“Cinquecento catenelle d’oro” di Salvatore Basile (Garzanti)

Recensione di Nuela Celli

Questo libro parla di libertà, di quelle libertà che noi, oggi, diamo per scontate, ma che sono state le ribellioni di ieri, gli atti di disobbedienza che soltanto determinazione e coraggio hanno tramutato in nuove conquiste. Ed è proprio questo che ci racconta il romanzo di Salvatore Basile, che sembra quasi una fiaba dai tratti veristi, in cui la protagonista lotta con una forza che neanche lei sa di avere e con una purezza di cuore che la rende fragile nelle brevi distanze ma, al contempo, il personaggio più forte.

La storia ha le caratteristiche classiche di una fiaba. Vi è l’eroe, o meglio, l’eroina, Maria Pepe. È il 16 aprile 1894, ogni capitolo infatti riporta una data come titolo. Come ogni sera Maria, una bambina che vive in un casolare in campagna, aspetta che il padre torni dai campi per portargli un secchio di acqua fresca come refrigerio dopo una lunga giornata di lavoro. Lui è il padre della principessa-eroina, e ama la figlia in modo totale. Cerca di non far mancare nulla alla sua unica bimba e alla moglie, spaccandosi la schiena come mezzadro per la baronessa Matilde, che rappresenta la donatrice, colei che darà una svolta determinante, pur nelle traversie che ne seguiranno, all’intera famiglia. Poi c’è la mamma di Maria, colei che dovrebbe aiutare e proteggere la figlia, il falso eroe.  Ha subìto fame e miseria nei primi anni della sua vita e questo l’ha resa astiosa e incattivita, perennemente spaventata e sulla difensiva rispetto al futuro. Eppure… Eppure una madre rimane sempre una madre. L’autore in questo si dimostra magistrale, sa dipingere fin nelle più piccole sfumature un rapporto madre figlia di una complessità e verità rare, che a tratti, con delle stoccate profonde, ci ricorda qualcosa che anche noi abbiamo vissuto. In questo caso il rapporto è tormentato e reso ancor più velenoso dalle traversie della vita e dalle malvagie mire dell’antagonista: il barone Arturo. Qui, la strega cattiva è un uomo avido e prepotente, sicuro di poter vincere su povertà e ignoranza.

Tutto inizia a Calandra, minuscolo comune rurale, quando la baronessa Matilde, non essendosi sposata pur di non cedere la propria libertà a uomini interessati soltanto alle sue ricchezze, decide di insegnare a leggere alla piccola Maria, che vede come la figlia che non ha mai avuto. Questo deve avvenire, però, di nascosto dalla madre, che non accetterebbe in alcun modo un insegnamento che potrebbe inculcare strane idee alla ragazza e che rischierebbe di farla sembrare ‘strana’ agli occhi dei paesani, quando, in realtà, è destinata a nient’altro che alle cure della casa e al matrimonio.

La baronessa riuscirà nel suo intento, con la scusa di avere bisogno di un aiuto in casa, dando alla piccola una paga che la madre, sempre atterrita dalla povertà e dalle avversità economiche, accetterà senza indugi. Gli equilibri famigliari e quelli paesani, però, saranno rivoluzionati da un lutto improvviso. La baronessa, infatti, viene a mancare, e subito il fratello, il barone Arturo, uomo ambizioso e senza scrupoli, accorre per impossessarsi della tenuta di San Calogero. La paura serpeggia tra i mezzadri: saranno confermati o mandati via dal barone? E proprio a questo punto avviene il secondo dono della baronessa, che renderà il fratello livido di rabbia e pronto a ogni cattiveria e bassezza, e che metterà Maria nella condizione di dover affrontare tantissime e difficili prove, la più insidiosa delle quali non perdere se stessa e la propria integrità.

In questo lungo percorso, nei momenti peggiori, in cui Maria rischierà perfino la libertà, interverranno due personaggi determinanti. Lui, il principe, che incarna, nell’economia delle parti, la ricompensa, ma che è anche l’aiutante e il complice di una donna dal carattere puro e incrollabile, rappresentato da Domenico, un fotografo ambulante che aiuterà Maria una volta che l’adorato padre sarà costretto ad emigrare negli Stati Uniti per racimolare dei soldi, e che la supporterà quando tutti la crederanno pazza nel sentirla ripetere ciò che il padre le scrive, ovvero che le fotografie, in America, si muovono, e che c’è persino un treno che sembra uscirne e venirti addosso. E poi, inaspettatamente, la moglie gravemente malata del barone, che conosce tutte le losche trame del marito, e che ha sempre ammirato la cognata Matilde, indipendente e coraggiosa, la quale decide di aiutare Maria nel momento più critico. Rimanendole poco tempo da vivere, la donna sceglie di spendere ciò che ancora le resta con il coraggio che non ha avuto quando tutto sembrava ancora possibile.

(la recensione prosegue a p.2)

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