IL VIAGGIO MITICO

con disegni di Claudia Plescia

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La riscrittura del mito e le donne

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4 racconti PER NERORIZZOLI…

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Da oggi col Corriere della Sera

Per a collana diretta da Carlo Lucarelli, Le Spose Sepolte di Marilù Oliva

IN TUTTE LE EDICOLE

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40 secondi Willy Monteiro Duarte: La luce del coraggio e il buio della violenza (Baldini+Castoldi)

di Gabriele Basilica

Federica Angeli nota giornalista di Repubblica di cronaca nera e giudiziaria  (famose le sue inchieste sulla mafia romana )  torna nelle librerie per Baldini+Castoldi con il libro  “40 secondi Willy Monteiro Duarte: La luce del coraggio e il buio della violenza” e ripercorre con uno stile asciutto e puntuale la storia di Willy ucciso a botte a Colleferro, vicino Roma, nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, solo per aver tentato di difendere un amico.

“La normalità avrebbe un sapore inebriante se solo ce ne rendessimo conto nel momento in cui la viviamo e non quando accede qualcosa che cambia per sempre il sentiero della vita proiettandoci in un nuova normalità”.

La giornalista, per inquadrare al meglio la storia, introduce uno ad uno tutti i protagonisti di questa terribile vicenda:

Willy Monterio Duarte “un ragazzo di ventun anni..alle superiori aveva scelto l’Alberghiero di Fiuggi perché da sempre il suo sogno era fare il cuoco”, i gemelli Marco e Gabriele Bianchi “…ma nei fratelli Bianchi il concetto che per essere il meglio uno deve essere superiore, rispettato, uno che quando dice una parola gli altri devono stare zitti, sembra aver preso troppo piede”, Mario Pincarelli “Faccio il pontarolo, i ponteggi per gli esterni dei palazzi. Allora io dico, no? Uno lavora tutto il giorno per cinque giorni alla settimana e quando arriva il sabato..tutta vitaa”, Francesco Belleggia, Michele Cerquozzi, Omar Sabbani e la comitiva colleferriana composta da Federico Zurma, Alessandro Rosati, Azzurra Biasotti, Ludovica Del Ferraro, Rebecca Franco, Cristiano Romani, Leonardo Mosetti, Valerio Ceci, Massimiliano Pierantoni e Davide Viglianti.

Ne manca uno: Federico Zurma “non vive più a Colleferro… E’ lui che scampata la rissa tra Belleggia e l’amico Rosati, per via degli apprezzamenti del poco lucido Pincarelli torna indietro per ridiscutere con il  Belleggia”; “Ed è quando il suo amico di infanzia Willy che lo nota discutere con Belleggia” che si ferma per controllare che tutto vada bene che ha inizio “la discesa verso l’inferno..E’ per Federico che Willy si ferma e si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Un libro ben strutturato che alterna il racconto oggettivo della vicenda, che si innesca per un motivo banale –la frase “Ah bellee” rivolta da Pincarelli ad Azzurra Biasotti, il fidanzato Alessandro Rosati che si innervosisce, la successiva discussione, la stretta di mano del  chiarimento avvenuto; poi l’evento inaspettato di Federico Zurma con Belleggia che si rivolge a lui “Ma che cazzo guardi tu?” e gli rifila un “ cazzotto in faccia e cade dalle scale”, con gli atti processuali, le testimonianze delle persone, le perizie e gli esami necroscopici.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Mistero Caravaggio” di Annalisa Stancanelli (Mursia)

Recensione di Raffaella Tamba

Un thriller mozzafiato dedicato ad uno dei personaggi più amati dall’autrice (che su di lui ha scritto anche una documentatissima e scorrevole moderna biografia) e più fervidi di suggestione. Su alcuni brani della vita di Caravaggio resistono ancora misteri che Annalisa Stancanelli ha cercato in parte di chiarire, con quanto poteva tramite le sue ricerche, e in parte di sfruttare per creare una trama avvincente: ossessione per la bellezza che tracima la razionalità, l’etica, la legge.

Il prologo introduce un elemento-chiave della storia, amore-morte, che è non solo amore per l’altro, ma, altrettanto travolgente, amore per l’arte, per la bellezza assoluta e irraggiungibile. Eva Braun sta contemplando Il ritratto di una cortigiana, che le sembra rappresentare il suo sentimento di amore profondo e nascosto per l’uomo accanto al quale ha passato la vita. Hitler sta a sua volta ammirando pensoso Il Cristo sul monte degli olivi che “gli ricordava il tradimento di Goering (…). Era un continuo monito a guardarsi le spalle”. E amore-morte nella stessa tragica ineluttabilità sono il fil rouge del romanzo nella terza ambientazione, quella dei giorni nostri che segue la storia del più famoso dei dipinti caravaggeschi perduto, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, trafugato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo.

Il primo capitolo segue come il  riflettore di una ripresa cinematografica la scena di un crepuscolo milanese: “Il chiosco di fiori affacciato sulla Darsena stava chiudendo. Sotto il ponte del Naviglio Grande i cigni annoiati giravano in tondo starnazzando. Il tramonto di una bella giornata di fine primavera lasciava nel cielo una scia rossastra con sprazzi gialli, simile a un lenzuolo di morbida seta”.  Johanna Claesen, olandese, proprietaria di una galleria d’arte nella Darsena, ha passato tutta la vita fra “soldi, viaggi, bugie, rischi” ed ora è finalmente riuscita ad ottenere per vie traverse un dipinto straordinario che rappresenta un angelo. Sa che si dice sia maledetto e porti morte a chi ne venga in possesso, “ma era un angelo di Caravaggio e non si poteva resistergli”. Era un particolare di un dipinto più grande, la Natività, trafugata mezzo secolo prima a Palermo.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Una volta è abbastanza” di Giuia Ciarapica (Rizzoli)

di Romano De Marco

Giulia Ciarapica è giornalista, scrittrice, blogger culturale, organizzatrice e curatrice di eventi  e tante altre cose che hanno a che fare con i libri e la critica letteraria. Con  “Chi dà luce rischia il buio”, edito da Rizzoli nella collana Narrativa, torna al romanzo e lo ambienta nuovamente nella sua Casette d’Ete, nelle marche, come il precedente “Una volta è abbastanza”.

Le 370 pagine ambientate nel decennio che va dalla metà degli anni sessanta a metà dei settanta, raccontano le storie della famiglia Verdini ma vivono di vita propria e non vanno necessariamente considerate parte di una saga a puntate.

Le vicende personali e familiari si intrecciano con gli eventi che hanno segnato la storia Italiana di quel decennio e ci restituiscono un romanzo convincente, corale che dosa in maniera sicura e coinvolgente le storie personali di Valentino, Giuliana, Gianna, Bianca, Maria e gli altri attraverso l’epopea imprenditoriale della famiglia che deve fronteggiare l’epoca degli scioperi e delle contestazioni, il boom economico che si contrappone alle insidie di un truffatore senza scrupoli e tante altre vicende personali e pubbliche. La tecnica narrativa è incentrata sul dialogo che l’autrice padroneggia con sicurezza e senso della misura. Le parti descrittive, quelle d’azione, i dialoghi, i flussi di coscienza, sono dosati con grande equilibrio e restituiscono una lettura piacevole, appassionante, dal grande ritmo.

Il romanzo familiare vive un periodo di successo ma è bene sottolineare che con giulia Ciarrapca siamo dalle parti di Natalia Ginzburg.Niente retorica, piuttosto alta narrativa letteraria che attraverso le vicende di una famiglia in un preciso contesto storico geografico, abbraccia temi universali che riguardano il mondo intero. La famiglia diventa un luogo di confronto fra diverse sensibilità e visioni del mondo, una sorta di palestra di vita che può tramutarsi da luogo oscuro a luogo illuminato e nel quale i fantasmi del passato convivono con la ricerca di un futuro e di una possibile collocazione di ciascuno nel mondo. E in questo senso la lettura di questo romanzo tocca corde profonde, tramutandosi in un intenso viaggio dentro se stessi. Quello che è lo scopo principale della vera letteratura.

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“I misteri di Mercurio 6 – Il fiume del tempo” di Fiore Manni e Michele Monteleone. Illustrazioni di Andrea Oberosler (Emons Edizioni)

Recensione di Linda Cester

“Si mise allora a curiosare nello studio, girando tra i tavoli ammirata. Intere pile di fogli erano dedicate solo alle zampe dei cavalli, altre a studi anatomici e alle riproduzioni di piante e alberi e altre ancora a schizzi di ali di volatili. A Nina tremarono le mani quando sfilò da un mucchio di fogli un disegno inconfondibile, un uomo nudo con quattro braccia e quattro gambe, iscritto in un cerchio e, allo stesso tempo, in un quadrato. Gli occhi della ragazza si velarono di lacrime al pensiero di avere tra le mani l’Uomo di Vitruvio.”

Interessante e divertente la serie “I misteri di Mercurio” di Emons!raga, capace di far avvicinare i più giovani al mondo dell’arte attraverso storie avventurose raccontate da alcuni fra i più talentuosi autori per ragazzi del panorama italiano. Un modo intelligente e originale per far immergere i più giovani nella cultura e nell’arte, attraverso un linguaggio moderno, spigliato, vicino a loro, senza pedanteria o banalità, ma utilizzando anche le tecnologie più recenti – come quella del QR code – che consentono al libro di diventare vera e propria esperienza, un formato cartaceo che si arricchisce di una versione audio, un libro che è anche audiolibro e che all’interno, sparsi tra le pagine, nasconde espansioni audio con approfondimenti sui personaggi. Lo smartphone o il tablet si accompagnano quindi al libro, in perfetta combinazione fra loro, consentendo un utilizzo complementare fra i vari strumenti di cui i ragazzi dispongono ormai universalmente, in un’ottica moderna di lettura come esperienza a tutto tondo.

Nel sesto episodio – scritto da Fiore Manni e Michele Monteleone e illustrato da Andrea Oberosler – i tre giovani protagonisti della serie Nina, Lorenzo e Jamal si troveranno catapultati dalle sale del Louvre dei giorni nostri, dove sono in gita con la scuola, al Rinascimento italiano, con tanto di mantelli ingombranti e scarpe scomode, per aiutare nientemeno che il grande Leonardo Da Vinci in un’impresa tutt’altro che facile.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Le ombre degli uomini” di Abir Mukherjee (Sem)

Recensione di Patrizia Debicke

Sempre con la  straordinaria traduzione di Alfredo Colitto,  torna in libreria  il pluripremiato scrittore Abir Mukherjee con una nuova indagine del capitano Sam Wyndham nell’età dell’impero anglo-indiano: “Le ombre degli uomini” ,  quinto romanzo delle avventure di Sam Wyndham e Suren, Banerjee.

Ambientato in un difficile momento storico,  nella Calcutta in fermento  del 1923, con il clima politico in  ebollizione.  il romanzo,  che sarà l’ ultimo e conclusivo episodio della serie,  costringe  Wyndham e Banerjee a inserirsi in una sfida che richiama il   Grande gioco di Kipling, con un’avventura epocale.

La storia prende il via  dalla decisione del  Capitano Sam Wyndham con il sostegno del  suo sergente indiano, Surendranath Banerjee,  di ricattare Uddam il Leone, boss di una pericolosa  gang indù  che controlla buona parte del traffico dei narcotici  di mezza città, con lo scopo di  fermare una  vendicativa guerra tra bande prima delle  elezioni locali.  Di abitudine  gli inglesi preferiscono non interferire nelle faide indigene,  lasciando  che se la vedano tra loro ma, in questo caso, le  due fazioni  in lotta non solo provengono da quartieri diversi, ma sono ohimè anche di fedi diverse.  E sia Wyndham che Sua signoria , Lord Taggart, suo capo e capo della  polizia, sanno bene – con  il Mathama Gandhi,  messosi a  digiuno e  in ritiro spirituale per la parte avuta nello scatenare le avverse passioni –  che certi  omicidi potrebbero facilmente  degenerare  da  faida religiosa di basso livello in un  “massacro generale tra  indù e musulmani”.

Il loro  piano però rischierà  di fallire quando Banerjee non si presenterà all’ appuntamento previsto. Wyndham usando  fermezza e minacce otterrà una dilazione di poche ore. Tuttavia  non sarà facile rintracciare  Suren Banerjee. Questi  infatti,  convocato di persona  da Lord Taggart, aveva  ricevuto l’ordine  di pedinare in segreto ( ovverosia senza informare neppure il suo capitano)  Farid Gulmohamed,  un finanziere di Bombay,  importante uomo politico musulmano e scoprire i motivi  per i quali si trovava a Calcutta.

 Nel corso dell’inseguimento aveva notato che  Gulmohamed,  dopo aver raggiunto un hotel ristorante in un sobborgo malfamato,  si era fermato a parlare con un euroasiatico,  ma dopo,  mentre Banerjee proseguiva il suo pedinamento, era  stato aggredito  alle spalle davanti al cancello di un recinto. Al suo risveglio, Gulmohamed era scomparso, e una  successiva ispezione dei luoghi  gli aveva fatto trovare  aperta la   porta di una casa  dove aveva scoperto  un omicidio , riconoscendo nel morto   Prashant Mukherjee, celebre accademico indù.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Presto verrai qui” di Giorgio Glaviano (Marsilio)

Recensione di Patrizia Debicke

L’ispettrice di polizia Melina Pizzuto, trentacinquenne palermitana di origine, dopo aver vissuto e lavorato a Roma per ben dieci anni si è trovata trasferita d’ufficio (o meglio dire poco eufemicamente rispedita per incompatibilità ambientale)  nella sua città natale. Trasferimento provocato dalla sua colpa, ovverosia  dalla sua  denuncia  suffragata da prove nei confronti  di mezzo commissariato, dove lavorava, compreso il suo compagno, per abuso di potere, minacce, atti di violenza e intimidazione. La poveretta quindi,  non per sua colpa, in attesa di chiusura delle indagini da parte del magistrato incaricato  e conseguente condanna degli accusati, si era trovata cacciata a forza in un punitivo e seminfernale limbo siciliano.
Trasferita dunque, “teoricamante” alla Mobile palermitana, accantonata in una stanzuccia della questura dove da due mesi  il suo unico compito in pratica pareva diventato scaldare la sedia, tentare di far  funzionare un computer capriccioso e… basta.  Situazione da sbattere la testa se non per  il fatto che Melina Pizzuto, pur di aspetto riservato,  malinconico, orfana di superlative  doti  fisiche e  non afflitta da geniale  intelligenza, possiede invece al cento per cento di  tenace testardaggine e dell’ insopprimibile orgoglio che la spinge ad andare sempre fino in fondo.  Costi quello che costi. E l’ha dimostrato, rinunciando persino al fidanzato, a questo punto trasformato inesorabilmente  e per sempre in ex.
Fino a quando, per prenderla in giro, in un specie di trappola ordita alle sue spalle da coloro che dovrebbero comportarsi da colleghi ma le remano contro, si trova incastrata, si fa per dire, in una stramba denuncia.
La vedova Colleferro, devota alla vergine Maria  , con figlio disoccupato e madre con il Parkinson, si è  presentata infatti  per denunciare la  vicina di casa, che accusa di averle  sfregiato  la sua “folcloristica” cappelletta votiva, infilando una pezza lurida tra i gerani.  La stessa che, messa in una sacchetto di plastica,  prima di firmare il verbale,  a mò di indiscutibile prova e  reperto, affiderà a Melina Pizzuto. 
Lei, amareggiata e furibonda  insomma,  la faccenda ha del carnascialesco e  il troppo stroppia,  prima pensa di stracciare la denuncia e  fregarsene , poi però, per puro  spirito investigativo, decide almeno di dare un occhiata al reperto. E la pezza incellofanata, sorpresa, sorpresa,  si rivela essere una maglietta da uomo taglia XL e, a parte del  lerciume che la insozza , il rosso che vede chiaramente  pare proprio  sangue, sangue e tanto, umano?  Da dimostrare ma? Certo, se lo fosse, la persona che la portava non deve essere in salute, anzi molto probabilmente sarà stato ferito e magari  a morte. Stai a vedere che quella maglietta vuol  dire che stavolta la Dea bendata ha  voluto che  le capitasse in dono un caso? Un vero caso?   

(la recensione prosegue a p.2)

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Il canto della falena di Maria Elisa Aloisi (Mondadori)

#grandangolo di Marco Valenti

Maria Elisa Aloisi, siracusana di nascita e catanese di adozione, lavora nel capoluogo etneo come avvocato penalista. “Il canto della falena” è il suo secondo romanzo, il primo con Mondadori. Siamo alle pendici dell’Etna, dove viene ritrovato il corpo senza vita di un commercialista. Si tratta di un omicidio e la prima sospettata è la moglie. Il caso arriva nelle mani di Emilia Moncada, avvocato e protagonista principale del romanzo, che farebbe di tutto pur di evitare di doversene occupare. Ragioni d’ufficio e di risonanza mediatica a livello non solo locale, le impongono però di prendere la difesa dell’imputata.

Credo di averglielo già detto. Sono una biologa, specializzata in entomologia. Lei non può immaginare quanto sia complessa la vita degli insetti. Conosce il metodo di accoppiamento della falena? Immagino di no. Ebbene, non ci crederà, ma il maschio di questa specie è un insetto stupratore. Il maschio percepisce i feromoni della femmina, ma sa già che lei non si concederà. Per questo intona una melodia ingannatrice. La sua perfida serenata imita gli ultrasuoni che emettono i pipistrelli. Così la femmina si immobilizza, temendo di essere divorata dopo essere stata intercettata dal pipistrello. Il maschio allora approfitta della sua paura e la stupra.

In una Catania sospesa a metà tra la quiete del mare e il caos disordinato delle strade Emilia (“Ilia” per gli amici) si ritrova a scavare nei silenzi di una famiglia molto più che reticente. Come spesso accade le cose non sono quasi mai come sembrano a prima vista. E di questo dovrà accorgersi anche Ilia, prima o poi. La sua forza (che al tempo stesso può essere vista anche come la sua debolezza) è quella di avere una connotazione caratteriale votata allo sposare le “cause perse” in nome di un’umanità davvero empatica. È una donna come tante, fatta appunto di pregi ma anche di difetti, che fatica a stare a galla in contesti in cui il pesce più grande mangia costantemente quello più piccolo, ad ogni livello sociale e lavorativo. Ma è soprattutto una donna che crede nella giustizia, sia sociale che divina, testardamente ostinata a portare avanti i propri valori, ad ogni costo.

“Prima regola: la verità non conta. La verità non è mai una, perché potrebbero esisterne almeno due versioni: la verità materiale, quella dei fatti, in cui si espone come sono andate davvero le cose; e la verità processuale, quella che suggeriscono le prove, che emerge all’esito di un processo e spesso non coincide con la prima.”

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“Città in fiamme” di Don Winslow (HarperCollins)

#grandangolo di Marco Valenti

Don Winslow non è solo un grande narratore, ma anche un autore estremamente prolifico. “Città in fiamme” è infatti il primo capitolo di una nuova trilogia che ci consegna a distanza di tre anni dalla chiusura della precedente. Dal confine tra gli USA e il Mexico ci spostiamo nell’estremo nord est, in Rhode Island, lo stato più piccolo della confederazione statunitense ma soprattutto lo stato dove Winslow è nato e cresciuto.

Siamo negli anni ottanta, a Dogtown, una cittadina a poche miglia da Providence, la capitale dello stato. E sono le mafie italiane e irlandesi a spartirsi il territorio e gli interessi economici, leciti e illeciti, in nome di un patto non scritto che permette a entrambi gli schieramenti di avere i propri introiti senza danneggiarsi a vicenda. Gli immigrati dalla vecchia Europa si rispettano ma non si sono mai veramente amati. L’equilibrio che permette di arricchirsi con le attività portuali, il contrabbando, la prostituzione e il gioco d’azzardo è veramente labile, anche se regge da decenni.

“Se vuoi costruirti una nuova vita, una vita pulita, non puoi farlo sulla base di un peccato.”

Come nelle grandi tragedie greche sarà la comparsa di una donna fatale a far saltare gli equilibri e a scatenare una guerra fratricida che insanguinerà le coste del freddo nord est. È qui che le fiamme (della passione prima e dell’odio in seguito) iniziano a divorare la città. È l’avvio di una saga familiare che guarda alla perdita di quei valori che il tempo pare aver sancito come desueti, e che il mondo moderno con la sua vorace velocità contribuisce a cancellare. Perché una cosa è chiara nei romanzi di Winslow, anche i criminali hanno un loro codice etico da rispettare, fondato su lealtà, tradimento e onore. Le nuove generazioni malavitose però sono pronte a tutto, anche a sotterrare quei valori che sancivano l’equilibrio, in nome di una fama di potere che schiaccia ogni cosa trovi sul proprio cammino. Alla faccia del grande sogno americano, ancora una volta demolito dalle parole taglienti di Winslow.

E in una città che brucia, è difficile trovare un riparo.

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“Omicidio al Grand Hotel” di Beate Maly (Emons)                                              

Sul comodino della Rambaldi

Beate Maly – Vienna – ha studiato pedagogia nell’ambito dell’educazione primaria e ha pubblicato romanzi, narrativa per bambini e saggi. Con Omicidio al Grand Hotel  inaugura una serie ambientata negli anni venti in Austria.

“Ernestine si sfilò i guanti di pelle marrone, si tolse il cappellino foderato e li posò entrambi sul bancone di legno. La sua corta capigliatura riccia era arruffata, ma la professoressa in pensione non si curava di simili frivolezze.

“Non indovinerà mai cosa mi è appena successo,” annunciò in tono concitato, guardandolo con i suoi scintillanti occhi azzurri. Come sempre, Anton sentì il suo cuore accelerare. Come se avesse dimentica che a sessant’anni si è troppo vecchi per le fantasticherie romantiche.”

Autunno 1917 – Valle dell’Isonzo – i fratellini Mario e Francesco si recano al fiume per un bagno di nascosto dalla mamma. C’è ancora la guerra e l’esercito  nemico circonda il villaggio. Il tempo di entrare in acqua e appena Mario si gira a cercare Francesco lo trova dilaniato da una mina.

Inverno 1922 – Semmering. Ernestine Kirsch, insegnante sessantenne in pensione, è stata invitata a un corso di tango nel lussuoso hotel Panhans, e ha convinto il farmacista Anton Bock ad accompagnarla.

Lei non  si tiene dall’entusiasmo di poter ballare, lui non ne è entusiasta ma l’ama e pur di starle accanto  se lo fa andare bene.

Per il corso faranno arrivare apposta due ballerini di tango dall’Argentina.

L’evento è stato organizzato dalla vedova di un banchiere nota per il suo impegno sociale. La donna si è appena rotta una caviglia e ha regalato i  biglietti a Ernestine per non sprecarli. 

(la recensione prosegue a p.2)

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