Per Solferino

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Per DeAgostini Ragazzi

Un libro scritto a 4 mani da una mamma e da suo figlio, per raccontare le difficoltà di chi viene escluso ma anche la magia del mito: in questo caso Vince, il piccolo protagonista, si ritroverà nella Creta del Minotauro.

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“La casa del tè” di Valerio Principessa (Feltrinelli)

Recensione di Linda Cester

Hana wa sakuragi, hito wa bushi. Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero. Me l’hai detto tu, no? I fiori cadono come cade un samurai. Sbocciare e morire sono parte del gioco. Peccato che nessuno venga mai a chiederci se abbiamo voglia di giocare. La vita ti butta in mezzo e buonanotte. Crescere significa anche veder andar via.”

Gabriel è un ragazzo riflessivo a cui piacciono le parole, sopratutto quelle straniere che paiono intraducibili come Wabi sabi, che in giapponese rappresenta “l’autenticità dell’imperfezione, l’eleganza del difetto”, o l’aborigeno Kanyaininpa che descrive “un certo tipo di abbraccio, l’atto di stringere a sé una persona per fornirle protezione, guida, amore, per prendersene cura”. Quando la nonna Berta muore, Gabriel, solo al mondo, trova rifugio in un quartiere storico di Roma, nella casa affidataria della signora Michiko, donna giapponese dai modi garbati che accoglie altri ragazzi come lui. Chiara, Leo, Amina, Greta e Scar, ognuno con la sua storia e le sue peculiarità, iniziano, insieme all’anziano vicino Bernard, a far parte della nuova vita di Gabriel, tutti riuniti intorno a Michiko, capace di sondare i dolori dell’anima davanti a una tazza di tè. Finché un giorno un avvenimento improvviso spezzerà la già fragile armonia, rinnovando un dolore appena sopito, che si rivelerà però inaspettatamente occasione per guardarsi dentro fino in fondo, entrare in contatto e in relazione con l’altro e soprattutto con se stessi, alla ricerca di quel senso di famiglia e di protezione che consente di crescere e maturare fino in fondo.

La casa del tè di Valerio Principessa è un romanzo delicato, scritto con grazia, che avvolge il lettore fin dalle prime pagine svelando un protagonista cui è impossibile non affezionarsi. Gabriel è un ragazzo schivo, riflessivo, che guarda il mondo attraverso uno sguardo attento, sempre discreto, lo sguardo di chi ha conosciuto lo smarrimento senza però esserci mai entrato in relazione fino in fondo, muovendosi con la lentezza di un bradipo nella convinzione di poter schivare il dolore, senza sbatterci contro, un “amante delle fughe da se stesso”.

Sarà proprio nella convivenza con gli abitanti della curiosa casa affidataria – dove le scarpe vanno lasciate all’ingresso affinché anche i problemi restino fuori “per quanto possano attaccarsi alle caviglie” e appena arrivati si deve lasciare qualcosa nel cesto all’ingresso dove “puoi mettere ciò che eri e non sarai mai più”-, che Gabriel inizierà un percorso di maturazione importante, attraverso il quale imparerà che solo dal contatto e dalla condivisione è possibile davvero crescere, rivelando agli altri e soprattutto a se stessi le ferite più dolorose.

(la recensione prosegue a p.2)

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Le invisibili (NeroRizzoli)

4 autrici, 4 racconti di dark lady:

GENISI – OLIVA – VENEZIA – VERASANI

Dal 12 luglio nelle librerie e negli store

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“Un odore di Toscano” di Roberto Perrone (HarperCollins)                                    

Sul comodino della Rambaldi

Roberto Perrone – dopo una vita da inviato per il Corriere della Sera scrive ancora per giornali, riviste e siti web di svariati argomenti. Come narratore ha affrontato tutti i generi letterari, dai romanzi che prendevano spunto dal calcio a quelli d’amore e di cucina, dai libri per ragazzi alle biografie per poi approdare al noir. Dopo la trilogia di Annibale Canessa edita da Rizzoli ha creato un nuovo personaggio per HarperCollins. Questo è l’inizio.

“Scusi dottore ma perché fa tutte queste soste al mare?”

Lui, il dottore, si accese il terzo mezzo toscano della giornata.

“Diciamo che io e il mare abbiamo qualcosa da discutere.” Aveva risposto gentilmente, ma loro non avevano capito che cazzo volesse dire. Era chiaro, però, che non aveva voglia di approfondire ulteriormente. Un altro allora buttò lì: “C’è ancora caldo, si può fare il bagno. Avessimo i costumi. Lei che va così spesso al mare ce l’avrà. Se vuole…”. Lo scortato fece un sospiro. “Io il bagno non lo faccio mai. Non mi piace. L’acqua quasi sempre è sporca, e poi la sabbia, le pietre, il sole, il sale, i piedi che si scottano, due balle. Mi piacciono le piscine, quelle poco frequentate.” E si alzò confermando che la prima impressione è quella che conta: era strano forte.”

Riserva naturale di Vanzago – 15 chilometri a ovest di Milano – È notte,  fa caldo, e il vice questore Leone De Castris  sta correndo nel bosco. È  un poliziotto anomalo che non porta mai  con sé la Beretta 92FS, chiusa in un cassetto della questura. Non  la porta perché è fermamente convinto che  se vogliono ammazzarlo trovino comunque il modo, anche se non avrebbe mai pensato che volessero ammazzarlo sul serio.  Ha dato fiducia a chi l’ha tradito. Avrebbe dovuto informare i suoi superiori di quello che aveva scoperto.  Purtroppo il  tizio che ha messo alle strette ha avvisato i  suoi complici che ora lo vogliono morto. Quando ha capito è fuggito nel bosco e  spera  ancora che la sua passione  per la maratona possa salvarlo. È  riuscito a distanziare il nemico come Dustin Hoffman ne Il maratoneta.  Ma esser magro, muscoloso e infaticabile non basta quando ti sei messo in trappola da solo. Una  pallottola alla  tibia fermerà per sempre la sua corsa  e uno sparo all’occhio gli darà il colpo di grazia.

Il poliziotto Attilio  Toscano è un cinquantenne massiccio e piacente con la passione per i sigari,  le moto,  il buon cibo, il mare e  le battute. Odia chi si prende troppo sul serio. Vive  a Scilla a 23 km da Reggio Calabria. Un passato doloroso  lo lega al mare e cerca di tornarci ogni volta che può. Un mare con cui è in conflitto da una vita e con cui dovrebbe cercare di far pace.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Nero Wolfe.  Giù il sipario” di Robert Goldsborough (Giallo Mondadori)

Recensione di Patrizia Debicke

Come gli altri romanzi di Robert Goldsborough, noto soprattutto per aver continuato, con l’autorizzazione degli eredi di Rex Stout,  la quarantennale saga del grande investigatore, anche leggendo  “Nero Wolfe. Giù il sipario”, tradotto in italiano da Mauro Buoncompagni, si prova  la sensazione di calarsi  di nuovo  nella suggestive atmosfere di Stout, ritrovando  tutti i suoi  personaggi ..

Quando Roy Breckenridge, famoso regista teatrale newyorkese si rende conto che qualcosa non va come dovrebbe  durante le rappresentazioni di Morte a Cresthaven, opera in cartellone a Broadway, da lui prodotta e diretta, si preoccupa e cerca di contattare e sollecitare  l’aiuto di  Nero Wolfe.
Per sua fortuna il più forte  finanziatore della messa in scena, Lewis Hewitt , ricchissimo multimilionario  americano con vasta tenuta a Log Island, oltre a essere,  come il “florido” e infallibile detective,  tra i massimi collezionisti mondiali di orchidee è anche un suo buon amico. Uno tra i pochissimi  ammessi di frequente a tavola nella stanza da pranzo della vecchia casa di arenaria della Trentacinquesima Strada Ovest,  per gustare i manicaretti di Fritz, l’impareggiabile cuoco svizzero.
Ora è cosa risaputa che l’amore per il lavoro di Nero Wolfe è vicino allo zero. Solo quando il livello dei suoi conti in banca cala al punto da destare qualche preoccupazione, il corpulento genio accetta di malavoglia  di impegnarsi in una nuova indagine. Ma, dopo aver brillantemente risolto un caso di falso in opera d’arte, con le casse ancora piene di dollari, per mesi si è arroccato e  messo in vacanza, dedicandosi solo alle diecimila orchidee della sua serra e ai pasti da gourmet preparati dal suo cuoco. Non accetta telefonate, si nega a tutti.   
Solo qualcosa di  veramente eccezionale, di impagabile insomma,  potrebbe riuscire  ad estrarlo dalla sua languida e pigra apatia. E poi che dire? Insomma Nero Wolfe normalmente non accetterebbe certo un’indagine diciamo praticamente al buio,  basata solo su malevole e impalpabili sensazione.
Ciò nondimeno,  quando  Lewis Hewitt  gli fa balenare la prospettiva di pagarlo con  ben tre esemplari  di un’orchidea molto rara, la  Grammangis spectabilis, provenienti dal Madagascar, in cambio dei suoi preziosi servizi, Wolfe cede alla tentazione  e accetta  di ricevere Roy Breckenridge, produttore teatrale di successo.  

(la recensione prosegue a p.2)

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“Io sono l’indiano” di Antonio Fusco  (Rizzoli)                      

Sul comodino della Rambaldi

Antonio Fusco – Napoli – Funzionario della Polizia di Stato e criminologo forense, vive e lavora in Toscana ed è autore della fortunata serie del commissario Casabona.

“Nonostante il mare lo cullasse come una mamma fa con i figli, faticava ad addormentarsi. Era ancora in dormiveglia quando sentì un lieve rumore provenire dall’esterno. In un primo momento, si immaginò Lorena che cercava di entrare sottocoperta,  e lasciò correre. Dopo qualche secondo, accadde di nuovo. Impugnò la Beretta 92 SF che teneva sempre a portata di mano, si avvicinò a uno degli oblò, senza accendere la luce, e vide la sagoma di una persona che armeggiava nel buio intorno alla sua moto parcheggiata sulla banchina. Cercando di fare meno rumore possibile, uscì passando dallo sportello di prua. Avvicinandosi, si rese conto che si trattava di un giovane che era riuscito a staccare il casco dal moschettone dove era stato ancorato. Gli arrivò vicino senza che se ne accorgesse.”

Quando mi affeziono a un personaggio fatico  a staccarmene e quando si parla di Antonio Fusco  rimango  legata al suo Casabona de Alla fine del viaggio. Poi arriva Massimo Valeri, l’Indiano, l’ispettore solitario, taciturno, insofferente alle gerarchie e alle ingiustizie, appassionato di musica rock.  Il poliziotto dai tratti somatici ereditati dalla madre circense di origine sinti, che vive in una barca ormeggiata nel porto turistico di Roma, legato alla su moto Guzzi California EV e alla  sua gatta Lorena. E non ho potuto non amarlo.

L’Indiano ha ereditato il cabinato di dieci metri del padre adottivo e conduce una vita da zingaro. La  barca è costosa da manutenere e scomoda per viverci, ma ha il vantaggio di impedire alle donne di piantarci le tende, visto che  manca lo spazio per tenere abiti e scarpe. Dopo la delusione per la storica fidanzata Julia, che si è messa col suo migliore amico, Valeri, preferisce  tenersi lontano da relazioni stabili e ha scelto di andarsene lontano abbandonando giurisprudenza e tutti i progetti fatti col   grande amore della sua vita.

Capelli  lunghi legati in una coda, l’avevamo conosciuto in Quando volevamo fermare il mondo, nei tragici giorni del G8 a Genova e lo ritroviamo a Roma alle prese con un intricato caso da risolvere. Da  una settimana,  Zula, una bella eritrea di 22 anni, staziona davanti al commissariato del XVII Distretto per chiedere giustizia per il promesso sposo Jemal, di cui si sono perse le tracce.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Ho un fuoco nel cassetto” di Francesca Cavallo (Salani Editore)

di Linda Cester

“Per me la libertà è come il fuoco. Mi fa pensare a tutte le cose che vorrei bruciare, incenerire. Prima di tutto i portoni, i recinti, le cancellate, le finestre e perfino le mura di cinta di quella prigione in cui sono nata. Sono una donna. Sono una queer. Sono lesbica. Aspettative, stereotipi, censure, luoghi comuni, abusi segnano i confini di una prigione invisibile, un carcere di massima sicurezza dal quale evadere è terribilmente difficile. Forse è per questo che il fuoco mi è sempre sembrato l’unico modo.”

Ho un fuoco nel cassetto di Francesca Cavallo, pubblicato da Salani Editore, non è solo l’autobiografia di un’artista, scrittrice, attivista e imprenditrice di successo – co-fondatrice della startup Timbuktu Labs con cui ha pubblicato la serie Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli, premiata con il Publisher’s Weekly StarWatch Award a New York e fondatrice di una seconda società, Undercats -, ma è la storia di una donna straordinaria, un viaggio emozionante, intimo, tra le pieghe di una personalità dalle mille sfumature, meravigliosa per la vivacità dei colori che la compongono.

Francesca Cavallo consegna infatti al lettore una storia stupenda, potente e bellissima, che lascia un segno profondo, entusiasma e fa riflettere, commuove e fa ragionare. Un viaggio alla continua scoperta di sé, che parte da Lizzano, piccolo paese della Puglia, con le sue bellezze e le sue criticità, dove fuori di casa il mondo non è per niente facile, con la discarica, la Mafia, un mondo di uomini in cui le donne sono spesso isolate, prive di sbocchi personali e professionali, e dove il “diverso” va additato, rilevato, analizzato, corretto. Con la grazia e la passione che la contraddistinguono Francesca Cavallo si rivela così in tutta la sua forza e le sue fragilità, prendendo per mano il lettore che fin da subito comprende ed entra in relazione con quella bambina, poi adolescente, ne sente l’energia, la rabbia, la voglia di trovare la strada che le appartiene, e partecipa alla sua crescita individuale e sentimentale, ai suoi successi, alle prove superate, alla sua maturazione, al suo farsi donna in un mondo difficile, dove la scoperta di sé si accompagna alla composizione della propria immagine per intero e dove la consapevolezza diventa meta di un viaggio personale e professionale stupefacente.

Un percorso che passerà attraverso il teatro, la danza, l’amore, la famiglia, gli amici, una comunità cui appartenere, l’Italia con le sue meraviglie e le sue difficoltà, ma anche la California, terra delle opportunità, la Silicon Valley, Los Angeles, il mondo delle startup, la fatica, l’impegno, i sacrifici, la magia di un progetto condiviso, il successo, le scoperte, le cadute e le risalite. Tanti i momenti che emozionano, tante le pagine che fanno riflettere. Tanti anche i temi che Francesca Cavallo affronta con coraggio e grande sensibilità – femminismo, razzismo, inclusione, discriminazioni di genere, diritti LGBTQIA+ -, trasmettendo al lettore l’urgenza, la necessità viscerale di abbattere quei muri, quei recinti, di dar fuoco a quelle barriere soffocanti che impediscono una vita autentica, libera.

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“Delovery” di Maria Dorigatti, (BookTribu)

Recensione di Raffaella Tamba

Tanti i temi a raggiera che fuoriescono dal centro tematico di questo secondo romanzo di Maria Dorigatti, trentina venuta a vivere a Bologna per laurearsi in Scienze della Comunicazione: quello della denuncia dello sfruttamento dei rider da parte delle grandi catene di distribuzione di pasti a domicilio. Delovery, nome generico in inglese per “consegna” e nome proprio dell’azienda protagonista del romanzo, acquisisce il valore di simbolo di un sistema corrotto e spregiudicato che illude, inganna, sfrutta, scavalca e schiaccia chi accetta le sue condizioni di lavoro perché non ha altra possibilità di scelta.

Conosciamo il protagonista nella prima pagina del romanzo: Rocco Russo, pugliese del Gargano, trasferitosi a Bologna per frequentare l’Università e rimastoci nell’illusione di poter portare il proprio contributo professionale con impegno e onestà. Dalla prima pagina del romanzo potrebbe passare alla prima pagina di una delle riviste indipendenti che da studente aveva letto ed apprezzato per l’intraprendenza, l’audacia delle inchieste, la qualità degli articoli. Potrebbe, perchè nella prima pagina del romanzo rimane vittima di un incidente stradale mentre, in bici, sta effettuando una consegna: viene travolto da un’auto e ricoverato in ospedale in stato di incoscienza. Al risveglio dal coma farmacologico, riceve la visita di Alfredo Parri, una firma nota della rivista, che gli rivela che il suo aggressore è un alto dirigente della stessa Delovery. E’ l’occasione che aspettava, l’occasione di riscatto: denunciare lui e con lui denunciare tutti gli abusi perpetrati dall’azienda. E’ l’occasione per fare quella giustizia che ribolliva nel suo animo da tempo e che finalmente avrebbe avuto i mezzi economici per perseguire. La rivista gli avrebbe pagato infatti la riabilitazione e le spese legali. Parri si premura di avvertirlo che riceverà dalla stessa Delovery un’offerta ben più altra di quella che la rivista si è potuta faticosamente permettere. E così accade. Il giorno dopo Rocco riceve la visita del dirigente Malaguti che gli prospetta molto di più: la riabilitazione in una villa a quattro stelle, da vip, un appartamento in centro a Bologna, un’auto nuova.

Rocco è in mezzo a due fuochi. La prospettiva di sistemarsi in maniera materialmente degna ma eticamente ben più che indegna da una parte e quella di accontentarsi dei mezzi per riscattarsi, riscattare altri come lui, portare un cambiamento significativo dall’altra. E il vuoto dell’incertezza è pieno della vischiosità di rabbia mista a rancore per l’ennesimo litigio con Marina, la sua ex compagna: dopo anni felici di frequentazione ai tempi dell’università, la vita li aveva messi di fronte a principi e valori fondamentali che, per i rispettivi background, non potevano portare avanti nello stesso modo. Il carattere deciso e schietto di entrambi aveva fatto il resto, declassando le loro  aspirazioni a frustrazioni.

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La compagna Natalia di Antonia Spaliviero (Sellerio)

#grandangolo di Marco Valenti

Antonia Spaliviero (1954-2015) ha dedicato la propria vita alla scrittura per il teatro, aiutata dalla vicinanza del marito, Gabriele Vacis, autore teatrale e drammaturgo. Dopo la sua scomparsa è stato lui stesso, insieme alla figlia, a ricercare quei diari tanto cari alla moglie, convinto di trovarvi dentro l’anima della donna con cui aveva scelto di affrontare la vita. Tra i tanti l’occhio è caduto su quelli relativi agli anni della gioventù, da cui è stato tratto questo romanzo postumo edito da Sellerio, il primo stando a quanto è dato sapere fino a questo momento. È lo stesso marito infatti a dichiarare come „le storie e le persone continuano ad esistere finchè qualcuno le ascolta e le legge.”

La Spaliviero ha tenuto il diario della sua vita per tutto il tempo che le è stato concesso di restare in vita. Dapprima su carta e poi a seguire con gli strumenti che la tecnologia ci ha fornito strada facendo. Di conseguenza “La compagna Natalia” non può non risentire dell’abitudine dell’autrice a raccontare ogni istante della propria quotidianità.

Nel 1968, non avevo ancora quattordici anni, ero posseduta da principi esclusivi, accecanti, non potevano esisterne altri, e se esistevano erano lontani. Almeno quanto era lontana Torino da Settimo Torinese, la cintura in cui vivevo. Torino era la metropoli con i licei, l’università, i musei, i teatri e i grandi giornali… Con gli eskimo e le sciarpe rosse… Con il furore del mutamento. Io ero impegnata a modellare me stessa, con un formalismo così serioso che il più delle volte mi bastava enunciarli, quei principi, per vederli volare alti. Così, la notte dell’ultimo dell’anno del 1968, col quaderno appoggiato al davanzale della finestra per prendere l’ultimo calore del termosifone che si spegneva alle dieci, e sfruttando la luce che entrava dal lampione sulla strada, scrivevo: e qui comincia La compagna Natalia”.

Siamo a cavallo tra i sessanta e i settanta, a Settimo Torinese, periferia del capoluogo piemontese all’ombra delle grandi fabbriche industriali, in un comprensorio sociale in cui gravitano gli emigranti che dal Sud hanno dovuto spostarsi in cerca di un lavoro. Non ci sono grandi prospettive per i giovani in quel contesto, soprattutto per le ragazze e la Scuola di Avviamento Professionalle sembra essere l’unica strada per provare a dare un senso ad un’esistenza che altrimenti rischia di deragliare troppo presto. Non saranno infatti pochi quelli che negli anni immediatamente seguenti finiranno per essere travolti da scelte tanto avventate quanto sbagliate.

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“Nel nero degli abissi. Un’indagine per i cinque di Monteverde” di Francois Morlupi (Salani editore)

La libreria di Gabriella

Ancora una volta Francoise Morlupi, con il suo ultimo libro “Nel nero degli abissi. Un’indagine per i cinque di Monteverde” edito da Salani, è riuscito a coinvolgerci ed a farci immergere in maniera totale nella realtà di Roma e nei più intimi sistemi che caratterizzano la vita dei commissariati. I cinque di Monteverde sono tornati in azione. Questa volta sono invischiati in una storia molto losca ed intricata che il commissario Ansaldi riesce a gestire in maniera eccellente ed impeccabile, muovendosi con maestria tra le sue molteplici ansie e perplessità. Si può sicuramente notare, durante la lettura, che questa è l’opera della maturazione di Morlupi come scrittore, maturazione che finirà per coinvolgere anche i personaggi della sua opera. Tutta la squadra, infatti è maturata, diversa da come li avevamo conosciuti; sono messe in luce, durante la lettura, tutte le loro realtà e le loro situazioni personali e professionali. Molto ci viene raccontato dei cinque di Monteverde che ci vengono appunto presentati in tutta la loro umanità.

Morlupi, italo-francese con un lavoro in ambito informatico nella scuola, ci racconta, in questa sua ultima opera, di un omicidio commesso a Villa Pamphilj in una gelida mattina di Gennaio. Un omicidio che capita nel momento meno opportuno e cioè quello del vertice politico internazionale, il Consilium, che coinvolge vari stati europei e che vede protagonisti i vari commissariati di Roma. Questo Consilium e l’omicidio a Villa Pamphilj sconvolgono la vita tranquilla del commissario Ansaldi e della sua squadra che si vedranno catapultati in una delle settimane più difficili e complesse degli ultimi anni. La risoluzione del caso in questa circostanza risulta molto difficile e l’autore riesce a tenerci in suspance fino alla fine e sembra veramente che questa volta non si riesca a venirne a capo. Addirittura il lettore ha la sensazione che i cinque di Monteverde abbiano miseramente fallito ma i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo. “Afferrò il cellulare e chiamò Simona, doveva aver terminato anche lei. Amava la sua amicizia silenziosa, mai una parola fuori posto, mai una domanda sul suo passato, mai un giudizio sprezzante. Vivere alla giornata senza troppi rimpianti e rimorsi. La compagnia perfetta per un emarginato della società come lui. Selezionò il contatto della rubrica ed effettuò la chiamata. Al nono squillo scattò la segreteria. Forse era ancora impegnata con il cliente di turno. (….) Scansò l’ultima frasca, innervosito. Rimase pietrificato. Il cervello si rifiutava di elaborare ciò che gli occhi registravano davanti a loro. Poi, dopo lunghi istanti, si scosse da quel torpore. Girò su se stesso e corse via più veloce che poté, scavalcando le siepi con poche falcate.” 

Quest’opera la si può considerare anche molto psicologica perché durante la lettura si nota che, in maniera brillante e molto chiara, vengono messe a nudo le varie personalità dei cinque di Monteverde e del commissario stesso, molto più in profondità rispetto alla precedente opera di Morlupi. Questo approccio ci ha dato la possibilità di conoscere meglio i singoli membri della squadra. Soprattutto  del commissario, l’autore ci delizia con delle brillanti descrizioni:

“Il commissario Ansaldi si sistemò la cravatta per l’ottava volta, osservandosi lungamente allo specchio. La striscia di tessuto gli sembrava cadere sempre asimmetrica rispetto al torace, magari soltanto di poco, non ottenendo affatto il risultato sperato. La perfezione, ecco cosa avrebbe voluto, ma non ci riusciva mai. (…) Durante la notte, per fortuna, l’ansia si era eclissata , ma adesso cominciava a risvegliarsi dal torpore. La sentiva, eccome se la sentiva. A breve avrebbe preso il controllo, diventando il pilota della sua mente….”

Brillanti descrizioni che, appunto come detto, non risparmiano nessuno nel commissariato di Monteverde, all’interno del quale impariamo a conoscere anche dei nuovi personaggi.

La storia raccontataci dall’autore ci tiene con il fiato sospeso fino alla fine ma il lettore non ne rimane assolutamente deluso e pagina dopo pagina la sorpresa di quello che viene fuori rende il lettore soddisfatto in pieno.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Sotto il segno del Covid” AA.VV. (Bertoni Editore)                                          

Sul comodino della Rambaldi

Una raccolta di 101 racconti sul Covid 19 nata da un concorso per adolescenti del 2021. Curata da Ivana Donati, Presidente dell’associazione FulmineaMente, e con introduzioni delle giornaliste: Ritanna Armeni e Adriana Pannitteri.

“Nel principio del cammin di nostra vita mi ritrovai in una pandemia oscura. Giorni lieti e leggiadri accompagnavano la mia crescita. L’entusiasmo vivo del mio primo anno di scuola superiore, la prima gita scolastica invernale sulla neve, le scampagnate nel fine settimana. La vita scorreva felice naturale. Nessuno  avrebbe mai immaginato il mostro che era in agguato. I principali telegiornali parlavano del virus che si stava diffondendo in Cina, ma noi, come sempre, credevamo fosse un problema non nostro, un problema degli altri. Impossibile l’arrivo in Italia nel nostro Bel Paese, nella patria del benessere. Invece no. L’onda d’urto ci ha investito con tutta la sua forza. Caro Covid 19, fermati e sparisci per sempre!”

Ai primi di febbraio 2020, su social e telegiornali, si parla solo della fuga di Bugo dal palco di Sanremo, dopo che Morgan  gli ha modificato la canzone Sincero. Si ride di gusto per questa e altre stupidaggini e siamo ancora  spensierati.  Certo tra le notizie di minor conto in TV c’è anche quella di un virus cinese a cui nessuno dà peso, perché è un problema che non ci riguarda. Ma se fino ai primi del 2020 abbiamo  vissuto nell’idea che il meglio debba ancora venire e che le cose, andando avanti, non possano che migliorare, ci sbagliamo di grosso. Le cose da un certo punto in poi precipitano e il benessere, che davamo per assodato, viene improvvisamente a mancare.

Di tante cose che immaginavo, nelle mie pessimistiche previsioni sul futuro, avevo  messo in conto perfino una terza guerra mondiale, ma una pandemia con mascherine obbligatorie e relativa prigionia in casa non mi sarebbe mai venuta in mente. Così come non avrei mai immaginato: i  cartelli con Andrà tutto bene, le canzoni dai balconi, i bisogni dei cani come unica scusa per uscire (in questi casi se hai solo dei gatti sei finito), le uscite con  autocertificazione per spesa e farmacia,  cinema, teatri e ristoranti chiusi.

Vietato uscire!

(la recensione prosegue a p.2)

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