RubriCate: La terra bianca di Giulio Milani

Considerazioni su “La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri”

di Giulio Milani (Editori Laterza)

Articolo di Caterina Falconi

milaniUno scrittore solitario e meditabondo è inchiodato alla propria terra dall’ossessione di pareggiare i conti con un trauma sottaciuto, dimenticato da quanti lo circondano: l’esplosione, nel 1988 del serbatoio di Rogor, un pesticida prodotto dalla Farmoplant di Massa. Intuisce, questo intellettuale, quest’uomo coraggioso animato da un divorante bisogno di verità, che a quel traumatico evento sono concatenati altri traumi minori, che hanno funestato la sua giovinezza. Lo capisce davanti alla livida groppa del mare, che lambisce la spiaggia calcata dalle sue eleganti scarpe da tennis. Il silenzio di quella primigenia massa d’acqua farà da contrappunto, nei giorni a venire, alla disinformazione e alle proteste degli operai della Farmoplant, ormai chiusa. E alle accuse argomentate del variegato mondo ambientalista in cui il protagonista, dignitoso, pacato, si aggira sospinto da un implacabile volontà di fare chiarezza e ricostruire la successione degli eventi precipitati in modo imprevisto e irrevocabile in seguito all’esplosione, con il rischio, allora minimizzato dai media, di un disastro ecologico.

Un’indagine, quella di Milani, condotta sul filo di un’intuizione risolutiva: rintracciare l’operaio che negli anni ottanta aveva rubato e divulgato le etichette dei prodotti chimici che la Farmoplant forniva alla Union Carbide, la multinazionale responsabile della strage di Bophal, e che successivamente aveva fotografato la scena dell’esplosione del serbatoio di Rogor. Sarà l’incontro fortuito con Mauro, antico compagno di lotta costretto a cambiare identità, a fornire indizi utili al suo intento. Mentre una serie di benedette coincidenze lo istraderà, navigando in facebook, in un’investigazione a ritroso che si addentra nella memoria di una famiglia molto particolare, fino alla ritirata di Russia. E non casualmente. Così come un caso non è che l’abbacinante candore della distesa innevata attraversata dallo stremato alpino Gardenio, nonno di Mauro e del suo enigmatico fratello, rimandi al biancore mortifero, di sudario, che ammanta Massa.

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Bianche sono le cave di marmo sventrate dagli esplosivi. Bianchi i cumuli di detriti che ingolosiscono per i loro innumerevoli usi, primo di tutti la fabbricazione di carbonato di calcio, industriali spesso collusi con la mafia, la massoneria e politici corrotti. Bianchi i rigagnoli d’acqua piovana, in cui sono disciolte polveri e scorie. Una sorta di giallo ecologista quello di Milani, innestato alla sapienza storica del raffinato intellettuale che è, e a considerazioni sull’abuso della natura, e della vita, da parte del potere. Giacché profitto e potere procedono a braccetto, in tempo di guerra e durante le tregue. E se nei conflitti i soldati sono spostati da una base all’altra con l’obiettivo di sterminare e resistere, fino a perdere la cognizione della propria identità e del senso di quell’avanzare, durante la cosiddetta pace assistiamo alla messa a punto di strategie di predazione delle risorse che violano, ipertrofizzano, snaturano il maltolto. Tale è stato il ruolo della chimica, in seguito alla prima espansione industriale nel dopoguerra: una scriteriata produzione di sostanze e veleni ad uso agricolo, ad esempio, con le conseguenze ormai tristemente note a tutti. E se in un passato neppure tanto remoto, le cave di marmo erano sventrate con una brutalità talvolta omicida, l’utilizzo successivo di pesticidi e fertilizzanti non ha migliorato le cose, ha soltanto camuffato i danni. Danni a lungo termine, questi ultimi, silenti e inesorabili, come gli effetti dell’inalazione di polveri tossiche… Dunque, pare dire Milani alla fine del libro, quando il mistero si scioglie e il lettore non può che sorridere compiaciuto, non resta che sottrarsi alla logica diffusa. Come un disertore che attraversi una sconfinata distesa di neve, a dispetto dei piedi congelati, delle vertigini, delle allucinazioni, per tornare a casa e alla propria umanità. Magari portando sulle spalle le ultime lettere dei compagni spazzati via dalla guerra e dall’assurdità di un conflitto di cui avevano smarrito il senso. Lettere che simboleggiano la memoria. La memoria storica, che con pazienza certosina, acume, rettitudine, lo scrittore ha riportato alla luce raschiando in un bianco sedimento. Questo scrittore che mi ha sempre incuriosita per l’espressione severa e addolorata dei suoi grandi occhi nelle foto, e che ora mi pare di iniziare a capire.

 

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2 risposte a RubriCate: La terra bianca di Giulio Milani

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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