IL VIAGGIO MITICO

con disegni di Claudia Plescia

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La riscrittura del mito e le donne

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4 racconti PER NERORIZZOLI…

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“I misteri di Mercurio 6 – Il fiume del tempo” di Fiore Manni e Michele Monteleone. Illustrazioni di Andrea Oberosler (Emons Edizioni)

Recensione di Linda Cester

“Si mise allora a curiosare nello studio, girando tra i tavoli ammirata. Intere pile di fogli erano dedicate solo alle zampe dei cavalli, altre a studi anatomici e alle riproduzioni di piante e alberi e altre ancora a schizzi di ali di volatili. A Nina tremarono le mani quando sfilò da un mucchio di fogli un disegno inconfondibile, un uomo nudo con quattro braccia e quattro gambe, iscritto in un cerchio e, allo stesso tempo, in un quadrato. Gli occhi della ragazza si velarono di lacrime al pensiero di avere tra le mani l’Uomo di Vitruvio.”

Interessante e divertente la serie “I misteri di Mercurio” di Emons!raga, capace di far avvicinare i più giovani al mondo dell’arte attraverso storie avventurose raccontate da alcuni fra i più talentuosi autori per ragazzi del panorama italiano. Un modo intelligente e originale per far immergere i più giovani nella cultura e nell’arte, attraverso un linguaggio moderno, spigliato, vicino a loro, senza pedanteria o banalità, ma utilizzando anche le tecnologie più recenti – come quella del QR code – che consentono al libro di diventare vera e propria esperienza, un formato cartaceo che si arricchisce di una versione audio, un libro che è anche audiolibro e che all’interno, sparsi tra le pagine, nasconde espansioni audio con approfondimenti sui personaggi. Lo smartphone o il tablet si accompagnano quindi al libro, in perfetta combinazione fra loro, consentendo un utilizzo complementare fra i vari strumenti di cui i ragazzi dispongono ormai universalmente, in un’ottica moderna di lettura come esperienza a tutto tondo.

Nel sesto episodio – scritto da Fiore Manni e Michele Monteleone e illustrato da Andrea Oberosler – i tre giovani protagonisti della serie Nina, Lorenzo e Jamal si troveranno catapultati dalle sale del Louvre dei giorni nostri, dove sono in gita con la scuola, al Rinascimento italiano, con tanto di mantelli ingombranti e scarpe scomode, per aiutare nientemeno che il grande Leonardo Da Vinci in un’impresa tutt’altro che facile.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Le ombre degli uomini” di Abir Mukherjee (Sem)

Recensione di Patrizia Debicke

Sempre con la  straordinaria traduzione di Alfredo Colitto,  torna in libreria  il pluripremiato scrittore Abir Mukherjee con una nuova indagine del capitano Sam Wyndham nell’età dell’impero anglo-indiano: “Le ombre degli uomini” ,  quinto romanzo delle avventure di Sam Wyndham e Suren, Banerjee.

Ambientato in un difficile momento storico,  nella Calcutta in fermento  del 1923, con il clima politico in  ebollizione.  il romanzo,  che sarà l’ ultimo e conclusivo episodio della serie,  costringe  Wyndham e Banerjee a inserirsi in una sfida che richiama il   Grande gioco di Kipling, con un’avventura epocale.

La storia prende il via  dalla decisione del  Capitano Sam Wyndham con il sostegno del  suo sergente indiano, Surendranath Banerjee,  di ricattare Uddam il Leone, boss di una pericolosa  gang indù  che controlla buona parte del traffico dei narcotici  di mezza città, con lo scopo di  fermare una  vendicativa guerra tra bande prima delle  elezioni locali.  Di abitudine  gli inglesi preferiscono non interferire nelle faide indigene,  lasciando  che se la vedano tra loro ma, in questo caso, le  due fazioni  in lotta non solo provengono da quartieri diversi, ma sono ohimè anche di fedi diverse.  E sia Wyndham che Sua signoria , Lord Taggart, suo capo e capo della  polizia, sanno bene – con  il Mathama Gandhi,  messosi a  digiuno e  in ritiro spirituale per la parte avuta nello scatenare le avverse passioni –  che certi  omicidi potrebbero facilmente  degenerare  da  faida religiosa di basso livello in un  “massacro generale tra  indù e musulmani”.

Il loro  piano però rischierà  di fallire quando Banerjee non si presenterà all’ appuntamento previsto. Wyndham usando  fermezza e minacce otterrà una dilazione di poche ore. Tuttavia  non sarà facile rintracciare  Suren Banerjee. Questi  infatti,  convocato di persona  da Lord Taggart, aveva  ricevuto l’ordine  di pedinare in segreto ( ovverosia senza informare neppure il suo capitano)  Farid Gulmohamed,  un finanziere di Bombay,  importante uomo politico musulmano e scoprire i motivi  per i quali si trovava a Calcutta.

 Nel corso dell’inseguimento aveva notato che  Gulmohamed,  dopo aver raggiunto un hotel ristorante in un sobborgo malfamato,  si era fermato a parlare con un euroasiatico,  ma dopo,  mentre Banerjee proseguiva il suo pedinamento, era  stato aggredito  alle spalle davanti al cancello di un recinto. Al suo risveglio, Gulmohamed era scomparso, e una  successiva ispezione dei luoghi  gli aveva fatto trovare  aperta la   porta di una casa  dove aveva scoperto  un omicidio , riconoscendo nel morto   Prashant Mukherjee, celebre accademico indù.

(la recensione prosegue a p.2)

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“Presto verrai qui” di Giorgio Glaviano (Marsilio)

Recensione di Patrizia Debicke

L’ispettrice di polizia Melina Pizzuto, trentacinquenne palermitana di origine, dopo aver vissuto e lavorato a Roma per ben dieci anni si è trovata trasferita d’ufficio (o meglio dire poco eufemicamente rispedita per incompatibilità ambientale)  nella sua città natale. Trasferimento provocato dalla sua colpa, ovverosia  dalla sua  denuncia  suffragata da prove nei confronti  di mezzo commissariato, dove lavorava, compreso il suo compagno, per abuso di potere, minacce, atti di violenza e intimidazione. La poveretta quindi,  non per sua colpa, in attesa di chiusura delle indagini da parte del magistrato incaricato  e conseguente condanna degli accusati, si era trovata cacciata a forza in un punitivo e seminfernale limbo siciliano.
Trasferita dunque, “teoricamante” alla Mobile palermitana, accantonata in una stanzuccia della questura dove da due mesi  il suo unico compito in pratica pareva diventato scaldare la sedia, tentare di far  funzionare un computer capriccioso e… basta.  Situazione da sbattere la testa se non per  il fatto che Melina Pizzuto, pur di aspetto riservato,  malinconico, orfana di superlative  doti  fisiche e  non afflitta da geniale  intelligenza, possiede invece al cento per cento di  tenace testardaggine e dell’ insopprimibile orgoglio che la spinge ad andare sempre fino in fondo.  Costi quello che costi. E l’ha dimostrato, rinunciando persino al fidanzato, a questo punto trasformato inesorabilmente  e per sempre in ex.
Fino a quando, per prenderla in giro, in un specie di trappola ordita alle sue spalle da coloro che dovrebbero comportarsi da colleghi ma le remano contro, si trova incastrata, si fa per dire, in una stramba denuncia.
La vedova Colleferro, devota alla vergine Maria  , con figlio disoccupato e madre con il Parkinson, si è  presentata infatti  per denunciare la  vicina di casa, che accusa di averle  sfregiato  la sua “folcloristica” cappelletta votiva, infilando una pezza lurida tra i gerani.  La stessa che, messa in una sacchetto di plastica,  prima di firmare il verbale,  a mò di indiscutibile prova e  reperto, affiderà a Melina Pizzuto. 
Lei, amareggiata e furibonda  insomma,  la faccenda ha del carnascialesco e  il troppo stroppia,  prima pensa di stracciare la denuncia e  fregarsene , poi però, per puro  spirito investigativo, decide almeno di dare un occhiata al reperto. E la pezza incellofanata, sorpresa, sorpresa,  si rivela essere una maglietta da uomo taglia XL e, a parte del  lerciume che la insozza , il rosso che vede chiaramente  pare proprio  sangue, sangue e tanto, umano?  Da dimostrare ma? Certo, se lo fosse, la persona che la portava non deve essere in salute, anzi molto probabilmente sarà stato ferito e magari  a morte. Stai a vedere che quella maglietta vuol  dire che stavolta la Dea bendata ha  voluto che  le capitasse in dono un caso? Un vero caso?   

(la recensione prosegue a p.2)

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Il canto della falena di Maria Elisa Aloisi (Mondadori)

#grandangolo di Marco Valenti

Maria Elisa Aloisi, siracusana di nascita e catanese di adozione, lavora nel capoluogo etneo come avvocato penalista. “Il canto della falena” è il suo secondo romanzo, il primo con Mondadori. Siamo alle pendici dell’Etna, dove viene ritrovato il corpo senza vita di un commercialista. Si tratta di un omicidio e la prima sospettata è la moglie. Il caso arriva nelle mani di Emilia Moncada, avvocato e protagonista principale del romanzo, che farebbe di tutto pur di evitare di doversene occupare. Ragioni d’ufficio e di risonanza mediatica a livello non solo locale, le impongono però di prendere la difesa dell’imputata.

Credo di averglielo già detto. Sono una biologa, specializzata in entomologia. Lei non può immaginare quanto sia complessa la vita degli insetti. Conosce il metodo di accoppiamento della falena? Immagino di no. Ebbene, non ci crederà, ma il maschio di questa specie è un insetto stupratore. Il maschio percepisce i feromoni della femmina, ma sa già che lei non si concederà. Per questo intona una melodia ingannatrice. La sua perfida serenata imita gli ultrasuoni che emettono i pipistrelli. Così la femmina si immobilizza, temendo di essere divorata dopo essere stata intercettata dal pipistrello. Il maschio allora approfitta della sua paura e la stupra.

In una Catania sospesa a metà tra la quiete del mare e il caos disordinato delle strade Emilia (“Ilia” per gli amici) si ritrova a scavare nei silenzi di una famiglia molto più che reticente. Come spesso accade le cose non sono quasi mai come sembrano a prima vista. E di questo dovrà accorgersi anche Ilia, prima o poi. La sua forza (che al tempo stesso può essere vista anche come la sua debolezza) è quella di avere una connotazione caratteriale votata allo sposare le “cause perse” in nome di un’umanità davvero empatica. È una donna come tante, fatta appunto di pregi ma anche di difetti, che fatica a stare a galla in contesti in cui il pesce più grande mangia costantemente quello più piccolo, ad ogni livello sociale e lavorativo. Ma è soprattutto una donna che crede nella giustizia, sia sociale che divina, testardamente ostinata a portare avanti i propri valori, ad ogni costo.

“Prima regola: la verità non conta. La verità non è mai una, perché potrebbero esisterne almeno due versioni: la verità materiale, quella dei fatti, in cui si espone come sono andate davvero le cose; e la verità processuale, quella che suggeriscono le prove, che emerge all’esito di un processo e spesso non coincide con la prima.”

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“Città in fiamme” di Don Winslow (HarperCollins)

#grandangolo di Marco Valenti

Don Winslow non è solo un grande narratore, ma anche un autore estremamente prolifico. “Città in fiamme” è infatti il primo capitolo di una nuova trilogia che ci consegna a distanza di tre anni dalla chiusura della precedente. Dal confine tra gli USA e il Mexico ci spostiamo nell’estremo nord est, in Rhode Island, lo stato più piccolo della confederazione statunitense ma soprattutto lo stato dove Winslow è nato e cresciuto.

Siamo negli anni ottanta, a Dogtown, una cittadina a poche miglia da Providence, la capitale dello stato. E sono le mafie italiane e irlandesi a spartirsi il territorio e gli interessi economici, leciti e illeciti, in nome di un patto non scritto che permette a entrambi gli schieramenti di avere i propri introiti senza danneggiarsi a vicenda. Gli immigrati dalla vecchia Europa si rispettano ma non si sono mai veramente amati. L’equilibrio che permette di arricchirsi con le attività portuali, il contrabbando, la prostituzione e il gioco d’azzardo è veramente labile, anche se regge da decenni.

“Se vuoi costruirti una nuova vita, una vita pulita, non puoi farlo sulla base di un peccato.”

Come nelle grandi tragedie greche sarà la comparsa di una donna fatale a far saltare gli equilibri e a scatenare una guerra fratricida che insanguinerà le coste del freddo nord est. È qui che le fiamme (della passione prima e dell’odio in seguito) iniziano a divorare la città. È l’avvio di una saga familiare che guarda alla perdita di quei valori che il tempo pare aver sancito come desueti, e che il mondo moderno con la sua vorace velocità contribuisce a cancellare. Perché una cosa è chiara nei romanzi di Winslow, anche i criminali hanno un loro codice etico da rispettare, fondato su lealtà, tradimento e onore. Le nuove generazioni malavitose però sono pronte a tutto, anche a sotterrare quei valori che sancivano l’equilibrio, in nome di una fama di potere che schiaccia ogni cosa trovi sul proprio cammino. Alla faccia del grande sogno americano, ancora una volta demolito dalle parole taglienti di Winslow.

E in una città che brucia, è difficile trovare un riparo.

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“Omicidio al Grand Hotel” di Beate Maly (Emons)                                              

Sul comodino della Rambaldi

Beate Maly – Vienna – ha studiato pedagogia nell’ambito dell’educazione primaria e ha pubblicato romanzi, narrativa per bambini e saggi. Con Omicidio al Grand Hotel  inaugura una serie ambientata negli anni venti in Austria.

“Ernestine si sfilò i guanti di pelle marrone, si tolse il cappellino foderato e li posò entrambi sul bancone di legno. La sua corta capigliatura riccia era arruffata, ma la professoressa in pensione non si curava di simili frivolezze.

“Non indovinerà mai cosa mi è appena successo,” annunciò in tono concitato, guardandolo con i suoi scintillanti occhi azzurri. Come sempre, Anton sentì il suo cuore accelerare. Come se avesse dimentica che a sessant’anni si è troppo vecchi per le fantasticherie romantiche.”

Autunno 1917 – Valle dell’Isonzo – i fratellini Mario e Francesco si recano al fiume per un bagno di nascosto dalla mamma. C’è ancora la guerra e l’esercito  nemico circonda il villaggio. Il tempo di entrare in acqua e appena Mario si gira a cercare Francesco lo trova dilaniato da una mina.

Inverno 1922 – Semmering. Ernestine Kirsch, insegnante sessantenne in pensione, è stata invitata a un corso di tango nel lussuoso hotel Panhans, e ha convinto il farmacista Anton Bock ad accompagnarla.

Lei non  si tiene dall’entusiasmo di poter ballare, lui non ne è entusiasta ma l’ama e pur di starle accanto  se lo fa andare bene.

Per il corso faranno arrivare apposta due ballerini di tango dall’Argentina.

L’evento è stato organizzato dalla vedova di un banchiere nota per il suo impegno sociale. La donna si è appena rotta una caviglia e ha regalato i  biglietti a Ernestine per non sprecarli. 

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I milanesi si innamorano il sabato di Gino Vignali (Solferino)

#grandangolo di Marco Valenti

“I milanesi si innamorano il sabato” è una storia in cui nulla è come sembra in partenza. È stato così anche per il commissario Armani, che pensava di aver individuato nella tranquilla provincia il luogo migliore per il suo “buon ritiro”. Ma, come detto, nulla va come pensiamo o speriamo. E quindi la scelta di lasciare la caotica Milano a favore dei bucolici paesaggi lacustri del lago di Como è da inquadrare alla voce fallimenti.

Di Gino Vignali sappiamo praticamente tutto. Tra Zelig e Smemoranda sono anni che lo conosciamo, sia da solo che in coppia con lo storico partner in crime Michele Mozzati. Questo suo recente “I milanesi si innamorano il sabato” è il primo episodio con il suo nuovo antieroe, il commissario Armani, che va a sostituire l’amatissima Costanza Confalonieri Bonnet, figura principale della sua tetralogia riminese.

A dire il vero, la Confalonieri Bonnet riesce a ritagliarsi un piccolo spazio anche in questo romanzo. Se si tratta di cameo fine alla narrazione o se diventerà una sinergia per i prossimi futuri romanzi questo ancora non è dato saperlo. Di certo sappiamo che non è stato per nulla faticoso adattarci alle nuove ambientazioni lacustri, anche perché in fondo non è cambiato nulla nella scrittura di Vignali. Il suo approccio scanzonato e sarcastico, ma decisamente incalzante e ritmato caratterizza infatti anche questo suo ultimo lavoro. Facile quindi dimenticare la riviera romagnola e sposare il “nuovo mondo” lombardo dove si ostentano in egual misura il portafoglio e il razzismo strisciante delle “camicie verdi”.

“I milanesi si innamorano il sabato” si apre con il cadavere di una donna che viene rinvenuto su un lettino per massaggi di una SPA. È completamente nuda, eccezion fatta per la corda dell’accappatoio che le cinge il collo. Non è tanto il cadavere in sé a preoccupare Armani, quanto il fatto che nel momento della morte fossero presenti in struttura personaggi di un certo peso politico e imprenditoriale. Ma non è tutto, l’indagine finisce per accavallarsi a una operazione antidroga sotto copertura a cavallo tra Italia e Croazia. Tutto quello che Armani voleva lasciarsi alle spalle gli si ripresenta con gli interessi in una volta sola. Un casino dopo l’altro. Alla faccia della vita tranquilla della provincia.

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Ragazze troppo curiose di Nino Motta (Bompiani)

#grandangolo di Marco Valenti

Nino Motta è lo pseudonimo con cui Paolo Di Stefano arriva a pubblicare il secondo romanzo che vede come protagonista la filologa siciliana Rosa Lentini. A distanza di cinque anni da “La parrucchiera di Pizzuta” Motta torna in libreria con un nuovo caso, ambientato doverosamente nella sua terra natìa.

Il romanzo si apre a Ortigia, è il 1974 e siamo nel pieno degli anni di piombo, quando in una sera d’autunno viene ritrovata morta una giovane giornalista che aveva avuto l’ardire di indagare su di un omicidio avvenuto qualche mese prima, quando a perdere la vita in circostanza misteriose era stato un antiquario della zona dal passato non proprio immacolato politicamente parlando. Il decesso sembra da ricondurre a eventi che riconducono addirittura al ventennio fascista. La giornalista era riuscita infatti a delineare piste del neofascismo regionale e nazionale, il contrabbando di sigarette, il traffico di stupefacenti e di armi nella zona, gli intrallazzi sugli oggetti di antiquariato e sulle spoliazioni di chiese e palazzi antichi, le occulte manovre degli agenti del regime greco dei colonnelli ancora in vita per qualche mese, le intese con i franchisti di Spagna, le esercitazioni paramilitari mascherate da scavi archeologici.

Nella provincia di Catania, “babba” in quanto non interessata da una presenza mafiosa degna di rilievo, avviene l’omicidio di un faccendiere con ambigui legami con settori della politica ai limiti della legalità. Wanda coglie degli inquietanti segnali di collusione tra mafia e politica deviata, ma la sua indagine sarà brutalmente interrotta nel momento in cui sta per avvicinarsi troppo alla verità. Passano gli anni, nessuno indaga sulla fine di Wanda, innanzitutto perché un sedicente assassino si è subito costituito assumendosi la responsabilità del delitto, indicando come movente la propria labilità mentale esasperata dalle pressioni della giornalista. I due casi vengono insabbiati, gli anni passano, la vita continua.

“Che c’entra la morte di Valvo con l’omicidio di… Come si chiama la ragazza?” “Si chiamava Wanda Girlando.” “Ah, adesso che me lo dici, mi ricordo che se ne parlò…” “C’entra che la ragazza stava indagando sull’omicidio di Valvo.” “Ma chi glielo ordinò di mettersi a indagare?” “Era una giornalista.” “Wanda cominciò a interessarsi della morte di Valvo, fece le sue indagini e ne scrisse per il giornale della città, accusando il figlio del presidente del tribunale cittadino, certo Roberto Infantino.” “Fammi capire. Hai detto il figlio del magistrato più importante della città?” “Proprio così. Fatto sta che dopo sette mesi, una sera, Infantino uccide Wanda nella macchina di lei, davanti al carcere di Siracusa, tira fuori la pistola, spara e va a costituirsi immediatamente.”

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“Run, Rose, Run LA STELLA DI NASHVILLE” di  Dolly Parton e James Patterson

Recensione di  Piera Carroli

Talvolta è rilassante leggere libri dallo stile non troppo carico, o perlomeno non dalle prime pagine. Gli argomenti importanti sono segnalati presto: la difficoltà di farsi notare, la fame patita da chi arriva senza un soldo ed è costretto a dormire nei parchi. Invece il pesante baggage che ipersonaggi si trascinano addosso e che avrebbe potuto stramazzarli, si percepisce appena. Pare di ascoltare in sottofondo musica country. Invece di esser aggrediti da scene pulp e autopsie, il passato nero e i traumi dei personaggi si srotolano con la cadenza strascicata dell’accento del profondo sud e il ritmo lento della musica country. Nel lento scavo dei personaggi principali e del contesto in cui interagiscono i personaggi irrompono alcuni colpi di scena e scene violente. D’altronde lo stesso titolo, Run, Rose, Run sottolinea che la protagonista è in fuga da qualcuno. Come sempre nel noir, mai le cose sono come sembrano. D’altro canto, mette anche in rilievo la sua energia e la forte volontà di correre verso un traguardo che ella si è prefissata.

In questo libro scritto a quattro mani, “the queen of country meets the king of grim” [la regina della country music incontra il re del genere grimdark] (Daily Mail, 11/3/22). Al famosissimo James Patterson piace scrivere romanzi con forti donne protagoniste diventati in seguito film o serie televisive (es. Women’s Murder Club). L’autore sudafricano ha già scritto libri con autrici (es. CON l’australiana Candice Fox , Nov 21, 2016, Recensione di Piera Carroli.)

In questo caso la PRIMA autrice è Dolly Parton che, nonostante la sua taglia, con la sua voce, la chioma e le forme, e ora la sua penna, dei due, è la più grande in assoluto.

La trama ripercorre le fatiche di una giovane aspirante cantante arrivata come tante altre a Nashville nella speranze di sfondare nel mondo country.

Noir dallo Stile apparentemente leggero, scandito dall’apparentemente leggera e sdolcinata musica country

Patterson, protagoniste le donne e autrici ‘l’australiana…

Come la salsa, una delle musiche più ascoltate e ballate

Ma neanche la musica country, una delle più diffuse e anche più ibride, è poi così semplice e superficiale. Dietro i cuori infranti e i toni nostalgici si celano occhi pesti, abusi, infanzie sciupate – nelle rime dure della protagonista, la quale, fisicamente ricorda annielee keyes ma forse è semplicemente una coincidenza. Dolly e Annielee ce l’hanno fatta quante invece sono annegate nell’alcool nella droga nella prostituzione, nella follia.

A LA di giorno nel famoso strip non si possono nascondere, lo squallore e la devastazione velano anche i negozi e i teatri più appariscenti.  Il mito di nashville è  stato demolito già da tempo con film e romanzi ma questo libro è scritto dalla grande Dolly Parton, con Patterson che non demorde

E narrato prevalentemente dalla voce di una ragazzina già troppo rovinata ma indomita.

Cos’è cambiato?

Lo scopriamo attraverso la lenta costruzione del ritratto della protagonista, vittima forse nel passato – lo immaginiamo dalla paura che le cinge la gola di tanto in tanto – ma decisissima a non affondare mai più.

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“Una stanza per Ada” di Sharon Dodua Otoo (NNE)                                 

Sul comodino della Rambaldi

Sharon Dodua Otoo – Berlino – scrittrice e attivista inglese di origine ghanese scrive in tedesco e ha  pubblicato articoli e novelle sui temi della diversità, del razzismo e del femminismo. Nel 2016 ha vinto il premio Ingeborg Bachmann con un racconto. Una stanza per Ada, il suo romanzo d’esordio, è venduto in oltre venti paesi.

Fabio Cremonesi – laureato in Storia dell’arte medievale lavora come traduttore per una libreria e per una cooperativa sociale a Empoli traducendo per noti autori da: tedesco, inglese, spagnolo e catalano.

“Era davvero venerdì 13. Bontà divina. Almeno sarebbe stata l’ultima volta per quell’anno. Avevo gli occhi aperti ma non si può dire che fossi sveglia. Il sogno gironzolò intorno ancora per un po’, mi fece il solletico alle palpebre e un gran male alla nuca prima di ritirarsi a malincuore. Attendeva dispettoso vicino alle mie orecchie, ben sapendo che presto sarei andata a riprendermelo. Spostai la borsa dell’acqua calda dietro la spalla sinistra e girai la testa da una parte all’altra. Era solo tiepida, la cosiddetta borsa dell’acqua calda. Sarebbe stato meglio alzarmi e riempirla di nuovo. Nessun problema, in teoria. Sono una donna forte e indipendente, mi dissi, su! Andiamo!”

– Cosa vorresti essere?

Non avevo dubbi.

– Qualcosa che porti gioia, risposi.

I genitori di Sharon Otoo si sono trasferiti da Accra in Ghana a Ilford a nord-est di Londra dove è cresciuta coi fratelli. Dopo essersi laureata nel 2006 ha deciso di spostarsi a Berlino dove vive attualmente coi quattro figli.

Sharon si descrive come madre, attivista, autrice ed editrice britannica nera. Membro  dell’iniziativa per i neri in Germania, cura libri Witnessed English e pubblica articoli politicamente impegnati su cultura, diversità e femminismo. Dal 2014 è coordinatrice del progetto regionale Arbeitsstelle Berlin che promuove integrazione sociale e sviluppo per i figli di famiglie immigrate.  

Una stanza per Ada è un impetuoso romanzo, ottimamente tradotto e interpretato da Fabio Cremonesi, che racconta di  quattro donne di nome Ada vissute in quattro epoche diverse.  Quattro donne unite dallo stesso prezioso bracciale di perle che quattro uomini tenteranno di portar via. Quattro  storie di lotta che si dipanano nell’arco di cinquecento anni attraverso diverse epoche, nazioni e prospettive che  affrontano razzismo ed emancipazione femminile. A cominciare dall’Ada che vive nel Ghana del quindicesimo secolo che piange il figlio morto nella notte più lunga dell’anno. Figlio  che non ha ancora  una tomba e un nome. Il fatto che ne siano già morti altri non rende la disgrazia meno dolorosa. Quando lo portano via è ancora caldo. Le  altre donne dicono che  avrà  altri figli sani e che deve sforzarsi di dimenticare. Ada avvolge il piccolo in un velo bianco e  sfila  il bracciale di perle, dopo averle contate col pollice…

Perché i figli non restano? Dove ha sbagliato?

(la recensione prosegue a p.2)

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