GRANDANGOLO: “LA CINA IN DIECI PAROLE” di YU HUA (FELTRINELLI)

Recensione di Marco Valenti

La Cina è molto più vicina di quello che siamo soliti pensare. La penetrazione della cultura cinese nel nostro quotidiano ha ormai raggiunto una profondità che solo fino a qualche anno fa era impensabile. Personalmente tutto questo non mi ha mai creato problemi, anzi, sono da sempre entusiasticamente affascinato dalle culture orientali. Non faccio parte di quella pletora di ottusi che vedono nel “cinese” il nemico da combattere perchè privilegiato da normative eccessivamente permissive in ambito fiscale e contributivo. Sono stufo di avere sempre un nemico cui dovermi contrapporre. È un atteggiamento che mi logora l’anima e che considero privo di ogni tipo di raziocinio ed intelletto.

Ragion per cui un libro come questo di Yu Hua diventa per me un’autentica manna dal cielo. Un vademecum che mi avvicina ulteriormente alle tradizioni asiatiche senza la pesantezza di testi più “elevati” che forse di elevato hanno solo il prezzo e il numero delle pagine. La chiave di lettura è questa e solo questa. Uno strumento alla portata di tutti per potersi avvicinare ad un mondo che culturalmente sta realmente dall’altra parte del mondo.

Yu Hua è uno degli scrittori contemporanei più importanti nel panorama letterario cinese. La storia ce lo presenta come un dentista improvvisato di una piccola cittadina del sud del paese che affascinato dai racconti del giapponese Kawabata finisce per dedicarsi alla scrittura diventando uno scrittore di fama mondiale. Questo è il suo ultimo libro, ristampato per l’ennesima volta dalla Feltrinelli, ma non il primo che finisce nella mia libreria dove campeggia da anni quel “Vivere!” da cui Zhang Yimou ha tratto l’omonimo e meraviglioso film. In questo suo “La Cina in dieci parole” decide di farci entrare in Cina a piccoli passi, in modo da metabolizzare tutto strada facendo. Dieci piccoli passi, o meglio dieci piccole parole con cui si racconta e ci racconta, essendo stato spettatore e/o attore più o meno protagonista delle vicende narrate. Dieci parole analizzate per capire e spiegare come è cambiato il significato delle stesse nel corso degli anni. Come il passare del tempo abbia stravolto il senso di una terminologia per certi versi anche banale [non ci sono infatti parole estremamente complesse o ricercate] modificandone l’accezione e l’uso nel quotidiano.

La forza comunicativa del libro risiede nella scelta di collocarsi all’interno delle vicende raccolte nel volume. È proprio la forte componente autobiografica con il racconto in prima persona a permettere una fruibilità tanto immediata quanto gradevole di argomenti che non sono per niente frivoli o superficiali. C’è infatti in queste dieci parole tutta la storia recente della Cina, quella per intenderci degli ultimi cinquantanni. Una storia che racconta come sia avvenuto l’impronosticabile passaggio del colosso orientale all’economia capitalistica, un tempo identificata come il male assoluto, che l’ha portata a diventare la seconda potenza economica mondiale. Cambiamenti che inevitabilmente hanno interessato anche gli aspetti sociali [e non poteva essere altrimenti] intaccando quei dogmatismi che un tempo parevano destinati a durare per sempre. Il tutto condensato, come detto, in soli cinquantanni, alla faccia dei quattro secoli impiegati da noi occidentali.

La sensazione è quella di essere di fronte ad un quadro rappresentante la Repubblica Popolare Cinese e di osservarlo da dieci prospettive differenti. Dieci prospettive che non mutano però quella che è la natura umana anche a ottomila chilometri di distanza. L’uomo resta sempre se stesso anche se vive in due continenti, con i suoi pregi [pochi] e i suoi difetti [tanti]. Possiamo guardarla da qualunque angolazione vogliamo ma la Cina resta comunque una grande incompiuta. Gli squilibri sociali [ma anche economici] restano una costante immodificabile. Così come l’altra grande piaga legata all’arricchimento incontrollato, la corruzione.

È la trasformazione a livello sociale, quella che ha determinato la perdita di identità della Cina, quella su cui più insiste Yu Hua. Trasformazione che ha aumentato le disparità accentuando la forbice tra chi non possiede niente [nemmeno più la propria dignità] e chi si è velocemente arricchito. Tra chi vive nelle megalopoli ultramoderne e chi resta ancorato alla vita rurale nei villaggi in campagna. Due facce della medesima medaglia. Da non confondere con quelle olimpiche del 2008, anno in cui metà della popolazione cinese ha completamente ignorato la vetrina olimpica non sapendo nemmeno che cosa fosse. Queste sono le grandi contraddizioni di un paese che non ha smesso di correre e che non pare intenzionato a rallentare, costi quel che costi. Un paese che in parte ignora la propria storia essendo del tutto ignaro dei fatti di Piazza Tian’anmen, che ha perso i propri leader [sostituiti dal denaro], che ha nella contraffazione uno dei mali endemici che paiono insanabili ma che al tempo stesso conserva un fascino immutabile.

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