Per Solferino

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Per DeAgostini Ragazzi

Un libro scritto a 4 mani da una mamma e da suo figlio, per raccontare le difficoltà di chi viene escluso ma anche la magia del mito: in questo caso Vince, il piccolo protagonista, si ritroverà nella Creta del Minotauro.

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“Dalle nove a mezzanotte” di Paola Rambaldi (Clown Bianco Edizioni)

Recensione di Romano De Marco

Paola Rambaldi è un’autrice che ha già dimostrato con i suoi precedenti lavori di essere in grado come poche di tratteggiare in modo convincente e autorevole le ambientazioni di provincia (in particolare quelle Emiliana e Romagnola) e disegnare in modo straordinario personaggi che definire originali è dir poco. Il suo stile brioso ma per nulla politically correct dà il suo meglio nella galleria di volti e storie che partono dalla sua “Brisa”, una donna sulla trentina, un metro e settantacinque di altezza, con faccia lunga e naso gobbo. È una sorta di sensitiva sui generis con gli occhi di colore diverso e la capacità di leggere il futuro delle persone anche solo strofinando i lunghi capelli neri su una loro fotografia:

«l’e­sercizio che a Brisa riesce meglio (è) passare i capelli sulle foto per conoscere il futuro. Una ciocca premuta sulla faccia del divo del momento e non occorre altro. Socchiude gli occhi e rapide immagini le scorrono già davanti. Certo quello che vede sono princi­palmente disgrazie. Non a caso a Gorino campava facendo la stria, la strega. Le sue doti erano richieste soprattutto per ritrovare gente scomparsa, per sapere se i futuri generi fossero o meno affidabili e per scoprire il sesso dei nascituri nelle pance delle donne incinte».

In DALLE NOVE  A MEZZANOTTE (Clown Bianco Edizioni) secondo romanzo che ha come protagonista la bella anti eroina emiliana, l’azione si sposta dal 1956 al 1963 e i toni virano più sul giallo, con il mistero della morte di due bambini e la relativa indagine nella quale suo malgrado Brisa resta coinvolta. Ma non aspettatevi un giallo tradizionale come quelli (spesso deludenti) che saturano tutti gli spazi delle librerie e degli store online. In una girandola di ambientazioni che vanno dall’Isola d’Elba a Gorino, a Minerbio, a Serravalle, a Bologna, il romanzo è una appassionante e trascinante carrellata di personaggi, situazioni, colpi di scena (a volte, come nel finale, inaspettati e sorprendenti) che non consentono al lettore di distrarsi né tantomeno di annoiarsi, ma lo costringono a divorare le pagine nelle qual la Rambaldi alterna sapientemente ironia, tragedia, leggerezza, tradizioni e atmosfere popolari delle quali, almeno in parte, oggi sopravvie solo il ricordo e che ci costringono a guardarci alle spalle con rimpianto e nostalgia.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Gli amanti di Brera” di Rosa Teruzzi (Sonzogno)                                                              

Sul comodino della Rambaldi

Rosa Teruzzi – Milano – ha pubblicato per Sonzogno: La sposa scomparsa, La fioraia del Giambellino, Non si uccide per amore, Ultimo tango all’Ortica, La memoria del lago e Ombre sul Naviglio. È caporedattore di Quarto grado su Retequattro. Scrive i suoi gialli nello stesso casello ferroviario delle sue protagoniste.

“Non era il genere di notizia che la Smiza avrebbe trattato, se avesse potuto scegliere: la fuitina di un liceale di buona famiglia con la sua insegnante quasi quarantenne. Una storia privata che tale sarebbe rimasta, se la fidanzatina del ragazzo non fosse andata in tivù, le lacrime che le colavano sul bel viso truccato, per invitare il fedifrago a mollare la rivale e a tornare a casa. Tanto era bastato perché almeno un paio di rotocalchi e di giornali a vocazione scandalistica scatenassero la caccia ai peccatori.

Così nel giro di una settimana, la rocambolesca fuga degli amanti era assurta al rango di telenovela.”

Rosa Teruzzi, scrittrice e caporedattrice di Quarto grado, è  una donna solare. Nonostante lavori su  storie truci e delitti raccapriccianti, è sempre sorridente, gentile e alla mano. Scarpe sportive, caschetto impeccabile, zero trucco è bella così al naturale. Quando l’ho incontrata l’ho subito adorata, così come amo le sue foto scattate all’alba sui  Navigli prima di andare al lavoro, il glicine del suo casello e  le Miss Marple dei suoi gialli.

Milano. Fine settembre. Appuntamento alle 11 all’orto botanico di Brera. Arriva  per primo il giovanissimo Davide, subito raggiunto dalla matura  Viviana. I due si appartano in una panchina lontana da occhi indiscreti. Il ragazzo la guarda adorante. Si  sono conosciuti a scuola quando lei faceva la supplente, gli ha dato anche lezioni private. Il giardiniere, incuriosito dalla strana coppia, non può fare a meno di tenerli d’occhio. C’è anche una donna bionda che li fotografa di nascosto.  Di lì a poco la telecamera di una banca inquadrerà tutti e tre.

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“Il cimitero di Venezia” di Matteo Strukul (Newton Compton)

Recensione di Raffaella Tamba

Questo nuovo romanzo di Matteo Strukul nasce dall’amore dello scrittore per Venezia, dalla sua predilezione per il giallo storico e da uno stile narrativo che non concede soste alla lettura e che presenta l’ambiguo ed eterno contrasto fra bene e male, fra amore e odio, fra violenza e protezione.

I fili dell’intreccio si dipartono da una famosa tela di Antonio Canal, conosciuto come Canaletto per la sua bassa statura, vissuto a Venezia nel ‘700. Nella felice invenzione letteraria dell’autore, fulcro del cerchio narrativo è Il Rio dei Mendicanti, una delle opere giovanili del pittore, nella quale ha rappresentato non vedute ridenti di Venezia, ma uno scorcio fra i più miserandi, nel sestiere più malfamato, nel quale la città, in quel tempo, sembrava quasi riflettere il suo destino di morte. A causa di quella scena, in particolare del gruppetto di tre persone rappresentato sul margine sinistro, il pittore verrà coinvolto in una storia più grande di lui. Chiamato inaspettatamente a palazzo ducale, si trova affidatario di un incarico di spionaggio.

Nelle intenzioni dell’autore non c’è l’idea di fare di Canaletto un investigatore,. Strukul adotta per il suo protagonista una soluzione più raffinata: il suo modo di portare avanti le indagini è, soprattutto all’inizio, bisognoso di appoggio. Diventa a poco a poco più determinato ma sotto la spinta di una ossessiva apprensione piuttosto che del perseguimento di verità e giustizia.

Sulle prime, infatti, il giovane pittore è perplesso, tanto più che nello stesso giorno viene segretamente convocato dall’Inquisitore di Stato, alla presenza del Capitano dei signori di Notte al Criminal (il sommo magistrato incaricato di coordinare le indagini sui delitti commessi dopo il calar del sole) perché nel Rio dei Mendicanti è stato ritrovato il corpo straziato di una fanciulla.

Affianca Canaletto nelle indagini, fin da subito, l’impresario teatrale e mercante d’arte irlandese Owen McSwiney, personaggio storico, amico fedele, audace, intelligente, che prende a cuore la questione, soprattutto quando capisce, dal resoconto del giovane pittore, che la casa nella quale si era recato l’uomo che doveva seguire, era quella di Cornelia Zane dove si tiene un salotto dei più chiacchierati e inaccessibili di Venezia. Quel salotto è in realtà governato, attraverso la sedotta e plagiata proprietaria, da Olaf Teufel, un individuo misterioso, viscido, agghiacciante che ne ha fatto un inferno di perdizione.

Dal rio dei Mendicanti alle casate nobiliari, Strukul dipinge Venezia nel suo multistrato sociale, affidando a specifici, splendidi personaggi, la rappresentanza di un determinato ambiente: se Canaletto è esponente di una media borghesia dedita alle arti, la giovane Colombina è una delle Moeche, gli orfanelli abbandonati a se stessi e radunati più o meno volontariamente, più o meno coscientemente, intorno a qualche elemento più grande e privo di scrupoli che li impiega in una rete di micro criminalità organizzata.

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“Morte sul vulcano” di Vincent Spasaro, (Newton Compton)

Recensione  di Patrizia Debicke

Londra 1983.
Liam ha appena undici anni quando i genitori decidono di lasciare Londra, per tre mesi, recarsi a Stromboli, affittare una casa e passare l’estate a Ginostra, un paesino privo di elettricità, senza acqua corrente, salvo alcune grandi  magioni o  buen retiro, di proprietà e abitate da pochi privilegiati molto benestanti, come i Mason, ricchi guru londinesi, famosi in Inghilterra per i loro corsi di autoscienza giudicati all’ultima moda e gli esperimenti di psicoterapia di gruppo.
E infatti a decidere  la loro lunga vacanza  a Stromboli è  stato proprio l’intenzione, caldeggiata soprattutto dalla madre di Liam, ottima pittrice dilettante,  di frequentare un articolato seminario dei coniugi Mason.
Liam  ha un buon rapporto con i genitori, senz’altro  più stretto e affettuoso con la madre, ma forse con il sogno e l’aspirazione di essere e sentirsi più vicino al padre.  È comunque un bambino con ideali e desideri molto normali per la sua età, con ancora la passione per i dinosauri, che la sua fervida immaginazione gli fa credere ospiti delle viscere ribollenti del vulcano, e volente o nolente  si troverà improvvisamente scaraventato in un nuovo mondo. Un mondo duro,  arcaico, su una piccola isola con lunghi sentieri scoscesi, segnati dalla lava , circondata da un  mare azzurro ma profondissimo, con le notti dominate da una paurosa oscurità e solo il chiarore delle stelle a mostrare il cammino.

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“Cinquecento catenelle d’oro” di Salvatore Basile (Garzanti)

Recensione di Nuela Celli

Questo libro parla di libertà, di quelle libertà che noi, oggi, diamo per scontate, ma che sono state le ribellioni di ieri, gli atti di disobbedienza che soltanto determinazione e coraggio hanno tramutato in nuove conquiste. Ed è proprio questo che ci racconta il romanzo di Salvatore Basile, che sembra quasi una fiaba dai tratti veristi, in cui la protagonista lotta con una forza che neanche lei sa di avere e con una purezza di cuore che la rende fragile nelle brevi distanze ma, al contempo, il personaggio più forte.

La storia ha le caratteristiche classiche di una fiaba. Vi è l’eroe, o meglio, l’eroina, Maria Pepe. È il 16 aprile 1894, ogni capitolo infatti riporta una data come titolo. Come ogni sera Maria, una bambina che vive in un casolare in campagna, aspetta che il padre torni dai campi per portargli un secchio di acqua fresca come refrigerio dopo una lunga giornata di lavoro. Lui è il padre della principessa-eroina, e ama la figlia in modo totale. Cerca di non far mancare nulla alla sua unica bimba e alla moglie, spaccandosi la schiena come mezzadro per la baronessa Matilde, che rappresenta la donatrice, colei che darà una svolta determinante, pur nelle traversie che ne seguiranno, all’intera famiglia. Poi c’è la mamma di Maria, colei che dovrebbe aiutare e proteggere la figlia, il falso eroe.  Ha subìto fame e miseria nei primi anni della sua vita e questo l’ha resa astiosa e incattivita, perennemente spaventata e sulla difensiva rispetto al futuro. Eppure… Eppure una madre rimane sempre una madre. L’autore in questo si dimostra magistrale, sa dipingere fin nelle più piccole sfumature un rapporto madre figlia di una complessità e verità rare, che a tratti, con delle stoccate profonde, ci ricorda qualcosa che anche noi abbiamo vissuto. In questo caso il rapporto è tormentato e reso ancor più velenoso dalle traversie della vita e dalle malvagie mire dell’antagonista: il barone Arturo. Qui, la strega cattiva è un uomo avido e prepotente, sicuro di poter vincere su povertà e ignoranza.

Tutto inizia a Calandra, minuscolo comune rurale, quando la baronessa Matilde, non essendosi sposata pur di non cedere la propria libertà a uomini interessati soltanto alle sue ricchezze, decide di insegnare a leggere alla piccola Maria, che vede come la figlia che non ha mai avuto. Questo deve avvenire, però, di nascosto dalla madre, che non accetterebbe in alcun modo un insegnamento che potrebbe inculcare strane idee alla ragazza e che rischierebbe di farla sembrare ‘strana’ agli occhi dei paesani, quando, in realtà, è destinata a nient’altro che alle cure della casa e al matrimonio.

La baronessa riuscirà nel suo intento, con la scusa di avere bisogno di un aiuto in casa, dando alla piccola una paga che la madre, sempre atterrita dalla povertà e dalle avversità economiche, accetterà senza indugi. Gli equilibri famigliari e quelli paesani, però, saranno rivoluzionati da un lutto improvviso. La baronessa, infatti, viene a mancare, e subito il fratello, il barone Arturo, uomo ambizioso e senza scrupoli, accorre per impossessarsi della tenuta di San Calogero. La paura serpeggia tra i mezzadri: saranno confermati o mandati via dal barone? E proprio a questo punto avviene il secondo dono della baronessa, che renderà il fratello livido di rabbia e pronto a ogni cattiveria e bassezza, e che metterà Maria nella condizione di dover affrontare tantissime e difficili prove, la più insidiosa delle quali non perdere se stessa e la propria integrità.

In questo lungo percorso, nei momenti peggiori, in cui Maria rischierà perfino la libertà, interverranno due personaggi determinanti. Lui, il principe, che incarna, nell’economia delle parti, la ricompensa, ma che è anche l’aiutante e il complice di una donna dal carattere puro e incrollabile, rappresentato da Domenico, un fotografo ambulante che aiuterà Maria una volta che l’adorato padre sarà costretto ad emigrare negli Stati Uniti per racimolare dei soldi, e che la supporterà quando tutti la crederanno pazza nel sentirla ripetere ciò che il padre le scrive, ovvero che le fotografie, in America, si muovono, e che c’è persino un treno che sembra uscirne e venirti addosso. E poi, inaspettatamente, la moglie gravemente malata del barone, che conosce tutte le losche trame del marito, e che ha sempre ammirato la cognata Matilde, indipendente e coraggiosa, la quale decide di aiutare Maria nel momento più critico. Rimanendole poco tempo da vivere, la donna sceglie di spendere ciò che ancora le resta con il coraggio che non ha avuto quando tutto sembrava ancora possibile.

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“La saga dei Borgia” di Alex Connor (Newton Compton Editori)                                      

Sul comodino della Rambaldi.

Alex Connor – pittrice e autrice di thriller e romanzi storici ambientati nel mondo dell’arte – ha pubblicato quattro libri dedicati a Caravaggio, la trilogia de I Lupi di Venezia, due romanzi sui Borgia e altri sei dedicati a famosi pittori. Ha  vinto il premio Roma per la narrativa straniera con Il dipinto maledetto.

“Se Alessandro VI non avesse superato in astuzia il carismatico re cristiano di Francia, la sua depravazione sarebbe stata considerata eccessiva per una città che inveiva contro l’immoralità, l’avidità, il nepotismo e gli omicidi commessi sotto gli auspici della Santa Madre Chiesa.

Eppure, il papa aveva salvato Roma.

E Roma, come un cane bastonato, si inginocchiò ai suoi piedi calzati da pantofole, chinando la schiena in segno di supplica, e piegando la testa di fronte alla lama della spada dei Borgia.”

Roma, 11 agosto 1492. Dopo la morte di papa Innocenzo VII viene eletto pontefice l’ambizioso Rodrigo Borgia  col nome di Alessandro VI. L’uomo, di origini spagnole,col suo sfrenato nepotismo,porterà in vaticano figli e amanti, dando  in sposa a Giovanni Sforzala figlia tredicenne Lucrezia per  ottenere  ulteriori proficue alleanze.

I  Borgia domineranno la scena italiana tra il  XV e il XVI secolo.

Alessandro VI, nella  sua corte libertina, frequentata dalla bella amante Giulia Farnese, favorisce i figli: Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo, ma non mancano  invidie e rivalità  per le sue imposizioni.  

L’arrogante Cesare, eletto cardinale, vorrebbe occuparsi di guerra e politica, ma il padre gli preferisce l’odiato fratello Juan/Giovanni.  Cesare, che ama di nascosto la bella Taddea Di Becco sorellastra del Pinturicchio, l’artista preferito del papa, lotta per ottenere l’affetto del padre senza riuscirci. E Taddea, spaventata e attratta dal pericoloso Cesare, vive nel terrore di scontentarlo.

Jofrè/Goffredo, il figlio più piccolo e delicato, viene tradito dalla moglie Sancia D’Aragona con gli altri fratelli e col papa stesso.

Lucrezia, istruita a lettere e veleni, vorrebbe sottrarsi al matrimonio col rampollo degli Sforza.

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“C’era una volta un re” di Giovanna Chiarilli (Giraldi)                                                         

Sul comodino della Rambaldi

Giovanna Chiarilli – Giornalista, autrice RAI, sceneggiatrice, editor e insegnante di scrittura. Ha collaborato alle sceneggiature di Butta la luna (RAI Uno e di Adrian (Canale 5). Oltre a C’era una volta un re ha realizzato molti adattamenti per il teatro.

“In genere, prima esce il libro poi arrivano le versioni teatrali o cinematografiche. C’era una volta un re…, invece, ha debuttato al Teatro 7 di Roma dieci anni fa e oggi, grazie a Rossella Bianco, direttrice editoriale della Giraldi Editore, diventa un libro… Francesca Nunzi, Cinzia Berni, Rossana Bellizzi, Betty Senatore e Vittoria Donat-Cattin hanno dato volto e anima ai personaggi di Crisa, Betty, Tiziana e Flaminia. Attrici che hanno accettato di partecipare al progetto con straordinario entusiasmo e compenetrazione”.

La  vita è troppo breve e noi siamo  fatti di ricordi.

Elisabetta, Chiara e Tiziana si trovano da Crisa per un aperitivo.

È strano  vedersi così a metà settimana e quell’invito le ha prese alla sprovvista.

Crisa ha tra le mani una busta di analisi di cui non vuol parlare e un vecchio diario dei tempi della maturità.  Ha  riunito le  amiche  per rivivere il passato e  quel che avrebbe potuto essere e non è stato  e per capire cos’è rimasto di allora.

Quando arrivano  apre la  sceneggiatura che ha iniziato a scrivere al computer, prende  appunti e fissa  ogni idea sui fogli per non dimenticare. L’ha intitolata: C’era una volta un re, come la filastrocca che  le recitava sempre sua madre nei litigi per riportare serenità.

Crisa propone  di leggere qualche pagina del diario.

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“Il caso Karmal” di Maurizio Maggi (Bollati Boringhieri)

Recensione di Patrizia Debicke

Nato come racconto pubblicato con il nome L’avamposto, ambientato in Afghanistan, vincitore  del XXXIV MyFest, Gran Giallo di Città di Cattolica  poi  trasformato in romanzo che, attraverso l’assassinio di una giovane donna riportava alla luce il denso passato di un paese annichilito dal presente fino alla quasi  totale cancellazione, fu finalista  nel 2014 alla XXVII edizione del Premio Calvino.
Oggi lo stesso romanzo ma rivisto e aggiornato, esce per Bollati Boringhieri con il titolo Il  caso Kermal.
Base Snow. Dopo un ennesimo attacco  a colpi di arma da fuoco contro la base, nell’Afghanistan occidentale, forse il più isolato e vulnerabile degli avamposti italiani in Afghanistan, viene scoperto il corpo di Nadia Karmàl,  una giovane donna addetta al lavoro nelle cucine.
La vittima è stata  ritrovata  solo dopo qualche ora, in  un angolo nascosto della dispensa dove aveva cercato riparo. E nel rapporto ufficiale  le cause della sua morte verranno  attribuite dal medico della base a un infarto, provocato dalla paura a seguito delle forti esplosioni. 
A doversi fare malvolentieri carico dell’indagine sarà  Alì Zayd, un uomo colto, un quarantenne  che ha studiato economia in Iran ma forse per ignavia tornato in patria  si è buttato dietro le spalle la possibilità di una felice vita futura diversa.   Oggi vivacchia, come capitano di polizia ad Herat,  in realtà come facente funzione di portaborse  del suo Capo, un politico, un abile doppio e triplo giochista  locale. I Talebani stanno già bussando alle porte mentre gli stranieri appaiono quasi pronti a ritirare le truppe,  ormai gli accordi sarebbero  stati scritti e firmati.
Formalmente gli italiani governano ancora la provincia ma bisogna darsi da fare,  pensare al domani e  a come ritagliarsi una succosa fetta di un prossimo futuro.  Zayd,  che ha seguito tutto il corso di addestramento dei carabinieri italiani, negli anni del governo Karzai  prima di entrare  in polizia, avrebbe come unico sogno  poter volare in Italia a Roma o meglio a  Velletri e là finalmente  completare la sua formazione  professionale.

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“Chissenefrega degli anni ottanta” di Sabina Macchiavelli (SEM Editore)                          

Sul comodino della Rambaldi

Sabina Macchiavelli – Bologna – organizzatrice di eventi, insegnante di scrittura creativa e di lingue straniere, autrice di audio-documentari, dottorato presso la University of South Wales di Cardiff sulla docufiction radiofonica. Ha pubblicato il romanzo Più di così si muore, la raccolta E a chi resta arrivederci e il romanzo La Bambina del Lago scritti col padre Loriano.

“Si va a Londra per sperimentare, si va per perdere i genitori, per lavorare o per smettere di farlo. Si va a Londra per la New Wawe – o il Britpop – per l’inglese utile e per l’università infruttuosa, per la Tate Gallery e perché è lontana quanto basta. Perché si arriva in treno via Parigi e poi  col ferryboat, si arriva alle sei di mattina e si aspetta, sans toit ni loi, che il Tourist Office apra per prenotare un letto. Si va a Londra per fede o miscredenza, per la gente che arriva dal mondo e chissà dove sono i londinesi, per l’underground, il pub e (finalmente) la birra. Si va a Londra perché ci è nato David Bowie.”

Ci frega moltissimo degli anni ’80 quando ci divertivamo ancora. Quando pensavamo, a torto, che il meglio dovesse ancora venire e che le cose, andando avanti, non potessero che migliorare. Quando  non ci saremmo mai sognati pandemie e mascherine.  Quando avevamo la libertà e non lo sapevamo.

Si va a Londra per sperimentare, per andarsene dai genitori e perché non si sopporta più la polvere del condominio

Chissenefrega degli anni ottanta è il racconto di un’educazione sentimentale sullo sfondo di cambiamenti epocali. Un viaggio che mischia diario e cronaca.

Nel 1987 Sandra ha 20 anni e non vede l’ora di lasciare Bologna.  In casa il  clima si è fatto irrespirabile. La madre  sospetta che  il marito la tradisca e i litigi sono all’ordine del giorno.

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Luci di Luglio” di Gian Mauro Costa (Mondadori)

#grandangolo di Marco Valenti

Sono passati 62 anni dall’estate del 1960, ma Palermo non ha dimenticato i suoi morti. La strage di via Maqueda è ancora viva nei ricordi di chi c’era e di chi ha sentito raccontare il dramma di quel tragico venerdì otto luglio che ha segnato la storia del secondo dopoguerra. Centinaia di feriti, altrettanti i fermati, ma soprattutto 4 morti lasciati sull’asfalto dalla barbarie e dalla follia della Polizia. Tre manifestanti e una passante. Due minorenni, un operaio e una donna che stava chiudendo le imposte di casa.

Quel giorno il centro di Palermo era presidiato dalla polizia fin dalle prime ore del mattino. Già alle 9 piazza Politeama era piena di gente: lavoratori e ragazzi di borgata che vedevano in quella protesta l’unica possibilità di cambiare le cose. La situazione degenera e in un attimo la zona che va da piazza Politeama a piazza Verdi si trasforma in un campo di battaglia. La polizia inizia a sparare sulla folla. La tragedia.

Per comprendere meglio la protesta occorre delineare il contesto storico in cui collocare gli eventi. Il malcontento monta nei mesi precedenti in seguito all’insediamento del governo Tambroni, ufficialmente monocolore della DC, ma in pratica retto dai voti del MSI, movimento in aperta continuità ideologica con il regime fascista.

Questo uno dei due scenari di “Luci di luglio” di Gian Mauro Costa, edito da Mondadori. L’altro ci porta poco distante, a Monreale. In piazza c’è tutta la cittadinanza radunata per “Campanile sera” la popolare trasmissione televisiva condotta da Mike Bongiorno insieme a Enza Sampò ed Enzo Tortora. Mentre ovunque fervono i preparativi per i tradizionali festeggiamenti in onore di Santa Rosalia entrano in scena due ragazzini, un apprendista muratore e un cameriere, alle prese con un maldestro progetto di rivalsa sociale che si rivelerà più grande di loro e non privo di conseguenze.

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