazionale, vero o no, Gaetano Savatteri costruisce la sua storia. Insomma su quello che sembra un ideale scontro tra vecchi e giovani. Epperò abbiamo anche una storia gialla, cotta e servita a puntino, insomma un cadavere che compare fin dalle prime pagine quasi che stavolta Lamanna volesse far contento l’editore che pretende da lui morti e peggio, per vampireschi lettori assetati di sangue. Non basta poi perché stavolta Savatteri si diverte anche ad ambientare la sua storia nello splendido paese montano di Castelbuono, dalle radici bizantine esaltate nella possanza medievale del suo castello e che si contraddistingue per la caratteristica e rarissima Manna, prodotto pregiatissimo, anche nel settore alimentare, ottenuto dalla corteccia del frassino. Ma oibò in un posto dove orrore per un siciliano doc fa freddo e c’è la neve, la stessa neve che Manzini ha fatto trovare ad Aosta al suo Schiavone. E anche se Lamanna invece delle Clarks usa le australiane Blundstone per quei posti ci vorrebbero gli stivali. Altro che stivali…

Il morto, per un incidente o almeno pare ritrovato in fondo a un crepaccio delle Madonie è Steve Parker, un manager milionario innamorato della Sicilia che aveva deciso di regalare alla Sicilia una diversa e più stimolante identità da promuovere sui mercati internazionali. Ma Steve non era a Castelbuono soltanto per promuovere affari e far confluire denaro nella zona. La sia idea , il suo sogno era far nascere un qualcosa in grado di regalare nuovo impulso, di creare fertile terreno per le iniziative dei giovani, insomma far scaturire una scintilla in grado di contrastare il gattopardesco siculo conservatorismo.

Pertanto aveva radunato attorno sé in una grande masseria sulle Madonie una squadra di giovani entusiasti, venuti da ogni parte per lavorare al suo progetto. Tra di loro c’è Suleima, la splendida esotica compagna di Saverio che dietro la spinta di Emma, nipote di Piccionello, ha lasciato Milano e il suo lavoro di architetto per la Sicilia. Per coloro che non sapessero chi è Emma, spiegherò volentieri che è la fantasiosa creatrice delle azzardate teeshirt e felpe dello zio.

La telefonata con singhiozzo e richiesta di aiuto di Suleima convince Lamanna a saltare in macchina e accompagnato da Piccionello traversare di corsa, si fa per dire, Palermo sotto la pioggia e nell’ora di punta per salire poi fino a Casalbuono sia per consolarla che per curiosare nella faccenda. Ma per Lamanna quella faccenda, insomma la morte dell’americano puzza strano o peggio di brutto. Lui non è affatto convinto che si tratti di incidente. E comincia a ficcare il naso alla sua maniera. E meno male che a sua protezione e supporto in quei giorni in vacanza sulla Madonie c’è anche il suo fedele e protettivo amico, il vice questore Randone.

Parker è precipitatoda una curva di una strada secondaria, in una punto che sembra quasi un belvedere che si affaccia sulla vallata. Ma non si sa come, e perché fosse là. Nella sua agenda risulta un appuntamento, ma dove? Per Lamanna tante cose non tornano, c’è abbastanza per sospettare. Intanto il fatto che la fuoristrada del morto è stata ritrovata in paese a ben dieci chilometri dal luogo in cui è stato rinvenuto il suo cadavere, non quadra proprio.

Risulta poi che Parker trattava di persona con due personaggi locali, il vecchio e potente pastore don Cesare, solite radici locali e l’ influente imprenditore Nicodemo, in odore di mafia faccendiera. Di cosa trattava e perché? Possibile che nascondesse qualcosa, oppure che qualcuno volesse fermarlo?

Ma e soprattutto Lamanna si troverà alla fine di fronte a un interrogativo tutto speciale?

È possibile creare in Sicilia, un laboratorio sociale che veda i giovani in veste di protagonisti e in grado di darsi da fare e contribuire allo sviluppo della regione ? È mai possibile al giorno d’oggi per un giovane del sud poter restare nella sua regione di origine, portando avanti con orgoglio la propria carriera professionale? Ma e soprattutto è ancora possibile un dialogo tra generazioni? O chi ormai è arrivato si chiude a riccio proteggendosi strenuamente dall’assalto delle nuove leve?

E dunque non era l’ottimismo giovanile a mirare in alto in questa storia ma l’innato e cieco ottimismo degli americani. Di Steve Parker, lui l’idealista, l’indispensabile vittima da immolare come ogni giallo che si rispetti, ma stavolta sull’altare del millenario disfattismo siculo.

Ci sono stati anni, se ricordo bene in cui stare in Sicilia, pareva diverso. Un’altra cosa. Si parlava tanto di futuro, di sviluppo… Ma…Erano mi pare gli anni sessanta, settanta. E di quale futuro e di quale sviluppo? E oggi? Mah? Il conflitto generazionale esiste veramente oppure come dice giustamente Savatteri: «…la storia di giovani contro vecchi è una stronzata. Siamo uomini e donne. Non esistono generazioni perdute o ritrovate. Siamo nel nostro tempo. Certi momenti ci incontriamo, facciamo un pezzo di strada assieme e poi proseguiamo per la nostra strada».

Giovani, meno giovani e vecchi forse. Perché no? Ma come?

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“L’inverno della fame” di Harald Gilbers (Emons Gialli tedeschi)

Sul comodino della Rambaldi

Harald Gilbers – Monaco di Baviera – prima di diventare regista teatrale ha lavorato per la televisione. I suoi  romanzi:  I figli di Odino, Atto finale e La lista nera, con protagonista il commissario Oppenheimer, hanno ottenuto premi prestigiosi e sono tradotti in otto lingue.

“Oppenheimer inarcò le sopracciglia. “Si è buttato di sotto?”

“Bé, di certo non è morto per avvelenamento da funghi” ridacchiò Ziehm.

Oppenheimer si sforzò di sorridere. In realtà il numero delle persone morte per avvelenamento da funghi era drasticamente salito negli ultimi tempi. Data la difficile situazione alimentare, in tanti cercavano di approvvigionarsi direttamente dalla natura per avere qualcosa in più da mangiare, e ovviamente c’erano anche diversi commercianti senza scrupoli che al mercato nero vendevano qualsiasi tipo di funghi…

“Tornando seri”, proseguì Ziehm “pare che nessuno l’abbia visto sulla piattaforma panoramica della torre. È caduto dal cielo all’improvviso e si è schiantato sul marciapiede.”

Ursula Hinze osserva il cadavere raggomitolato nel suo salotto. Il marito col coltello insanguinato in mano tenta di tranquillizzarla con un andrà tutto bene, ma quello che ha sempre considerato la sua anima gemella le appare di colpo estraneo.

Nel novembre del 1947, agli albori di quella che Churchill avrebbe chiamato la cortina di ferro, mentre gli alleati si spartiscono Berlino,  il commissario Oppenheimer della squadra omicidi riceve una chiamata urgente  dal quartiere Treptow.

Durante la notte il signor Hinze ha ucciso un ladro che si era insinuato nel suo appartamento. Dice che l’ha fatto per autodifesa.

Nell’atrio del palazzo si sono radunati una dozzina di inquilini richiamati dai rumori.

Oppenheimer giunge sul posto con  Wenzel. La finestra ha i vetri rotti. I vicini  sentendo rumori di lotta nell’appartamento hanno chiamato i soccorsi coi fischietti. Il signor Hinze, ferito, viene portato via dall’ambulanza.  Il morto giace su un lenzuolo. Indossa una vecchia divisa militare a cui sono state strappate le decorazioni. Ha un aspetto curato. Era un soldato che tornava a casa?

Qualcosa  nella versione della signora Hinze non convince. I soccorritori per entrare hanno dovuto abbattere la porta chiusa a chiave. Perché gli Hinze non aprivano?

I  poliziotti rilevano le impronte. La finestra rotta lascia perplessi, visto che  non ci sono vetri sugli abiti del morto. Poi sono stati cancellati i segni sulla scala e non ci sono impronte sul terreno circostante. Impossibile arrivare alla scala senza lasciare impronte. Com’è entrato il morto?

Gli Hinze mentono. Ma perché?

Il giorno prima i vicini hanno visto un tizio somigliante alla vittima chiedere informazioni sulla sig.ra Hinze. Di sicuro la conosceva. Ma lei nega. Eppure sul coltello ci sono anche le sue impronte.

Gli Hinze hanno simulato? E chi è la vittima?

La stupidità non è un reato,  ma di sicuro i due coniugi non hanno messo in atto una buona strategia.

Intanto il commissario Hillhardt  è alle prese con lo strano suicidio di un borseggiatore, precipitato dalla torre radio, con un cappotto imbottito di passaporti e visti contraffatti. Il cadavere sembra caduto dal cielo. Nessuno l’ha visto sulla piattaforma che oltretutto è protetta da inferriate. I due casi saranno inesorabilmente destinati ad intrecciarsi.   

A inizio romanzo, come nei migliori  film, c’è la presentazione dei singoli personaggi che ogni volta agevola  il lettore. Un metodo che dovrebbero adottare tanti romanzi nordici che hanno spesso nomi lunghi,  complicatssimi, a volte simili,  che ogni tanto  ti fanno esclamare: e questo chi è?

Ma  non è sicuramente il caso di Harald Gilbers, limpido e scorrevole nella sua trama solida ottimamente tradotta da Angela Ricci.  Paola Rambaldi

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“Come una guerra” di Nicolas Mathieu (Marsilio Farfalle)

Sul comodino della Rambaldi

Nicolas Mathieu – Nancy – Dopo aver studiato storia e cinema si è trasferito a Parigi dove ha svolto i mestieri più disparati, quasi tutti mai retribuiti. Il suo secondo romanzo E i figli dopo di loro (Marsilio 2019) è stato tradotto in più di 20 paesi. la sua opera d’esordio Come una guerra  ha ispirato una nota serie TV.

 “Merda, pensò Martel prima di aprire la portiera. Il giaccone si inzuppò nell’istante stesso in cui scendeva dall’auto, e ben presto anche i jeans e i piedi. L’acqua gli scorreva in abbondanza sulla faccia. Lui faceva il possibile per tenere coperto il cellulare.

“Soddisfatti?”

“Va bene. E quanto sei alto?” chiese la voce.

“Che significano queste stronzate?” E poiché l’altro taceva, glielo disse: “Uno e novantacinque.”

“Mica male. Sembri in forma.” Una Golf bianca sbandò e lo schizzò dalla testa ai piedi.

“Mi servono i soldi.”

“Sì sì, l’abbiamo capito. E abbiamo qualcosa per te. Anzi, caschi a fagiolo, non sempre si trova gente come te da queste parti.”.

Come una guerra è un noir sulla crisi economica, che racconta di disperati e disperazione. Una storia mai così attuale come in questi giorni dove l’incertezza la fa da padrona.

Nella Francia dei Vosgi, Martel è un sindacalista dal passato difficile. È  stato un pessimo figlio perennemente a corto di soldi. Li ha sempre spesi senza riflettere. Da piccolo il padre lo prendeva a sberle perché spendeva in modo sconsiderato. Qualsiasi fosse la cifra se la sputtanava nel giro di poche ore senza rifletterci. I genitori speravano che aggiustasse il tiro guadagnandoli col sudore della  fronte, ma le cose non cambiarono mai, anzi. Martel ha  le mani bucate.

La madre l’ha avuto tardi e ogni volta che faceva  il cretino lo difendeva dal padre manesco nascondendone le  mancanze.  E questo Martel non l’ha dimenticato. Quando lei si ammala di Alzheimer l’accudisce personalmente fin che può, prima di  ricoverarla in una clinica  costosa, creando velocemente una voragine nel suo conto corrente.

Martel è pieno di tatuaggi e di bell’aspetto e con le ragazze ha vita facile. Le  vizia. Sa essere dolce e complimentoso. A volte  anche crudele. E quando la fabbrica entra in crisi, il suo amico Bruce,  cocainomane, ex body builder  che non ha mai smesso di prendere steroidi,  gli trova un lavoro da buttafuori  ai concerti.  Ma  nemmeno quei  soldi  bastano a sanare i  debiti.  

Entrambi disperati e senza più niente da perdere, escogitano di  rapire una giovane prostituta per  rivenderla alla malavita. Sono due superficiali  convinti che  bastino una Colt 45 e un rifugio in campagna per svoltare, e non sanno ancora che  così facendo si metteranno contro  un pericoloso clan malavitoso della zona.  

Rita è un’ispettrice del lavoro, non bella ma affascinante, che si batte fino in fondo per i diritti dei lavoratori.  Ha avuto una relazione di cinque anni con Laurent con cui voleva fare un figlio.  Quando  lo lascia svanisce l’idea di avere dei figli.

Rita è l’unico personaggio positivo di questa storia ed è destinata a incontrare Martel. Il che non sarà per forza un bene.

Da lì in poi niente filerà liscio e le  cose prenderanno una brutta piega…

Dopo il successo del romanzo E i figli dopo di loro, con cui Nicolas Mathieu ha vinto il prestigioso Premio Goncourt, Marsilio pubblica la sua opera prima tradotta dalla brava Margherita Botto. Un romanzo ruvido e mai banale, spesso spiazzante,  con situazioni crude e realistiche che ti tengono sulla corda  fino alla fine per sapere dove andrà a parare la storia.

Un autore interessante da tener d’occhio. La collana Marsilio Farfalle colleziona sempre belle sorprese.

Paola Rambaldi

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“Forbici” di Maddalena Beda (La Gru)

Forbici - Edizioni La Gru

Recensione di Marco A. Piva

Fabio è stato un bambino debole e delicato; non amava giocare con gli altri bambini, la sua attività preferita era ritagliare. I suoi genitori lo proteggevano contro un mondo che ritenevano “malvagio”, e lui era soddisfatto così. Oggi, Fabio è in ospedale, alimentato da cannule, un uomo di altezza sopra la media pesante non più di 35 chili. Cosa è successo per causare questa situazione, cos’ha Fabio? E soprattutto, ha continuato a usare le sue amate forbici per tutta la vita?

“Forbici” è un libro breve, di una sessantina di pagine scarse; si legge in fretta. Ma quello che richiede tempo è digerire il pugno sullo stomaco che l’autrice ha voluto rifilarci nelle sue pagine.

Maddalena Beda ci porta nella vita di Fabio, dietro ai suoi occhi, con l’abilità narrativa e la fluidità di scrittura di un’autrice esperta. E non sono solo le parole a mostrarci i cambiamenti nel suo atteggiamento, nelle sue sensazioni, nel suo essere; aiutano anche cambi di font, variazioni nella composizione della pagina, parole spezzate o al contrario unite tra loro, frasi tutte maiuscole, pagine semivuote.

In certi passaggi, questo racconto lungo (o romanzo breve?) si trasforma quasi in una poesia in prosa, piena di dolore e di dubbi.

Sicuramente un esperimento narrativo coraggioso da parte di quest’autrice, un tentativo riuscito di tirare una staffilata al lettore, che dopo aver letto “Forbici” non può non spendere tempo a rifletterci, a capire e a capirsi.

Un libriccino piccolo, breve, ma una storia davvero incisiva, sferzante.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento