Biancaneve nel Novecento (Solferino)

 

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“Il mistero di Piazza dell’Odio” di Massimo Smith (Newton Compton)


Il mistero di piazza dell'odio

Recensione di Patrizia Debicke

Il mistero di piazza dell’Odio nuovo giallo di Massimo Smith è gustosamente ambientato a Napoli. Impeccabile  il  palcoscenico, arricchito da gradevolissime descrizioni ambientali che ci permettono un’ ulteriore scoperta dei tanti  lati oscuri o splendidi di questa meravigliosa città.  
La vita a cento all’ora, l’amore per il gioco, le cattive amicizie, il voler strafare, agendo sopra le righe e all’estremo limite della legalità hanno incastrato Nico Guerra, coinvolgendolo in un vortice sempre più pericoloso fino a fargli comminare una condanna a due anni di  galera.  Due duri anni dietro le sbarre, appena temperati dalla benevolenza dell’Elefante, detenuto di rispetto, Nico Guerra non godeva certo degli appoggi e conoscenze necessarie a far fronte alla vita in prigione   Ma due anni non sono bastati a fargli riacquistare la “licenza” di potere tornare a circolare impunemente per Roma.  Anzi poco prima dell’uscita , gli sono state fatte annusare esplicite minacce di morte mentre gli veniva gentilmente consigliato di smammare alla svelta e non farsi più vedere in città. Insomma per lui la capitale non era il posto giusto per godersi la libertà. Non poteva sgarrare  ragion per cui, appena superato il portone  del carcere di Rebibbia, aveva raggiunto  la prima fermata della Metro B  e di là dritto fino alla stazione Roma Tiburtina per salire nel primo supertreno Italo che in un’ora l’aveva scodellato alla stazione Centrale di Napoli.  . Frugandosi  in tasca al giaccone aveva ripescato il pezzetto di carta con il numero di telefono di Barbara. Lei,   Barbara Giuliani, una vecchia ma splendida e mai dimenticata amica con la quale aveva avuto un’avventura ai tempi del liceo, e tuttavia mai  più sentita da almeno due anni.
Ma ora che Nico Guerra  è arrivato a Napoli, da solo, con appena qualche soldo in tasca, un bagaglio a mano con dentro quattro stracci  e senza neppure un cellulare,  forse Barbara può rappresentare la sua  possibile ancora di salvezza,  per lui l’unica zattera rimasta a galla dopo il naufragi?
Con una scusa, si fa prestare un telefono, riesce a chiamarla, chiede aiuto, anzi supplica e Barbara, benché furiosa per non averlo più né visto né sentito per due anni, si muove a compassione e va a prenderlo. Poi in macchina, dopo averlo sottoposto a un fuoco di fila di domande e a un cazziatone coi fiocchi, che lo costringono a scusarsi, a giustificarsi e a cominciare a  spiegare, alla fine gli offre ospitalità al Selene, il suo speciale Bed and breakfast/albergo,  raccomandandogli la massima discrezione. Chiamarlo Bed and breakfast/albergo è un gentile eufemismo. Perché il Selene e uno Bed and breakfast  molto, molto  speciale che Barbara,  con la complicità di una vecchio amico della Napoli bene e la diciamo “gentile concessione” della camorra, ha trasformato in  un bordello di extra  lusso, destinato a una clientela esigente ma fatta di persone importanti e accuratamente selezionate.
E  non sarà  solo ospitalità al Selene quella che Barbara concede a Nico Guerra,  perché dopo aver ascoltato tutte le sue disgrazie, in nome della vecchia amicizia e di un mai sopito affetto per lui – a vent’anni hanno avuto una breve ma importante relazione -, gli offrirà anche un rifugio e un lavoro.
Potrebbe essere la soluzione ideale per Nico per tenersi fuori dai guai e ricostruirsi fisicamente e  moralmente, ma bene presto dovrà rendersi conto che attorno al Bed and breakfast, insomma alla particolare attività economica montata da Barbara, sembrano concentrarsi un serie di complicazioni che potrebbero farsi  inquietanti. All’ombra del Vesuvio sonnecchiano mare, sole, turismo, affari, ma anche  una Napoli da prendere con le molle che esibisce aspetti diversi e spesso contrastanti quali ricchezza e povertà, solidarietà ed egoismo, giustizia e ingiustizia. Una Napoli piene di ambiguità,  in cui può essere  facile diventare invisibili per la società cosiddetta civile ma che dove talvolta alberga nei vicoli anche un pizzico di umanità in grado di proteggere i più deboli.
E proprio in questa  Napoli troppo spesso violenta e criminale, uno spaventoso delitto in Piazza dell’Odio  pare destinato a far tornare a galla  segreti estremamente  pericolosi. Segreti che  sanno portare solo terrore, torture e morte.
Delitto che farà sì che i destini di Nico Guerra, di Barbara e del personale tutto o quasi del bordello di lusso Selene finirà con incrociarsi con quella di Soriano e Giappo, due Falchi, agenti motociclisti  della polizia, messi a indagare sulla lunga scia di sangue che ha cominciato a  scorrere lungo le strade di Napoli. Tutta una serie di delitti, forse collegati tra loro,  commessa  da un inafferrabile assassino da loro soprannominato  “Vetro” E volente o nolente Guerra  finirà a capofitto  in un  mixer di fantasmagoriche avventure, tra mostruose mafie albanesi che si scontrano in una mortale faida con Ciro Ramaglia, un boss dei boss della camorra.
Un serial killer assassino impazza per strade, piazze e vicoli napoletani e per uccidere si serve sempre  della stessa arma mortale, un raro pugnale affilato come un rasoio, che ogni volta sciacqua accuratamente con la varichina…
Contro di lui per una volta schierati sullo stesso fronte Nico, Barbara, parte dell’eterogenea  squadra del Bed& Breackfast, i camorristi di don Ciro  Ramaglia  e i Falchi agli ordini dell’ispettore Montella  perché  quando il nemico è comune, se necessario bisogna allearsi anche con i diavoli e adottare la stessa linea di attacco.
Scenario impeccabile per un libro brillante, in cui  si fondono azione e mistero. L’idea dell’ambientarlo nel Bed& Breakfast – bordello è molto succosa e intrigante, per un attimo pare quasi di individuare un’occhiolino dell’autore ai gialli più classicheggianti.  Anche se, perdonatemi per me piccolo neo,  trovo la componente gialla della storia un po’ debolina e scontata.  A conti fatti però, Il mistero di Piazza dell’odio si rivela una storia fracassona ma decisamente divertente e un azzeccato mixer dai roboanti toni fumettistici fantascientifici.

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“Lontano da casa” di Enrico Pandiani [Salani Editore]

Lontano da casa - Enrico Pandiani - copertina

#grandangolo di Marco Valenti

Come si rende giustizia a qualcuno che per la società non esiste?

È questo uno dei cardini del recente “Lontano da casa” di Enrico Pandiani, pubblicato con Salani Editore. Lasciata (temporaneamente?) da parte la saga di Mordenti e degli “Italiens”, Pandiani riprende a raccontare la sua Torino e la recente ed inarrestabile deriva sociale, come fece a suo tempo con “Polvere”, che ebbi il piacere di recensire proprio su queste pagine.

Torino, l’Italia e il mondo intero sono realtà multietniche.

Chi la pensa diversamente sarà inevitabilmente dimenticato dalla storia. Questo deve essere chiaro. E non lo dico per posizioni politiche, condivisibili o meno che siano, ma perché guardo la realtà e la chiamo per nome, con sincerità. È qui, in questa società contemporanea che si inserisce perfettametne il romanzo di Pandiani.

Torino è l’archetipo della città contemporanea. Con le sue differenze, le sue criticità manifeste colpevolmente ignorate dalle istituzioni, il dilagare preoccupante delle ramificazioni criminali che trovano linfa nei più deboli, i diseredati che sembrano invisibili agli occhi, il cemento onnipresente.

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“L’ombrello dell’imperatore” di Tommaso Scotti (Longanesi)

L' ombrello dell'imperatore - Tommaso Scotti - copertina

Sul comodino della Rambaldi

Tommaso Scotti – Laureato in matematica, si è trasferito in Oriente nel 2010 conseguendo un dottorato di ricerca a Tokyo, dove tuttora vive e lavora. L’ombrello dell’imperatore è il suo primo romanzo.

“Abbiamo trovato un’impronta.”

“Bene”, lo interruppe Nishida con ottimismo.

“Aspetta a dirlo”, riprese Mimura con un tono a metà tra  il serio e l’ironico. “Non indovinerai mai a chi appartiene.”

“Tua moglie?”

“Magari. Ti farei ritentare, ma non ci arriveresti mai. Anzi, penso che non ci arriverebbe nessuno.”

“Immagino non sia della ragazza, o ci sarebbe stato poco da indovinare.”

“No, non è della ragazza.”

“Allora non capisco cosa ci sia da indovinare. Vuoi dire che è di qualcuno che  conosco?”

“Oh, lo conosci eccome.”

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“L’editor” di Massimiliano Governi (Atlantide)

L'editor

Recensione di Nuela Celli

Fuma delle Stop senza filtro, sembra quasi di sentirne l’odore appena passa in una stanza, lasciando il sentore aggressivo di nicotina aggrappato alla pareti e agli oggetti. Il protagonista di questo noir esistenziale, come è stato definito, ma anche giallo dall’intricato e preciso intreccio psicologico, è infatti un accanito fumatore, oltre che un ispettore con alle spalle lugubri anni sotto scorta che hanno fatto quasi impazzire la moglie, poi trasferito in quel di Roma per punizione, dopo aver commesso un atto di gentilezza irresponsabile. L’ispettore però è anche un aspirante scrittore e quando gli viene affidato l’omicidio di un famoso editor, celebre per il suo caratteraccio e le sue terribili stroncature, viene completamente travolto dal caso, ricordando senza sbavature la frase sibillina e personale (rispondeva a tutti, gentilezza o subdola cattiveria?) con la quale l’uomo aveva rifiutato il suo manoscritto.

Odiatissimo nell’ambiente, personalità schiva e spigolosa, l’editor viene ritrovato letteralmente massacrato nel parco della Caffarella, dentro un sacco a pelo, ridotto quasi in poltiglia nelle parti più arrendevoli del suo corpo segaligno.

Indagando nella sua vita, tra amicizie, parenti, e una terribile tragedia privata, l’ispettore comincia a far visita sempre più spesso, ogni giorno, alla casa della vittima, attirato dalla moglie, dolente e misteriosa, donna enigmatica, e dallo studio dell’editor, il sancta sanctorum dove approdavano i manoscritti e dove l’uomo tesseva le fila dell’accesso al tanto agognato mondo editoriale che conta. Nella casa, strana e severa, il protagonista inizia a passare sempre più tempo, quasi inglobato dalle tracce emotive dell’uomo e dalla moglie, distratta dal dolore, e legata al marito, nonostante le sue asperità caratteriali, dalla tragica perdita del figlio.

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“La grande meretrice” di Vincenzo Ieracitano [I Buoni Cugini]

La grande meretrice - Vincenzo Ieracitano - Libro - I Buoni Cugini -  Albatro randagio | IBS

#grandangolo di Marco Valenti

Vincenzo Geraci Un mastino, “u cane i mannara”, come lo chiamavano i picciotti delle borgate. Ex ispettore di polizia. Un Ex sbirro, e forse anche un Ex se stesso. dopo il licenziamento sbarca il lunario lavorando in un’agenzia privata d’investigazioni e recupero crediti. Sarà lui la voce narrante intorno a cui Vincenzo Ieracitano costruisce il suo “La grande meretrice”.

Il giallo è un pretesto per parlare di Palermo. Per raccontarnre vizi e virtù. Per dichiararle amore. É Palermo la protagonista del romanzo. Una Palermo che viene sviscerata e raccontata, quartiere per quartiere. Con tutti i suoi difetti messi in bella mostra, senza nascondere nulla. Perché l’amore vero è proprio questo, mettere tutto nero su bianco, senza vergognarsi di niente. Si amano anche i difetti, e si perdona tutto alla donna che si ama. Poco importa se questa donna sia una città.

C’è una Palermo che resta negli occhi e nel cuore di chi ha visto i momenti migliori di una città nata e cresciuta con quell’amore sincero e generoso che ha fatto la storia della Sicilia e che ha reso questa terra a suo modo unica e irreplicabile altrove. Ma c’è anche una Palermo contemporanea che si è facilmente adattata ai tempi moderni e alle sue brutture.

“Subito dopo l’alba Palermo è stupenda. Il cielo, di un indaco intenso e avvolgente, appare come un enorme cuscino damascato dalle trapunte d’oro e gemme, con cui i gran visir ornavano le loro dimore, tanto che sembra proprio un invito a poggiar la testa e concedersi al sogno. Le strade deserte e silenziose sono carezzate dai riflessi dorati del sole che disegna magici arabeschi di sale e d’ocra – tutto questo dura poco perché poi Palermo si sveglia e inizia il delirio collettivo.”

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“00Gatto si vive solo sette volte” di Kerstin Fielstedde (Emons Gialli Tedeschi)

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  Sul comodino della Rambaldi

Kerstin Fielstedde – Wolfsburg – ha studiato design presso l’università di Münster. È stata art e creative director di tre agenzie pubblicitarie e nel 1994 ha aperto la propria. Lavora anche come product e interior designer e come illustratrice. In Germania l’audiolibro 007gatto licenza di graffiare è stato premiato dall’emittente radiofonica WDR come miglior audiolibro del 2018.

“Diamo una lezione a questi crudeli maltrattatori di animali!” gridò con voce tonante. I suoi seguaci tambureggiarono con le zampe sulle assi di legno, tanto che lo stadio vibrò e divenne impossibile udire il proprio stesso miagolio.

“Siete pronti a un’azione di rappresaglia?” Al rullio si aggiunse un giubilo frenetico.

“Basta esperimenti sugli animali!”. I gatti scattarono sulle zampe, urlarono a squarciagola e improvvisarono un ballo di san Vito. Giogatta fece un segno con la coda ai sacerdoti, che balzarono subito in avanti e tirarono via la copertura dell’aiuola di erba gatta e valeriana. Tempismo perfetto. L’olezzo seducente delle piante fece letteralmente impazzire la folla.”

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“Padova che nessuno conosce” di Silvia Gorgi (Newton Compton)

Risultato immagini per “Padova che nessuno conosce” di Silvia Gorgi (Newton Compton)

Recensione di Raffaella Tamba

“Tra le pieghe della storia” è il sottotitolo del quinto libro di Silvia Gorgi (giornalista, speaker radiofonica ed organizzatrice di eventi culturali) dedicato a Padova per la collana Quest’Italia, della Newton. Un sottotitolo molto eloquente che suggerisce l’immagine di eventi e personaggi rimasti nascosti sotto il peso di altri eventi e personaggi più noti. Silvia, distendendo quelle pieghe, li ha riportati alla luce, con la sua quinta avventura nell’universo della storia e dell’arte della sua città, riuscendo a stupirci e affascinarci.

Come in un dramma shakespeariano, diviso in due atti, di ambientazione, uno letteraria, l’altro scientifica, agiscono sulla scena personaggi storici, protagonisti di storie vere.

Si parte così dal Duecento di Rolandino da Padova: “un’omonimia di grande interesse” con il bolognese Rolandino Passeggeri, come ha osservato l’autrice stessa, “stesso nome, stessa professione, e stessa preparazione, anche il Rolandino da Padova, notaio, si era formato all’Università di Bologna, e sono pure contemporanei, visto che il padovano è più vecchio di soli quindici anni del bolognese”. Ma in questa sede Rolandino ci interessa non tanto come notaio quanto come storico: la sua Cronica ci regala un’importante biografia di Ezzelino III da Romano, che la fama storica ci ha tramandato per l’efferatezza delle sue rappresaglie verso i nemici. Partendo dall’opera di Rolandino, l’autrice con uno switch del focus narrativo si sposta decisamente sull’uomo Ezzelino, che sale sul palco di questo primo capitolo, diventandone signore assoluto: “Amato, odiato follemente, carismatico, (…), motore e colonna portante del cambiamento di un sistema”, Ezzelino, nel ritratto a tutto tondo di Silvia Gorgi, “è ben più del semplice tiranno sanguinario, e la sua figura, così fortemente marchiata dall’aura nera, da divenire leggendaria” ne risulta più fondata, inserita nel suo tempo e per questo, per noi oggi, ancora più affascinante perchè umana. In una pagina struggente (p. 53), l’infanzia del tiranno ci commuove col dramma della sua predestinazione e comprendiamo meglio, a questo punto, l’origine e l’evoluzione della sua storia, la sua dimensione politica e guerriera.

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“La direzione è storta. Reportage lirico sul Covid19 e i virus del potere” di Filippo Kalomenìdis [Homo Scrivens]

#grandangolo di Marco Valenti

Filippo Kalomenìdis (nella seconda foto), scrittore e docente di scrittura, ma anche insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma e autore cinematografico e televisivo, da alcuni anni svolge un’intensa attività sociopolitica con il suo collettivo Eutopia. Il suo intimo sentire rispetto alle tematiche sociali lo ha portato a rivedere in questo periodo pandemico le priorità della sua esistenza. Da prima come volontario nei primi periodi del lockdown nei centri di isolamento per malati di Covid-19, per poi indirizzare il proprio agire tornando sui passi della sua adolescenza in Sardegna per cercare di chiudere un cerchio mai definitivamente concluso. Il tutto viene in ultima istanza sublimato dal suo impegno sociale ai confini dell’Europa, sulle isole greche dove gli stranieri in arrivo vengono rinchiusi in moderni lager o respinti in malo modo. Questo il suo modo di affrontare l’emergenza sanitaria di questi ultimi 13 mesi. “La direzione è storta” è il suo diario di viaggio.

La pandemia ha determinato un cambio di prospettive che Kalomenìdis non fa fatica a individuare e a spiegare sin dalle primissime pagine. “Quando si perde ciò in cui più si è creduto la vita si riduce all’essenza […] ciascuno di noi diviene inesorabilmente sé stesso perché siamo animali costretti da un nuovo tempo a mutare pelle, e i nervi e la carne viva vengono allo scoperto, ogni cosa risalta più cruda e più crudele. Con la pandemia siamo visibili agli occhi degli altri come mai sinora, nel nostro bene come nel nostro male.” Da qui la sua decisione di lasciare tutto ciò che stava facendo e dedicarsi totalmente alla solidarietà. Quella vera però, quella fatta nelle strade, a contatto con “gli ultimi”, non quella raccontata in televisione o ancor peggio sui social network.

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PURA COME UNA BESTEMMIA

Attuale, provocatorio e d’autore il nuovo album di Rossella Seno uscito coraggiosamente in piena emergenza Covid. Un’opera di impegno sociale, scritta a più mani da autori di spessore e destinata a scuotere anime e coscienze…

Una provocazione al femminile in musica incentrata su temi scottanti e di grande impatto sociale quali immigrazione, violenza sui più fragili, rispetto per l’ambiente, disuguaglianza e indifferenza, la non accettazione del “diverso”… Questi in primis gli argomenti di un impegno discografico interpretato da Rossella Seno (nella foto sopra) e che, uscito in pieno Covid, torna di grande attualità: “Pura come una bestemmia”, edito da azzurramusic e disponibile nelle principali piattaforme digitali è firmato da autori di significativo spessore. I tredici brani che compongono l’opera sono legati da un comune spirito di riflessione critica nei contenuti che affrontano, proprio nella tradizione dei migliori “concept album”.

A scriverli sono stati: Massimo Germini, storico e straordinario chitarrista di Roberto Vecchioni, nonché artefice di tutti gli arrangiamenti del disco; Pino Pavone, autore di gran parte dei testi della discografia di Piero Ciampi; Piero Pintucci, firma delle più toccanti canzoni di Renato Zero e qui in prima linea con una composizione dedicata a Stefano Cucchi; Federico Sirianni, Michele Caccamo, Matteo Passante e Lino Rufo, che ha musicato un testo di Sanguineti, “La ballata delle donne”, cantato da Rossella Seno con Mauro Ermanno Giovanardi. Ad aprire il disco è una poesia di Erri De Luca. Nell’album è stato inseritoanche “Luna su di me”, progetto ideato per Animals Asia, per la protezione e il salvataggio degli orsi tibetani dalle fattorie della bile.

Volutamente provocatoria anche la copertina del disco che vede una donna nuda crocifissa. simbolo che rimanda non solo alle umiliazioni e maltrattamenti della donna che sono tuttora all’ordine del giorno, ma l’essere umano e la Natura stessa, sommersa in un mare di rifiuti e sottomessa alla volontà del potere e del dio denaro».

Tracklist: 

Mare nostro (Erri De Luca)

Ascoltami o Signore (Federico Sirianni)

Principessa (P.Pavone-M.Germini)

La ballata delle donne (E.Sanguineti- L.Rufo)

Gli occhi di Stefano (M.Caccamo-P.Pintucci)

La città è caduta (P.Pavone-M.Germini) 

Luna su di me (P.Fiorucci-M.Germini)

La chiamano strega (M.Caccamo-M.Germini)

Io che quando posso (M.Passante-M.Germini) 

Remi e ali (M.Passante-M.Germini), 

Lasciatemi stare (M.Caccamo-M.Germini) 

Sei l’ultimo (M.Passante-M.Germini)

Puri come una bestemmia (F. Sirianni)

ROSSELLA SENO

Cantattrice, veneziana.

Debutta al Piccolo Ambra Jovinelli con “La rossa di Venezia”. Teatro-canzone. One woman show. Regia Claudio Insegno.

Guest nell’album di Mario Castelnuovo “Com’erano venute buone le ciliegie nella primavera del ’42” con Athina Cenci e Lina Wertmuller.

Ha inciso il brano Luna su di me, in favore di Animals Asia, per la protezione e il salvataggio degli orsi tibetani, scritto da Germini e Fiorucci. Un progetto realizzato per mettere a conoscenza della crudeltà che l’uomo può esercitare su altri esseri senzienti, in questo caso gli orsi della luna. ()

Partecipa per due anni consecutivi all’Animal Aid live, primo concerto in favore dei diritti degli animali – Roma – Piazza Del Popolo.

Il brano presentato nel 2017 “Dio Cane” di Matteo Passante, per non dimenticare “Angelo”, emblema di questo mondo malato e degradato, un povero cane randagio, torturato, impiccato e brutalmente ucciso da quattro bastardi.

Parte attiva del CALENDARIO SOLIDALE 2017 – I colori delle stelle – Donne Impegnate con testi di Ezio Alessio Gensini, fotografie di Carlo Bellincampi ed elaborazioni pittoriche di Leonardo Santoli. Protagoniste donne/artiste impegnate nel sociale.

Testimonial della ONLUS “Ti amo da morire”, contro il femminicidio.

Nel dicembre 2016, in vista del referendum, produce e canta “A tutti buonasera”, progetto in difesa della Costituzione, pubblicato in anteprima da “Il Fatto Quotidiano”.

In scena per quattro anni con lo spettacolo di teatro-canzone Cara Milly parole d’amore e di guerra già cantate da Carla Mignone. Non una biografia dell’artista bensì un viaggio lungo un secolo nel quale si affrontano tematiche ahimè purtroppo attuali, quale l’odio che genera le guerre, l’abbandono, il maschilismo… uno spettacolo che vuole ridare dignità non solo all’essere femminile, ma all’essere umano in generale. Presentato con successo di critica anche allo Spoltore festival Ensemble il 20 agosto 2015.

Vincitrice del Premio Speciale Ciampi nel 2008 (assieme a Nada e Vinicio Capossela) con l’inedito E il tempo se ne va di Ciampi-Marchetti.

Dal 12 aprile 2017 porta in scena Puri come una bestemmia, spettacolo di canzone teatro, con Lino e Yuki Rufo.

Si parla di femminicidio invece nello spettacolo “L’Amore Nero”, sempre con Lino Rufo.

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MADRE TERRA di PASQUALE LICURSI (Eta Beta)

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di Marcello Casalino

“Madre Terra”, o potremmo dire “madre di cose perdute”, citando una vecchia suite musicale. L’ultimo lavoro di Pasquale Licursi è un viaggio sulla linea dei ricordi ma anche un invito ad allargare l’area delle nostre coscienze.

Nato a Santa Croce di Magliano, cittadina del Molise, Licursi fa il suo esordio nel 1996 con la raccolta di poesie “Sposerò una farfalla” a cui farà seguito “Polvere di clown”. Pubblica poi numerosi romanzi, tra i quali spiccano “Dal marciapiede al cuore”, “Fossi stato un po’ più giovane”, “Ginestra e cemento” e “Cesare Pavese amava i gatti”.

“Madre Terra”, fresco di uscita, è un personale amarcord condotto attraverso evocative immagini, uno scrigno di emozioni dove ogni riflessione è un palpitante colpo impresso attraverso la memoria.

Si stagliano subito all’orizzonte i ricordi d’infanzia, rievocati anche attraverso i suoni e gli odori, parte dell’immaginario a suo tempo indicato dall’eroe-narratore proustiano nell’atto di intingere la “madeleine” nella tazza del thè, in quella monumentale opera apripista che fu la “Recherche”. “Quell’odore di casa è l’odore più bello del mondo. Lenzuola profumate e sugo della domenica. Primavera dei sensi, come se non potesse più tornare quel tempo che non è più tempo ma memoria”.

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