“Prima che mi sfugga” di Anne Pauly (L’Orma Editore)

Recensione di Nuela Celli

Il dolore per la perdita di un genitore può raggiungere, soprattutto nel caso il rapporto sia stato contrastato, dei picchi davvero strazianti. Se si ha la forza di buttare tutto in un sacco nero e cementare le proprie emozioni, allora la si può superare con fastidio o indifferenza, ma se si è cercato, come la protagonista di questo libro ironico e struggente allo stesso tempo, di cogliere tutto il meglio che fosse possibile trarne, allora esplode feroce la battaglia tra i brutti ricordi e i momenti indimenticabili, tra i sensi di colpa, le recriminazioni e gli atti di comprensione, tra l’amore trattenuto e l’affetto dilagato,  in un viaggio che ha dell’epico, perché, come accade in queste pagine spesso commoventi, bisogna ripercorrere tutte le tappe della propria vita e metterle a confronto con quelle di chi ci ha generato, comparando, con salti temporali temerari, epoche diverse e soprattutto rovesciamenti delle mentalità, che sono le peggiori trappole in cui si possa incappare. La mentalità vigente è, infatti, quella che condiziona i più. E se oggi essere padri presenti e teneri, comprensivi e accomodanti, è la moda, e guai a far portare il passeggino alla consorte quando si è insieme, il padre che ci viene narrato in questo viaggio nell’assenza, ha vissuto la propria giovinezza nell’era del machismo e delle aspettative esorbitanti che hanno schiacciato tante persone non ossessionate o semplicemente non portate per il successo.

Rivedevo papà, enorme, ubriaco fradicio, che con il coltello in mano rincorreva la mamma attorno al tavolo da pranzo e sbraitava: «Lepelleux, smettila di pulirti il culo con la seta e bada alla casa, invece di fare la svenevole col prete!»

Eppure, quell’omaccione che aveva reso la vita della moglie, dolcissima e morta prematuramente, e dei figli, un continuo maremoto, era stato un ragazzino tenero e premuroso, un uomo innamorato dei silenzi della natura e delle rive della Senna, che non avrebbe scambiato con nessun altro paesaggio.

Come spesso accade, la vecchiaia gli ha restituito, oltre che considerevoli problemi di salute dovuti alle pessime abitudini di vita, anche quel candore adolescenziale, quella vulnerabilità ed empatia che la vita, nell’apice delle responsabilità e dei condizionamenti dell’età adulta, gli aveva tolto.

(la recensione prosegue a p.2)

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