“Brigitte” di Stefano Fantelli (Nicola Pesce Editore)

Recensione di Raffaella Tamba

Stefano Fantelli, bolognese, scrittore, sceneggiatore e fumettista di genere horror, è riuscito a coniugare, a dimensione adolescenziale, la fiaba classica con il moderno romanzo horror. Un cocktail che ha prodotto questo delizioso romanzo nel quale sono trattati con delicata ironia e stile giovanile e disinvolto, temi di rilievo educativo fondamentali.

La protagonista che vi dà il titolo è una ragazzina di 17 anni che muore per un incidente domestico ma…senza che nessuno se ne accorga: non muore completamente, rimane in vita confinata in una sorta di limbo nel quale mantiene l’aspetto fisico normale, fatta eccezione per un accentuato pallore. Ciò che contraddistingue il suo stato, al di là degli effetti sintomatici tragicomici come lo scricchiolìo delle ossa, la fragilità degli arti che basta un piccolo trauma a staccare costringedola a complicate manovre per autoricucirsi (emblematica l’acquisizione della consapevolezza di aver bisogno di nutrirsi in modo sostanzioso: la carne, meglio ancora se cruda, è il cibo che la rafforza e la sostiene, chiaro messaggio contro le mode vegetariane, vegane e simili che conducono spesso alla degenerazione dell’anoressia), è qualcosa di più profondo: un’ipersensibilità introspettiva. Dal momento in cui si è resa conto di essere morta, Brigitte ha intrapreso un cammino verso una conoscenza più intima e sincera di sé e degli altri. È come se si potesse guardare dentro completamente, oltre la maschera che l’adolescenza tanto spesso impone: trasparente a se stessa, vede chiara la propria personalità unica e speciale, l’amore totale per Franz, la significativa amicizia per il piccolo Brando, l’affetto puro e semplice per i nonni, l’insofferenza verso i genitori e i coetanei che “erano tutti troppo lontani da lei, anni luce”.

Nello stesso tempo, comprende che, anche volendo, non può più permettersi di essere come gli altri, di costruirsi ideali comuni alla sua generazione, perché l’essere una morta vivente la mette in una condizione di totale unicità. E, inevitabilmente, di solitudine: una tabula rasa di ogni cosa, un buio e un silenzio che lei però accetta con umiltà, come se la vita, abbandonandola, le avesse portato via anche ogni carica di aggressività e ribellione: “Forse è il suo cervello zombie che ha preso il controllo, o forse capire che per ora non c’è nulla che possa fare ha fatto scivolare dentro di lei una forma di calma potentissima”. Ma proprio da quella solitudine, su uno scenario completamente vuoto, compie un salto in avanti di decenni nella facoltà di giudicare sé e gli altri, raggiungendo quella visione di lucida tolleranza che è propria di chi ha percorso un lungo cammino formativo.

Attorno a lei si stagliano figure di profonda significatività relazionale: Brando, il bambino di sei anni, che rappresenta per Brigitte l’affetto istintivo e spensierato dell’infanzia, Mussu, la giovane nigeriana che pur da tempo trapiantata nel paese, mantiene il legame con i riti tribali animisti che le danno un’ipersensibilità per tutto ciò che è paranormale consentendole quindi di accettare senza alcun problema la morte vivente di Brigitte e soprattutto Franz, il grande amore. Mentre Mussu, grazie alla sua cultura primordiale che le consente di prescindere dalle rigidità imposte dalla civiltà occidentale, non esita a dare sostegno materiale e psicologico a Brigitte, sia Brando che Franz rimangono sconvolti dalla scoperta che dietro le sembianze dolci e irresistibili della giovane, si nasconde uno zombie. Ed il primo impulso è quello di staccarsi da lei, di toglierle fiducia e rispetto, ripudiando il sentimento che li univa e lasciando Brigitte profondamente prostrata: “non capisce se il gelo le sta entrando nel cuore o se invece ne esce irradiandosi poi in tutto il corpo”. Lei comprende e non lo giudica, aspetta.

Il romanzo passa attraverso una serie di avventure tra il comico e il surreale, seguendo il filo ‘giallo’ di una inquietante presenza che, simbolo della sopravvalutazione da parte degli adolescenti dell’importanza dell’aspetto esteriore, segue continuamente Brigitte fino al momento in cui rivelerà la propria identità e lo scopo freddo e determinato che persegue.

L’autore mette in evidenza il netto contrasto fra la ricerca della bellezza fisica a qualsiasi prezzo ed il rispetto per l’imperfezione e la diversità, in un capovolgimento di prospettiva che lasci ai giovani la libertà di sentirsi ‘a posto’ comunque essi siano, “un po’ come la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Voglio dire, dipende da come guardi le cose, no? Noi non siamo mezze morte, siamo mezze vive” è la ridente affermazione di uno dei personaggi decisivi del romanzo, la chiave che serra legami sinceri fondati sulla comprensione e l’accettazione dell’altro.

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