“Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua” di YiYun Li (NN Editore)

Risultati immagini per Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua, di YiYun LiRecensione di Raffaella Tamba

Nonostante la scrittrice abbia scelto di rinunciare alla propria identità cinese per adottare quella occidentale trasferendosi negli Stati Uniti, nonostante abbia deciso di abbandonare la ricerca scientifica alla quale era approdata dopo la laurea in medicina conseguita a Pechino per diventare scrittrice a tempo pieno, inevitabilmente le due nature finiscono per non cancellarsi a vicenda, ma sovrapporsi, formando con i mattoni dei ricordi e delle aspirazioni, un peso psicologico che, ad un certo punto della sua vista diventa insostenibile.

In questo libro ripercorre il cammino della propria crescita intima e professionale dall’infanzia al presente, sfruttando la forma di un monologo autobiografico, per riflettere attraverso il filo rosso degli scrittori che hanno inciso in modo determinante sul suo modo di sentire e di pensare. Pagina dopo pagina si viene in confidenza con grandi talenti letterari che l’autrice rende protagonisti di questo libro-diario, affidando loro direttamente la conduzione della trama intesa come percorso di autocoscienza di sé.

È un sincero ‘grazie’ che rivolge a figure che le hanno dato lo spunto e il coraggio di guardarsi dentro senza vincoli imposti da tradizioni, culture, legami familiari: “I libri sono per me la prova dell’esistenza del tempo, li ripongo sugli scaffali ma essi continuano a dimostrare la mia permanenza. A differenza della vita e dei sentimenti degli esseri umani, non sono scritti con l’inchiostro simpatico”.

Dai ricordi dell’infanzia emergono la figura autoritaria, egocentrica e insensibile della madre, quella più debole e sottomessa del padre, le effimere amicizie e l’aleggiante politica oppressiva che aveva plagiato la sua generazione fino alla svolta dell’insurrezione studentesca di Tienanmen. Da tutto questo Yuyun Li decide di staccarsi definitivamente. Non lo fa con rabbia, né per denuncia, ma con la semplicità di chi sta solo cercando il proprio equilibrio: “Ho passato buona parte della mia vita a respingere i copioni che mi venivano assegnati, in Cina e in America; il rifiuto di lasciarmi determinare dalla volontà altrui è la mia sola e unica dichiarazione politica”. La fuga di Yuyun Li dal proprio passato non ha nulla di universalmente etico né di sociale o politico; non aspira a cambiare il mondo, mira soltanto a liberare il proprio bisogno di essere lasciata sola, di non essere ‘studiata’, giudicata. È una libertà che non grida, non reclama, ma sussurra, emerge a poco a poco svincolando dal sostrato di tutto quello che è banale, perché universale e acritico, la propria sfera emozionale, grazie a nuove esperienze che toccano corde della sua sensibilità che fino a quel momento non avevano mai suonato. E ad arrivare e toccare quelle corde sono scrittori speciali, che hanno una sensibilità sommessa e modesta, che non prevaricano, sbandierano, impongono, scrittori che rispettano:

Per me leggere significa stare con persone che, a differenza di coloro che abbiamo attorno, non si accorgono della nostra esistenza”.

Sono loro a darle con modestia e delicatezza la spinta ad uscire dai periodi bui nei quali è caduta e ricaduta, aiutandola a sciogliere quello stretto nodo di turbamento che l’aveva attanagliata fin dall’infanzia. Non entra nel dettaglio delle cause e dell’evoluzione dei suoi momenti di depressione, ma nella disamina di casi di suicidio, fra i quali maggior approfondimento dedica a quello degli Zweig, lascia intuire di avere lei stessa pensato di compiere quel gesto.

Anche per questo cambia stato, cambia lingua, non solo nella quotidianità ma anche nella professione: sceglie di scrivere in inglese, pur consapevole delle imprecisioni nelle quali inevitabilmente ricadrà. Ma è fondamentale che compia questo passo, perché in questo modo ottiene quella tabula rasa in se stessa che potrà riempire in modo davvero autentico:

Quando entriamo in un mondo – in un nuovo paese, in una nuova scuola, in un partito, in una riunione di famiglia o di classe (…) – parliamo la lingua che quel mondo richiede. La saggezza di chi si adatta sta nella saggezza di possedere due lingue: quella che usano gli altri e quella con cui parliamo a noi stessi”.

Se non si sente intrinsecamente una scrittrice autobiografica (“Non si può esserlo senza un io solido e spiegabile”), riconosce tuttavia di dovere molto del suo riscatto umano alla lettura di diari e autobiografie come le lettere di Turgenev, l’autobiografia dell’irlandese John McGahern, l’epistolario di Philip Larkin e Monica Jones, le lettere di Marianne Moore, il romanzo Morte nel cuore di Elizabeth Bowen, ricco di riferimenti autobiografici; o ancora i taccuini di Katherine Mansfield, dai quali attinge la bellissima frase scelta come titolo del libro, una frase che l’ha profondamente commossa:

I libri che uno scrive non cercano forse di dire la stessa cosa? ‘Caro amico, dalla mia vita scrivo a te nella tua?’ È lunga la strada da una vita all’altra, eppure perché scrivere se non per colmare quella distanza?”.

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