La riscrittura del mito e le donne

Quattro incontri con gli dei, per conoscere meglio le loro vicissitudini e i loro segreti

E se Didone non si fosse uccisa e avesse proseguito il viaggio al posto di Enea?

Il viaggio di Ulisse raccontato dalle donne che incontrò

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Vuoto” di Ilaria Palomba (Les Flaneurs Edizioni)

#grandangolo di Marco Valenti

Sono passati sette anni da quando abbiamo conosciuto Iris. La sua storia, raccontata nel dirompente “Homo Homini Virus”, ci ha devastato, lasciandoci cicatrici che bruciano ancora. Oggi, duemilaventidue, Ilaria Palomba ce la ripresenta esattamente nelle stesse condizioni in cui l’avevamo lasciata, alle prese con quel passato che continua a condizionarle l’esistenza e da cui non riesce ad emanciparsi.

Iris ci trascina all’interno di un romanzo visionario e dal grande impatto emotivo, che ci travolge con la sua cruda sincerità. Ilaria Palomba ha scelto ancora una volta lei per raccontarsi, mettendosi a nudo, come forse mai in passato.

Le vicende nascono e muoiono attraverso un arco temporale che va da un’Estate all’altra, e che inizia in Salento, laddove tutto ha preso vita. Dove il dolore legato allo stupro adolescenziale non ha mai smesso di portarle in dote quell’angosciante senso di smarrimento che trasforma le sue giornate in un ordigno pronto a deflagrare. Vittima di una straniante sensazione di vuoto imminente da cui non riesce ad emanciparsi, Iris assiste impotente alla trasformazione della sua terra, da magica a tremenda.

In compagnia di Giulio, amico fraterno e anima bella in cui specchiarsi e da cui trarre bellezza, Iris insegue sogni letterari, condividendo con lui la medesima ambizione autodistruttiva in un “deserto dechirichiano eletto a rifugio nella delirante estate salentina”. La loro fuga dalla realtà si conclude “dove le orme scompaiono oltre l’ultima lingua di spiaggia visibile”, dove trovano finalmente il posto per “sedersi sulla sabbia scura e densa, mentre il cielo si oscura e il mare metallico si appiana nella notte crepuscolare”.

Incapace di relazionarsi con il resto dell’umanità che la circonda, Iris, prende consapevolezza del proprio egocentrismo, che, oltre a privarla dell’istinto materno, rischia di privarla anche di quello di conservazione, spingendola verso baratri da cui è impossibile fare ritorno.

Mentre tutto intorno a lei esplode, sceglie inaspettatamente di sposarsi.

Decisione che, oltre a sancire ufficialmente l’inizio della fine, risulta di difficile lettura anche ai suoi occhi. Il suo rapporto con il marito, troppo frettolosamente idolatrato e poi sposato, è racchiuso in queste sue parole – Mio marito mi è estraneo. L’ho amato dal primo momento, ma non l’ho mai visto. Vedevo il suo talento, le sue parole, leggevo trame sotterranee nella sua biografia, ma non leggevo in lui altro che questo: Sono migliore di te. Il contesto gli dava ragione. Adesso, nell’atrio di casa, vedo i suoi occhi scuri, severi, li desidero addosso, ma non so cosa nascondono. È come se non ci fossimo mai incontrati.

(la recensione prosegue a p. 2)

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Gli dei non amavano le Meduse

Riflessioni su mito e patriarcato

di Marilù Oliva

“Sono infinite le storie di sopruso che le ragazze dovettero subire e voglio ricordare tra tutte Medusa, tre volte oltraggiata. Perché gli dei non amano quelle come lei. E nemmeno le dee hanno molta simpatia. Medusa era una bellissima fanciulla ed è curiosa questa dicotomia dell’antica Grecia – giunta un po’ però anche fino ad oggi – per cui da un lato ti viene fatto capire che è molto meglio se nasci bella, perché avrai molte più chances, ma dall’altro ti deve essere chiaro fin da subito che il tuo fascino potrebbe causarti un sacco di guai”.

Su IL FATTO QUOTIDIANO una mia disamina su patriarcato e mito, nella rubrica A PAROLE NOSTRE

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“Quello che non sai di me” di Jesper Stein (Marsilio Farfalle)                     

Sul comodino della Rambaldi

Jesper Stein – Copenaghen – Giornalista d’inchiesta e reporter di guerra, dal 2006 è membro dell’Accademia danese del poliziesco. Quello che non sai di me è il quinto romanzo della serie dell’ispettore Axel Steen, tradotta in undici lingue e premiata col Golden Laurel il più prestigioso premio danese.

“Otto milioni di euro in contanti per trecento chili di cocaina della migliore qualità. Sulla piazza, in Russia, valeva almeno venti milioni di euro. In quel preciso istante la stavano scaricando nel porto di Varna, in Bulgaria, pronta per il trasbordo alla volta di Soči, sulla costa russa del Mar Nero. Dell’affare si era occupato il Danese, anello di contatto tra la Colombia e Grisha. Appena ricevuta la conferma che la merce era stata pesata e caricata, l’avrebbe pagato. Bashkim ignorava come il Danese avesse eluso i controlli doganali, e non gli importava. Era sicuro che non ci sarebbero stati problemi. Chiunque aveva fatto affari con Grisha sapeva che era meglio non tentare di fregarlo, se non si voleva fare una brutta fine.”

In questa nuova avventura, dopo aver a lungo collaborato, i due agenti della polizia danese Axel Steen e Vicki Thomson vengono impegnati in due incarichi diversi.

Axel lavorerà  sotto copertura, tra Amsterdam e Copenaghen, per i servizi segreti americani, per catturare Grisha, lo spietato e imprendibile boss della mafia russa. Per farlo dovrà  infiltrarsi nella criminalità organizzata e  fingersi uno spietato narcotrafficante. Cosa che  asseconderà di gran lunga  i suoi lati oscuri,  anche se dovrà  stare in guardia. Chiunque faccia affari con Grisha sa che non deve fregarlo se non vuole fare una brutta fine. Ultimamente l’hanno imparato a loro spese due corrieri che si erano tenuti tre chili di cocaina.  I presenti non riescono a scordare le grida di quando gli hanno scuoiato  le braccia.

Vicki Thomsen sarà invece incaricata dalla sezione antirapine di indagare su un curioso  furto nel  caveau di una banca, coi soliti colleghi maschi che la ostacolano.

(la recensione prosegue a p. 2)

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“Noi quattro nel mondo” di Francesca Cerutti (Bookabook)                      

Sul comodino della Rambaldi

Francesca Cerutti – Milano – Nutre da sempre un grande amore per la scrittura e le lingue straniere. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Lingue per l’impresa, ha deciso di specializzarsi in traduzione.

Noi quattro nel mondo è il suo romanzo d’esordio.

“La libraia comparsa dal nulla sembrava una Lady Diana minuta. Non doveva avere più di venticinque anni, ma ogni tanto aveva qualcosa della donna matura, della mamma premurosa. Non lo conosceva e in pratica gli stava già regalando una copia dei Fiori del male di Charles Baudelaire… chi le diceva che lui sarebbe davvero tornato indietro, appena avesse avuto più soldi con sé, per pagare il libro? Si erano presentati e aveva scoperto che lei si chiamava Lylie. D’un tratto gli era parso di non essere più così solo.

“Posso sul serio prendere il libro?”

“Certo…”

“Grazie. Tornerò, te lo pagherò, giuro.”

“Mi farebbe piacere se tornassi.”

“Tornerò un giorno in cui starò bene.”

Bookabook è un nuovo modo di vedere l’editoria e il rapporto tra scrittore e lettore. È  un libro scelto dagli editor e dai lettori che l’hanno sostenuto, preordinandolo, dopo aver letto l’anteprima.

Come funziona? L’editore lancia una campagna di crowdfunding della durata di 100 giorni e se vengono pre-ordinate almeno 200 copie si procede alla pubblicazione. Ed è solo dopo essere stato apprezzato da molti lettori che è nato Noi quattro nel mondo, la storia dei giovanissimi Lylie, Océane, Kevin ed Eric che si incontrano casualmente in una libreria di Parigi per non lasciarsi più.

Parigi – estate 2013 – Kevin, 19 anni, è bravissimo a scrivere e inventare storie, ma è altrettanto impacciato con le persone.  È  diventato uno scrittore di successo per caso pubblicando un libro a diciotto anni, ma non  ha mai baciato una ragazza. È innamorato di Sophie, ma non sa come dirglielo. Vorrebbe parlarle ma gli manca il coraggio e scrive lettere che puntualmente cestina. Kevin è anche vessato dall’editore che attende il suo secondo romanzo, ma la sua pagina resta inesorabilmente bianca.

(la recensione prosegue a p. 2)

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“La signorina Zeisig e l’amico americano” di Kerstin Cantz (EMONS)      

Sul comodino della Rambaldi

Kerstin Cantz – Monaco – ha lavorato come giornalista freelance ed è stata redattrice presso una televisione privata prima di dedicarsi completamente alla narrativa e alle sceneggiature. Dal suo primo romanzo storico Die Hebamme è stato tratto un film.

“Bene, allora… i  coniugi Williams. A gennaio è prevista l’adozione del piccolo Paul.” Alzò gli occhi. “Una telefonata anonima ha detto?”

Elke annuì. “Venerdì scorso.”

“Il più delle volte sono le domestiche a contattare i servizi sociali. Tedesche che fanno le pulizie dagli americani, oppure le babysitter.”

“Succede spesso?”

“No, direi di no. Ma ovviamente seguiamo qualsiasi indizio in nostro possesso.” Margarete Rand si tolse gli occhiali. Gli occhi stanchi, azzurro chiaro si appuntano sull’interlocutrice. “Vede, signorina Zeisig, ormai sono vent’anni che trovo famiglie americane per i bimbi di Monaco. Soprattutto orfani dopo la guerra. A suo tempo una soluzione salvifica. Ora tocca ai figli illegittimi delle relazioni tra giovani donne e soldati americani, che in tal modo possono avere una vita migliore. Anche il piccolo Paul è nato da un legame di questo tipo.”

22 Novembre 1963.  Manca un mese Natale e a  Monaco di Baviera si respira aria di neve. Dopo il caso della bambina scalza, l’ispettrice Zeisig non ha più collaborato col commissario Manschreck della omicidi.  Elke non   è la solita bellona. Indossa una divisa scadente che fa sudare e che le sta malissimo, ha le calze smagliate, non si depila le ascelle, ma è  l’unica di tutta la sezione  femminile ad avere la patente. In quegli anni le  agenti devono restare nubili come suore,  immolarsi al lavoro, servire i poliziotti maschi  e limitarsi ad occuparsi di bambini e adolescenti in un triste ufficetto dalle  pareti verdi sprovvisto di tutto.

(la recensione prosegue a p. 2)

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“È ricca la sposo e l’ammazzo” di Jack Ritchie (Marcos y Marcos) di Patrizia Debicke

Se volete leggere un’ antologia di racconti noir che qualche volta si ammansisce  e per un soffio  diventa di dolceamaro sapore giallo noir, questa “È ricca la sposo e l’ammazzo” rappresenta  davvero il must. Una raccolta che racchiude alcuni tra i suoi migliori  racconti  e Jack Ritchie riesce sempre, gli bastano  poche pagine, qualche volta persino una sola, a immergerci in  un’atmosfera soavemente noir.  Dodici  irrinunciabili racconti, magistralmente tradotti da Sandro Ossola, dodici perle da infilare che sanno creare personaggi, scenari,  situazioni e implacabili o magari semicasuali delitti.  Questa, è evidente, è la ragione per cui Jack Ritchie era  uno degli scrittori preferiti di Alfred Hitchcock… E ancora oggi unanimemente riconosciuto come uno dei più duttili  ed eleganti scrittori di racconti noir.
Ha scritto fino a quando ha potuto,  è morto a 61 anni, centinaia di racconti (alla morte addirittura cinquecento) che sono stati  pubblicati e ripubblicati in tutto il mondo.
Nato nel 1922 a Milwaukee, Ritchie dichiarò poco prima della propria scomparsa, nel 1983:
“Non c’è romanzo che non si possa migliorare trasformandolo in un racconto breve: nelle mie mani, I Miserabili sarebbe diventato un pamphlet”. Qualcuno poi, magari  un suo personaggio, ebbe addirittura  a dire: “… quel tipo là avrebbe potuto scrivere  Guerra e pace sul retro di una cartolina”.
Possibile certo ma non l’ha fatto, peccato?  Dobbiamo considerarlo insomma come il genio della miniaturizzazione letteraria?  Un arte certo covata per anni e anni sotto le armi, leggendo migliaia su migliaia  di gialli e perfezionata in seguito quando, tornato alla vita civile dopo un periodo da travet nell’azienda familiare,  si dedicò anima e corpo alla scrittura.  Una scrittura che prende, eccome!  Tanto  che ci siamo  presto lasciati coinvolgere , o meglio condizionare  dalla sua bravura  nel saperci imbrogliare.  Sissignori  e da un geniale  mascalzone. Da un qualcuno che si sarebbe divertito magari  a studiare e suggerire  nuove possibili clamorose varianti per il finale di Rashomon,  sarebbe stato in grado di far diventare Pietro Gambadilegno un’allieva di Suor Maria Teresa di Calcutta e  di insinuare l’atroce dubbio  che in realtà Marilyn Monroe fosse una spia nemica.  Non male come suggestione. Udite, Udite! Potrebbe dare qualche idea a un giallista o meglio a uno “spy story writer”.    

Certo è che, comunque si guardi la sua storia, fu un uomo brillante e geniale forse nel posto e nel momento sbagliato e uno splendido cesellatore e in un’epoca che guardava a cose gigantesche.
“Eravamo sposati da tre mesi e io cominciavo a pensare che fosse ora di liberarmi di mia moglie.”  Questo è  l’incipit e il gustoso titolo del relativo racconto che poi dà il titolo a questa divertente antologia di racconti selezionati ad hoc da Marcos y Marcos.

(la recensione prosegue a p. 2)

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“Mare mosso” di Francesco Musolino (Edizioni e/o)

Recensione di Linda Cester

“Ma non c’è vergogna, il mare ti sconvolge e quando ti si gira contro, selvaggio e feroce, ti rendi conto che noi lo affrontiamo ogni giorno sopra un guscio di vetroresina, di legno o d’acciaio, convinti di essere i padroni del mondo e di poterne disporre liberamente. E invece il vento alza la voce, le onde si gonfiano, si frangono le creste bianche e ti ritrovi a piangere e pregare. Il mare rivela la nostra vera natura, davanti al suo rombo primordiale affiora il timore dell’ignoto.”

Il mare incanta, seduce, strega, può essere avventura, gioia, poesia, ma può anche cambiare in fretta, sorprendere. Può diventare ostile, selvaggio, spietato, come la vita. Lo ha imparato a sue spese Achille Vitale, ingegnere navale di trent’anni che dirige, a Cagliari, una flotta di rimorchiatori per conto di un ricco armatore napoletano e che nella notte del 24 dicembre 1981 dovrà soccorrere, mettendo a repentaglio la propria vita e quella della sua squadra, un cargo turco in balia del vento e delle onde, alla deriva con il suo carico di centinaia di tonnellate di pesce surgelato. Un salvataggio quasi impossibile, insidioso, complicato, una storia che diventa un noir che trascina il lettore lungo le rotte di un mare in tempesta, fra traffici illegali e contrabbandieri spregiudicati, amicizie e passioni in un alternarsi di emozioni che è un viaggio alla scoperta dell’animo umano. Sono tanti i sentimenti che la lettura di Mare mosso suscita, ammaliati dalla scrittura di Francesco Musolino, che affascina, coinvolge, quella capacità evocativa che conduce il cuore e la mente al largo, dove il mare è feroce, “il vento ulula tutt’intorno” e le onde sono “gonfie di tempesta”, in quelle atmosfere che si intrecciano con la vita di Achille, un personaggio profondo, le origini siciliane, una vita sentimentale complicata, la passione per Corto Maltese e quell’odore di mare che “fa parte del suo essere”. Un uomo che si svela in ogni sua piega e debolezza, in quella dedizione e in quella passione che fanno di lui un personaggio coraggioso, onesto, cui ci si affeziona, accompagnato da una squadra che diventa famiglia – Achille, Carmine, Efisio e Georgos -, uomini temprati dal mare, da quella vita folle, instabile, pericolosa, ognuno con le sue peculiarità, le sue caratteristiche, su cui si può contare veramente, quando “la paura ti acchiappa fra le onde, ti aggroviglia le budella e fa tremare le gambe mentre tutto oscilla intorno”. Una storia ambientata negli anni Ottanta – ispirata ad un’impresa realmente accaduta al largo del mar di Sardegna -, quando ancora non c’erano i cellulari e bisognava correre a cercare una cabina telefonica, quando la vita aveva ritmi diversi e forse, diversi, lo erano anche gli uomini.

Un romanzo che appassiona e lascia la voglia di leggerne ancora, di perdersi nuovamente fra le onde di quel mare, potente, immenso protagonista, che “può essere un compagno di avventure ma è tentatore e menzognero”, e che ancora una volta ispira, conquista, culla il lettore in un viaggio misterioso che rapisce il cuore e seduce l’anima.

Un accenno in conclusione merita anche la copertina del romanzo, che, grazie all’immagine, ai colori e alla grafica scelti, incuriosisce e resta impressa nella mente del lettore.

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“Il segreto del calice fiammingo” di Patrizia Debicke van der Noot (AliRibelli)

Recensione di Raffaella Tamba

Dopo la trilogia dei Medici, Patrizia Debicke che ci ha ormai abituati ad una narrativa storica appassionante e gratificante per la scrupolosa preparazione sulle fonti, ci porta in Europa nella prima metà del XV secolo, in un clima politico di forte instabilità.

Il protagonista principale attorno al quale l’autrice colloca personaggi storici è il pittore Jan van Eyck, che conosciamo nelle primissime pagine al capezzale del fratello Hubert il quale, prima di morire vuole dare la propria benedizione ai due uomini con i quali ha condiviso l’amore della moglie. Già questa premessa introduce il lettore al legame eticamente orientato che caratterizza la famiglia van Eyck e che determinerà in parte gli eventi successivi.

Il romanzo segue infatti la vita del grande pittore, di suo figlio Barthélemy, della sorella Margriet, artista anche lei, specializzata in miniature. Cogliamo quella che era una professione come un’altra, con i propri tempi, le priorità ed il talento che faceva la differenza. Talento che scorre nel sangue dei Van Eyck. La famiglia intera si va apprezzare a corte conquistando la fiducia e la stima del duca Filippo III di Borgogna. A Jan, in particolare, viene richiesto di sospendere gli altri lavori per assolvere ad un incarico delicato: recarsi nelle corti alleate e ritrarre le principesse più avvenenti affinché il duca possa scegliere la più adatta a diventare sua moglie e madre dell’erede al trono. L’adempimento dell’impresa rivela la lentezza di un tempo in cui i rapporti erano dilatati, difficili da costruire e mantenere, affidati a parole, messaggi e ritratti: il pittore doveva fare i conti con una posa di più giorni, sfruttando i momenti di luce adatti, cogliere espressioni del viso, dello sguardo, atteggiamenti, ammiccamenti. Passano mesi prima che il duca possa disporre delle immagini delle candidate al trono ma grazie alla qualità del tratto ed alla rara sensibilità artistica del pittore, potrà leggervi le sfumature del carattere, la timidezza o l’impudenza, la sicurezza o la fragilità, la dolcezza, la determinazione, la furbizia, la sincerità. E sarà Isabella d’Aviz, infanta del Portogallo, la prescelta.

Il fil rouge del giallo che si alimenta nelle cospirazioni di corte per il potere, si delinea nella minaccia che grava sulla vita di van Eyck, su quella del re del Portogallo e su quella del duca Filippo. Una minaccia che si estrinseca in attentati che per fortuna falliscono, ma che lasciano vittime innocenti sulla loro strada. E segnalano l’incombere di un’ombra che, dopo l’incontro con una indovina gitana, si traduce in un’arcana profezia: Una donna coronata nasconde l’inganno. Un’altra, la nemica, tesse la sua trama. Un legame consacrato e guerre, quante guerre…Il piacere cela l’inganno. Si dovrà rispettare il giuramento dell’agnello….Il talismano condurrà alla vittoria. Vedo acqua, fiamme e un pericolo, un grande pericolo. Il serpente sorgerà dall’acqua minacciando il re e il potere. Solo l’apostolo potrà mettersi in salvo per diventare il primo custode….Dovrete far ricorso al calice, al leone nordico, il secondo custode. Ma il Graal vigila. L’artefice dell’Agnello sarà il terzo custode e vi difenderà con suo figlio…Quando il Leone e l’Aquila saranno uniti indissolubilmente, il sole non tramonterà mai”. Una profezia che anticipa, per il gusto del lettore, i nodi principali della trama che la fantasia dell’autrice, geniale nella capacità di restare perfettamente aderente alla storia, sviluppa con ritmo incalzante, colpo di scena dopo colpo di scena.

(la recensione prosegue a p. 2)

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“Pensione Eden da Emilia” di Serena Grandi (Giraldi)                               

Sul comodino della Rambaldi

Serena Grandi – attrice, personaggio televisivo, scrittrice e icona sexy del cinema anni ’80 –  ha recitato per Dino Risi, Sergio Corbucci, Tinto Brass e Pupi Avati, interpretando anche molte fiction televisive e partecipando al Grande Fratello Vip nel 2017. Ha pubblicato: Serena a tutti i costi. Lettere di una vita mai inviate e, oltre, a Pensione Eden da Emilia, è prevista l’uscita di un nuovo romanzo entro fine anno sempre con Giraldi Editore.

“Distesa sul letto, con quell’ombelico e quel seno perfetti, Emilia ricordava un quadro di Renoir. Immagine eccitante e rassicurante insieme. Il corpo giovane, disarmante, leggermente velato di sudore in quella calda estate; i ciuffetti neri del pube lucidi, il visetto imbronciato, e nella stanza l’odore del sesso consumato da poco. Toni stava abbottonandosi i pantaloni. La visione parve a Emilia un po’ volgare, accanto a quel letto d’ottone che era stato della nonna paterna. “Ecco, bella!” disse lui, lasciando i soldi mentre lei si lavava nel catino accanto al letto, con l’acqua versata dalla brocca.”

Pensione Eden da Emila si fregia della prefazione di Andrea G. Pinketts lo stimato scrittore- giornalista prematuramente scomparso il 20 dicembre 2018. L’autore a suo tempo aveva letto e apprezzato questo romanzo scrivendo: il primo libro è come un primo amore di fronte al plotone di esecuzione. Se è vero che il primo amore non si scorda mai, ciò vale solo per te.Non necessariamente per il tuo primo amore, per il quale, se lui era più “grande” di te, sei catalogato come il quindicesimo amore. Col primo libro è diverso. Specialmente se sei un’attrice che ha turbato i sonni e i sogni erotici di due generazioni (facciamo anche di tutte). Ti aspettano al varco col fucile spianato.

Anni ‘40. Emilia, che deve  il suo nome alla regione dove è stata concepita, è una prostituta di paese, una semplice ragazza di campagna che sogna di abbandonare la periferia per ricostruirsi un’esistenza in città.

(la recensione prosegue a p. 2)

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“Io lo conoscevo bene” di Marina Baumgartner (Giraldi)                                       

Sul comodino della Rambaldi

Marina Baumgartner – Milano – docente, copywriter, giornalista, ha scritto di viaggi, di persone, di storie fantastiche, di paesi lontani, di cibo e di vini. Ama i viaggi, la buona musica, la solitudine di fronte al mare e gli abbracci degli amici. Scrivere è il suo respiro e una risata la salverà.

“Gianfranco è un solitario, ma non più di 20-30 minuti al giorno. Gli piace sedersi in silenzio sul palcoscenico, al buio e a sipario chiuso per sentire il brusio del pubblico che entra in sala. Poi si alza, scosta il tendone rosso e sbircia in platea e in galleria. Mi siedo anch’io vicino a lui: “Com’è?” gli chiedo. “È pieno!” mi dice gongolando. Arriva il direttore di scena e ci dice: “Vi devo dare i 5 minuti” e Gianfranco: “Vabbé, ce lo dici ogni sera e non lo fai mai… ma hai fatto il conto di quanti 5 minuti mi devi? A me servono!” andiamo per posizionarci in quinta e Gianfranco si gira e mi fa: “Ah Sergè… ho cambiato l’inizio”. “E adesso me lo dici?” gli faccio mentre avverto una fibrillazione atrio-ventricolare. “E quando te lo dovevo dire?” mi dice sornione. “Mi è venuto in mente adesso”.

Io lo conoscevo bene ripercorre la carriera di Gianfranco D’angelo, lo straordinario monologhista che ci ha lasciati un anno fa all’età di 85 anni, attraverso i ricordi di Marina Baumgartner,  che è stata il suo ufficio stampa per trentacinque anni.

Protagonista  del cabaret degli anni ‘80 con le  imitazioni di Raffaella Carrà e col suo personaggio di addestratore di cocker, che al grido di Has Has Fidanken!, anziché esibirsi, restava impassibile, Gianfranco non dormiva mai e aveva una memoria bestiale per i testi. Gli bastava una sola lettura per memorizzare la parte, ma siccome si annoiava cambiava spesso le battute in corso d’opera senza avvertire i colleghi che dovevano industriarsi a improvvisare.

Anche fuori dalle scene era estremamente ironico e aveva sempre la battuta pronta.

La leggerezza è sempre stata il suo stile di vita.

(la recensione prosegue a p. 2)

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