IL VIAGGIO MITICO

con disegni di Claudia Plescia

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La riscrittura del mito e le donne

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4 racconti PER NERORIZZOLI…

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“Madre terra” di Chiara Marchelli (NNE)                                                    

Sul comodino della Rambaldi

Chiara Marchelli – Aosta – laureata in lingue orientali a Venezia è autrice di romanzi e racconti e un saggio su New York, la città dove vive. Insegna letteratura contemporanea, traduzione e italiano alla New York University e Scrittura alla scuola Holden. Con Le notti blu è entrata nella dozzina finalista del Premio Strega. NNE ha pubblicato anche La memoria della cenere e Redenzione.

“L’aria è azzurra e bianca. Sul fondo, le chiazze verdi delle brughiere si allungano dentro dune di sabbia pallida tese dal vento. C’è silenzio, verso quella parte di mare. O forse il suono dei violini riverbera lontano, mescolato alle fisarmoniche, alle chitarre, alle voci, e gli occhi sono abbagliati dai lampi di rosso, giallo, blu che vorticano sollevati dai canti, dai salmi, dagli inni e dai richiami.

L’aria celeste è attraversata fino al villaggio vicino, agli stagni dei fenicotteri rosa, ai campi dei tori e dei cavalli che corrono sul piano orizzontale di questa frangia di terra. Il silenzio tornerà, tornerà domani, quando la festa sarà finita e i viandanti spariti”.

Dopo aver letto poche pagine mi son detta: caspita, che brava questa Chiara Marchelli. Brava fino alla fine. Ecco un romanzo tutto storia e pochi fronzoli,  crudo,  avvincente e con  una degna conclusione, il che non è da tutti. Spesso  leggi storie che partono benissimo e si perdono in finali poco convincenti, questa invece si mantiene calibrata e feroce fino alla  fine.

2002 – In paese si fa festa. Musica e canti si levano dai campi mentre la processione della santa nera si avvia alla  spiaggia dove la gente entra in acqua per il rito di purificazione. Intanto la bella Mirela Dragan, incurante del caldo, balla per ore e le  altre  donne, gelose, dicono che sembra una strega.

È destino che un giorno  venga ritrovata bruciata e sepolta viva.

(la recensione prosegue a p.2)

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Recensioni al massimo: Isole di sangue

Titolo: Isole di sangue

Editore: Bompiani

Traduttore: Alfredo Colitto

Anno: 2022

Il detective Joe McGrady è un poliziotto americano di stanza a Honolulu. Dopo aver lasciato la Marina, la sua vita e il suo lavoro scorrono in tranquillità. Mentre progetta il futuro insieme a Molly, riceve l’incarico di recarsi presso la villa di un ricco imprenditore, dove è stato rinvenuto il cadavere di un giovane. Appena Joe giunge sul posto, le cose si complicano: viene, infatti, coinvolto in un conflitto a fuoco, durante il quale uccide un uomo. Scopre, inoltre, un altro cadavere, quello di una ragazza orientale. Entrambi sono stati torturati  in maniera raccapricciante. Joe capisce di trovarsi di fronte a un pericoloso e sadico assassino e si lancia sulle sue tracce. A Hong Kong apprende che l’uomo ha ucciso ancora, con le stesse modalità, mentre eventi ben più grossi stanno per accadere. Il 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccano le navi statunitensi ancorate nella base di Pearl Harbor, provocando l’escalation del Secondo conflitto mondiale. Come tanti altri americani, il detective McGrady viene imprigionato e la sua sorte sembra segnata. Un alto funzionario nipponico ha, però, altri piani per Joe e decide di nasconderlo nella propria casa a Tokyo sino alla fine della guerra. McGrady trascorre lì più di mille giorni, durante i quali la sua vita cambia per sempre. Nonostante siano passati anni, il desiderio di catturare il malvagio assassino non si è placato e il detective torna a Honolulu per mettere fine a quella brutta vicenda e regolare i conti una volta per tutte.

Isole di sangue (in originale Five Decembers) è l’opera prima di James Kestrel e si è aggiudicato l’Edgar Award 2022 come miglior romanzo. Siamo di fronte a un mix di generi: dal noir al romanzo d’avventura, dal thriller al racconto di guerra. Senza tralasciare l’amore, che ricopre un ruolo molto importante nella narrazione.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Obscuritas” di David Lagercrantz (Marsilio)                                           

Sul comodino della Rambaldi

David Lagercrantz – Stoccolma – affermato giornalista e scrittore,  tradotto in 46 paesi, è autore di romanzi e biografie tra cui il celebre Io, Ibra sulla vita di Zlatan Ibrahimovic. Oltre ai tre volumi seguito della saga Millenium creata da Stieg Larsson: Quello che non uccide, L’uomo che inseguiva la sua ombra e La ragazza che doveva morire, Marsilio ha pubblicato i romanzi: La caduta di un uomo, Indagine sulla morte di Alan Turing e Il cielo sopra l’Everest.

“Per lo più Micaela arrivava presto al lavoro, ma quella mattina, pochi giorni prima della visita alla grande villa di Rekke, nonostante fossero le nove passate era ancora in cucina a fare colazione quando suonò il telefono. Era Jonas Beijer.

“Siamo tutti convocati dal capo” disse. Non le rivelò il motivo, ma di certo non era una cosa che succedesse abitualmente. Micaela andò davanti allo specchio dell’ingresso e si sistemò la felpa. Era un XL e le stava parecchio larga. Sembra che tu voglia nasconderti, le avrebbe detto suo fratello Lucas.”

Dopo il grande successo dei tre romanzi che hanno ridato vita all’impegnativo seguito della trilogia Millennium di Stieg Larsson,  David Lagercrantz, abbandona la grande saga in favore di una  nuova coppia di brillanti investigatori da lui ideati: Hans Rekke e Micaela Vargas.

Il ricco e raffinato Hans Rekke, professore di psicologia, ex  pianista,  dipendente dagli antidepressivi, esperto di logica e musica,  collabora con la CIA nell’analisi psicologica degli interrogatori e  la brillante Micaela Vargas, proveniente dai bassifondi e sorella di un delinquente, è una poliziotta ostinata in cerca di  riscatto sociale. Seppure agli opposti i due  formeranno una coppia investigativa che funziona egregiamente, dove lui aiuta lei con le sue brillanti deduzioni e lei aiuta lui a non mettersi nei guai eccedendo in psicofarmaci.

Ma veniamo alla storia.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Il ferro da calza” di Marisa Salabelle (TARKA)

Recensione di Patrizia Debicke

Siamo nel dicembre  2002. Saverio Giorgianni, già incontrato come gionalista della Nazione  nel caso de L’ultimo dei Santi, dove si è fatto onore dopo il patatrac dell’incontro tra la moglie Valentina e l’amica Martina ( e con ambedue ha prolificato) ha rotto con entrambe, che continuano a vivere a Pistoia e a Montemurlo,  pur mantenendo il diritto di vedere i figli. Faccenda che, dato  il suo trasferimento  a Bologna dalla Nazione è passato al quotidiano QN, dove è stato promosso e lavora come redattore, lo costringe a fare i salti mortali e a mantenere  un ritmo rigorosamente alternato per tutti i fine settimana e cioè una volta Giada e Tommaso figli di Valentina mentre la successiva spetta  a Cosimo figlio di Martina. E con lo stesso metodo matematico  deve dividere le vacanze di  agosto a metà.  Impegno  paterno che l’ha portato a non avere più una relazione fissa ma a sfarfalleggiare qua e là dedicandosi solo a rapporti  occasionali. Ha appena pubblicato un libro “A colpi di tonfa” sulla terribile esperienza da lui vissuta a Genova l’anno precedente  in occasione del G8, dove si era recato per realizzare un servizio in compagnia dell’amico Felix Osabuohien,  talentuoso  fotoreporter, un  gran bel ragazzo figlio di madre italiana e padre  nigeriano. Entrambi,  involontari testimoni di terribili avvenimenti e, pur non prendendo parte alle varie manifestazioni di protesta,  erano rimasti coinvolti nel fuggi , fuggi generale e così  brutalmente  picchiati dalla polizia da finire in ospedale: Saverio con una gamba rotta e Felix con un braccio rotto e due costole incrinate. E  sono stati  proprio il suo libro  e l’eccezionale servizio fotografico di  Felix sul G8 a farli  invitare come ospiti al Convegno Nazionale di Amnesty International del 10 dicembre 2002, in occasione della giornata dei diritti umani dedicata ai fatti di Genova 2001, organizzato nella cittadina di  Porretta Terme  da Marianna Maffucci, narcisista, egocentrica e maniaca del potere sugli altri, attivista  di spicco della sede bolognese del movimento ma con salde radici porrettane e da Ginevra Pelagatti, brava e preparata  ragazza di paese con saldi principi,  esponente dell’Associazione Il Granello di Senape ma  anche lei membro di Amnesty International.
Importante convegno, al quale si prevede una  folta partecipazione istituzionale e di pubblico, destinato ad avere  grande risonanza sui media e a ridorare almeno in parte la  scolorita vernice dell’ex celeberrima cittadina termale, un tempo di gran moda e frequentatissima dal bel mondo della “crema” italiana. 
Ma il giorno dell’inaugurazione dell’importante evento, all’ora annunciata per andare in scena, Marianna Maffucci,  bionda bellezza statuaria da copertina che dice di avere a cuore i diritti umani ma soprattutto punta a far carriera, non sale in tempo sul palco di Casa Arancio, la splendida location proprio nel centro di Porretta.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Il profumo della morte” di Simon Beckett (Bompiani)                              

Sul comodino della Rambaldi

Simon Beckett – Sheffield – editorialista e giornalista freelance per The Times, The Daily Telegraph e The Observer. Con Bompiani ha pubblicato: Jacob, Il rifugio, Dove c’è fumo, e l’intera serie dedicata alla figura dell’antropologo forense David Hunter: La chimica della morte, Scritto nelle ossa, I sussurri della morte, La voce dei morti e Acque morte.

“La maggior parte delle persone crede di saper riconoscere il profumo della morte. Che la decomposizione abbia un odore distintivo prontamente identificabile, il tanfo rancido della tomba.

Ma sui sbaglia. La decomposizione è un fenomeno complesso. Affinché un organismo un tempo in vita si trasformi in uno scheletro, ridotto a ossa secche e minerali, deve affrontare un lungo viaggio biochimico. Anche se alcuni dei gas che si creano ci risultano nauseabondi, rappresentano solo una parte del menù olfattivo. La carne in decomposizione può produrre centinaia di composti organici volatili, ognuno con caratteristiche specifiche.”

L’antropologo forense David Hunter viene chiamato presso il vecchio Saint Jude’s  in rovina, a nord di Londra, per esaminare un cadavere. L’ospedale, chiuso da 10-11 anni,  verrà  demolito a breve per lasciar spazio a  nuovi uffici. Gli acquirenti  fremono per rasare al suolo tutto ma il ritrovamento di quel cadavere finirà per creare ritardi e rovinare i loro piani. A trovare il corpo è stato un attivista che si batte per la salvaguardia dei pipistrelli che vivono nello stabile e a dire il vero in quel luogo tetro e ammuffito non ci sono solo pipistrelli ma  rifiuti di ogni genere: stracci, lattine, bottiglie, siringhe e segni di fuochi e bivacchi ovunque. E nonostante il pericolo di crollo, ci stazionano  senzatetto e drogati a ogni ora del giorno.

Da un primo esame del corpo mummificato, Hunter, ha modo di stabilire che si tratta di una donna incinta, che  è stata torturata e che dev’essere morta d’estate. Difficile sapere da quanto tempo è deceduta.  È  stata  trascinata  e qualcuno le ha incrociato pietosamente le braccia sul petto.

Chi l’ha uccisa  la conosceva? O è  morta di overdose?

È  successo prima della chiusura del St. Jude’s o dopo?

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“Torce rosse”  di Francesco Giannoccaro (ExCogita)

Recensione di Daniele Maria Pegorari

A quasi dieci anni da Certe volte la nebbia, Francesco Giannoccaro torna al romanzo con un giallo intrigante che concede tutto quello che deve al meccanismo dell’inchiesta e al tumulto dell’azione. Ma il poliziesco, come già la memoria generazionale in quell’altro romanzo del 2012, non è che l’abito scelto per rivestire un corpo mai sepolto da questo scrittore: il terrorismo, lo sciagurato scivolamento degli ideali di uguaglianza nel partito armato, con la conseguente devastazione di un’intera generazione. Si può allora comprendere che Torce rosse sia stato scelto dall’editrice Luciana Bianciardi, figlia di quel Luciano che soprattutto con La vita agra (1962),aveva saputo descrivere gli umori e le tensioni operaie che scorrevano sotto il boom economico, conducendo dritti agli ‘anni di piombo’. Il romanzo di Giannoccaro, infatti, pur ambientato nei tardi anni Novanta, porta il protagonista, il commissario Enzo Cardone, a interrogarsi sul proprio passato, quello che lo aveva visto dirigente di polizia a Torino, nel cuore della violenza contro gli apparati dello Stato e l’economia capitalistica.

Così l’inchiesta riguarda non solo il presente, ma anche i fantasmi di una storia mai pacificata che ha toccato Cardone nei suoi affetti più profondi. Questi non ha mai i caratteri del poliziotto duro e irreprensibile: la sua storia, semmai, è costellata di inciampi, sensi di colpa, scelte non convenzionali e sconfitte, prima fra tutte quella di attendere la pensione in una modesta stazione di polizia postale, dopo essere stato per anni in prima linea con la squadra mobile. A fargli da cornice, poi, è un nutrito gruppo di personaggi molto plausibili, anche loro schegge di un’epica impossibile, tutori della legge ridotti a maschere della commedia dell’arte e tuttavia capaci di sostenere Cardone nella chiusura dei suoi conti: l’ispettore Pierino Mogavero con i suoi quotidiani resoconti, l’agente Puffo abile nei controlli informatici, Saro Nuzzolese sempre indeciso fra la sorte del pistolero e quella dell’imboscato, e poi, fuori dal distretto, il vecchio «amico-medico» Giovanni dall’umorismo discutibile e i manovali albanesi Aimir e Dashan, nelle vesti impreviste di ‘agenti sotto copertura’.

Eppure proprio nel cuore di questa periferia geografica e umana uno strano destino ha scelto di far riannodare i fili della storia nazionale: il fatale incidente automobilistico di Lucrezia (moglie di Cardone), la sparizione di Marina Bernardo (figlia del proprietario di una concessionaria d’auto), una serie di rapine dalle modalità spettacolari, una gambizzazione, due omicidi e persino uno spettacolo teatrale di beneficienza si intrecciano non senza sorprendenti colpi di scena che il lettore avrà il piacere di scoprire da sé.

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“Ahi, serva Italia!” di Rita Monaldi e Francesco Sorti (Solferino)                                       

Sul comodino della Rambaldi

Rita Monaldi e Francesco Sorti sono autori di undici best-sellers internazionali tradotti in 26 lingue e 60 Paesi che hanno venduto oltre due milioni di copie. Con il noir Malaparte – Morte come me sono stati selezionati nella dozzina del premio Strega 2017. Nel 2020 hanno pubblicato il primo romanzo della trilogia Dante di Shakespeare.

“Se le maledizioni uccidessero come fa il gemito della mandragola inventerei parole tanto amare, crude, violente, orribili a udirsi, scagliate forte a denti stretti, accompagnate da tanti segni d’odio mortale, quanti sono quelli che mostra il volto livido d’Invidia al fondo dell’immonda sua caverna. Nel pronunciare le parole mi tremerebbe d’enfasi la lingua fatta di corteccia, questi nodi di legno che sono i miei occhi sfavillerebbero come la silice sfregata, irta sul capo mi si drizzerebbe la chioma di foglie secche; ogni giuntura di questo corpo d’albero sarebbe tutta intrisa dalle insegne della mia maledizione e del mio vituperio”.

Da anni Rita Monaldi e Francesco Sorti fanno coppia nella scrittura e nella vita e sono  tra gli  autori italiani più conosciuti all’estero.  Ahi, serva, Italia! è la seconda parte della trilogia  da loro ideata per commemorare i 700 anni dalla morte di Dante.  Una pièce teatrale di Shakespeare falsificata nata dopo la rinuncia di scrivere l’ennesimo romanzo-dedica che hanno già fatto in troppi.

Una  finzione narrativa per raccontare Dante visto da Shakespeare  rigorosamente costruita  sulla bibliografia del poeta e sul suo periodo, per far sapere quanto Shakespeare ben conoscesse la Divina Commedia e sottolineare i tanti punti in comune con la sua arte. Da qui l’idea del  finto manoscritto ritrovato dopo  la morte del Bardo battuto all’asta al Dorotheum di Vienna.

Una pièce  divisa in tre parti. Dove la prima è dedicata a infanzia e amori di Dante, la seconda alla politica e la terza all’esilio.

Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchier in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!

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“Ritratto di giovane donna con mostri” di Pola Oloixarac (Ponte alle Grazie)                   

Sul comodino della Rambaldi

Pola Oloixarac (pseudonimo di Paola Caracciolo) – Bueno Aires – il suo romanzo d’esordio Le teorie selvagge, è stato un bestseller in Argentina e in molti altri paesi ed è considerata tra le migliori giovani scrittrici di lingua spagnola. Collabora con il New York Times, il Telegraph e Rolling Stones.

“La bocca di Myriam doveva essere vicino al telefono perché Mona la sentiva respirare, l’aria che affluiva tiepida dalla caverna rancida dello stomaco.

“Il problema è che è… difficile! I personaggi sono difficili. Una sola cosa mi chiedo: dove sono finite tutta la freschezza e la vitalità del tuo primo libro? Qui non ci sono, te lo posso assicurare. I dialoghi sono praticamente incomprensibili. E inoltre mi viene da chiedermi: devo fare davvero questo sforzo per capirci qualcosa? Sul serio? Perché devo fare questo sforzo? Se non faccio lo sforzo, secondo questo libro sono stupida? È il libro che pone queste domande, non io”.

“Devo fare davvero questo sforzo per capirci qualcosa? Se non faccio lo sforzo, secondo questo libro, sono stupida?”  Ecco messo per iscritto quello che mi capita di pensare a volte di certi  libri, e solo per questa frase stringerei la mano all’autrice. Poi nel vedere il suo cognome capovolto mi sono ricordata di quando da piccola leggevo le sigle della TV in bianco e nero a rovescio: Ollesorac,  Ollavretni… e Paola Caracciolo ha ottenuto immediatamente la mia attenzione. Il titolo originale del libro, ottimamente tradotto da Silvia Sichel, sarebbe Mona come il nome della protagonista, titolo che in Italia non era il caso di mantenere.  Ma veniamo al romanzo.

Mona,  scrittrice peruviana  di successo,  per vincere i suoi mostri (beve,  fa uso di cannabis, psicofarmaci e abusa di sesso in Skype) decide di partecipare al più importante premio letterario europeo a cui è appena stata candidata a sorpresa, il prestigioso Basske Worrtz.  

(la recensione prosegue a p.2)

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“Tu sei mio, io sarò tuo”, la storia di Federico II e del suo falcone Francisio

Recensione di Matteo B.

“Tu sei mio, io sarò tuo” è un romanzo scritto da Lina Maria Ugolini e illustrato da Nadia Campanotta, pubblicato da rueBallu. Il libro racconta la vita di Federico II di Svevia a partire da quando lui era piccolo piccolo e la sua mamma Costanza d’ Altavilla pensava a che nome dargli. Venne in suo aiuto il falco Francisio, suggerendole il nome di Federico poiché nel significato delle lettere sono racchiuse la pace e la potenza.

L’animale si rivela poi a Federico quando sua madre morirà:

“Il mio nome è Francisio. Dal tempo illimitato dei cieli seguo il destino e le virtù dei regnanti. Da questo momento non sarai più solo, re Federico II. Io sarò la tua guida, il tuo maestro segreto”.

Il protagonista resta orfano  a quattro anni. Ha trascorso a Palermo i primi anni della sua vita, terra di aranci e di limoni, ammirando i colori splendenti dei mosaici bizantini. Il libro continua raccontando la vita di questo fanciullo che legge libri in diverse lingue e viene sempre aiutato dal falco Francisio. Si tratta di una creatura straordinaria nata da un sortilegio, in un tempo senza tempo.

Questo grande sovrano diventerà adulto dopo aver cercato la conoscenza nell’ arte, nei libri, nelle culture diverse e nei colori che si possono trovare nei mercati. Fondamentale per lui è l’assimilazione del mondo arabo, della sua sapienza e dei sui misteri:

“Sappi che lo zero è il punto di origine di qualsiasi successione (…) Contiene l’invisibile eppure esiste. Nulla toglie, nulla sottrae”

Un libro molto bello, ve lo consiglio perché una volta letto saprete tutta la storia di Federico II, un personaggio importante, dalla mente aperta e veramente affascinante. Anche i disegni sono da dieci e lode, delicati ma potenti. Mi ha colpito molto quello di pagina 29, dove c’è una scala lunghissima che sembra portare verso un pianeta, forse in riferimento al fatto che la madre Costanza sta morendo e non sarà più in questo mondo.

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“I misteri della Rue La Bruyère” di Vittorio de Martino (La Lepre Edizioni)                                    

Sul comodino della Rambaldi

Vittorio De Martino – storico dell’arte specializzato nelle arti decorative francesi del XVIII secolo – ha vissuto a lungo a Parigi, è stato danzatore al teatro alla Scala, assistente di Eduardo De Filippo, regista d’Opera, autore di programmi televisivi e guida turistica. Con La Lepre ha pubblicato il romanzo storico Calma e quieta è la notte.

“Devo far controllare da uno specialista, ma credo che questo ritratto sia di un pittore famosissimo, Boldini. Se è così, lei ha ereditato una fortuna”. Un lampo gli attraversa lo sguardo, ma non di avidità. Direi piuttosto che è spaventato.

“Ha un’idea di chi sia questa donna?”, mi chiede.

“Io no. E lei?”. L’ho detto per provocarlo, le sue reazioni mi spiazzano, ho l’impressione che sappia più di quanto vuol dire. Con la testa fa cenno di no. Si rivolge un istante verso il ritratto, poi distoglie lo sguardo.

“Se è Boldini dovrebbe essere facile sapere chi è – gli spiego – esiste un catalogo.”

Abitare significa lasciar tracce, le vite restano impigliate negli oggetti.

Parigi. Il perito d’arte Roberto Carli sta  partecipando a un’asta quando viene contattato da Laurent Dumas per valutare l’inaspettata eredità ricevuta dalla zia novantacinquenne Line Bergeron, nota scrittrice di romanzi storici.

Laurent,  broker di una banca, non è interessato al lussuoso appartamento disabitato da sessant’anni,  e non vede l’ora di disfarsene.

(la recensione prosegue a p.2)

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