“Miele amaro” di Brigitte Glaser (Emons, collana Gialli Tedeschi)

Recensione di Raffaella Tamba

Brigitte Glaser (nella foto sotto), scrittrice tedesca nata nella Foresta Nera e residente ora a Colonia, ha creato una serie di romanzi gialli (di cui questo è il quarto) ambientati nei luoghi della sua vita: la protagonista, Katharina è infatti, come la sua creatrice, nata nella Foresta Nera, ma si è trasferita a Colonia dove vive e lavora nel ristorante che ha fondato insieme all’uomo che avrebbe potuto essere il suo compagno ufficiale se una immaturità sentimentale di entrambi non avesse loro impedito di costruire un rapporto serio e fedele. La cucina è lo sfondo sensoriale di tutto il romanzo con profumi inconfondibili, sapori delicati, tipici piatti regionali e la campagna della Foresta Nera, pianeggiante e collinosa, coltivata a cereali ne è lo sfondo ambientale inconfondibile e indimenticabile.

La capacità introspettiva dell’autrice è straordinaria: penetra nel suo personaggio, scavandone sentimenti antichi ed attuali, rancori, ferite più o meno cicatrizzate ma ancora palpabili, illusioni e delusioni, dubbi e timori trasformando così quello che era iniziato come un classico romanzo giallo – con una morte improvvisa e la rapida comparsa di una serie di strane coincidenze ed elementi inspiegabili – in un romanzo psicologico di grande profondità. Il delitto che rappresenta il filo conduttore della storia è solo la linea guida di un percorso emotivo di riconciliazione che Katharina deve compiere con il proprio passato. Per scoprire l’assassino dell’anziana zia Rosa, Katharina dovrà ritornare nei luoghi dove ha vissuto la propria infanzia, la casa dei genitori, con il loro ristorante, i profumi, i fuochi della cucina, i cibi tradizionali che si sono impressi nella sua memoria sensoriale e la casa della zia, dove aveva cercato e trovato un rifugio al rapporto conflittuale con la madre.

Protagonisti indimenticabili al suo fianco, oltre alla madre che ha saputo o dovuto portare avanti un mestiere che le era stato passato dalle generazioni precedenti senza pensare neppure di potersi permettere di avere un’aspirazione diversa, sono per la maggior parte persone del passato di Katharina, che ritornano con la potenza della nostalgia di qualcosa di perduto: la vicina della zia, depositaria della semplicità della gente di campagna; l’antico amore di gioventù, ora giornalista del quotidiano locale, disposto ad esserle a fianco con fedeltà e comprensione nelle indagini che un po’ capricciosamente lei cerca di portare avanti da sola; ma soprattutto, personaggio fondamentale e indimenticabile, Rosa, la vittima stessa che, pur non vivente, è una delle figure più presenti e palpitanti di tutto il libro; la sua storia, la sua saggezza, i suoi dolori, le sue passioni, le sue colpe, emergono pagina dopo pagina dandoci l’immagine di un personaggio chiuso ma forte, determinato, coraggioso.

Intrecciato al romanzo psicologico c’è un altrettanto appassionante romanzo sociale. L’autrice sfrutta la storia per affrontare un tema di grande attualità nel mondo agroalimentare, quello dell’uso illecito dei pesticidi, degli interessi economici sempre prepotentemente tentatori per le grandi industrie, dei movimenti di contestazione da parte di associazioni e gruppi di coltivatori, anch’essi talvolta sul confine tra lecito e illecito. Una storia coinvolgente che prende spunto da un evento realmente accaduto nel 2008, una massiccia moria di api le cui cause sono state riscontrate in un particolare prodotto antiparassitario; quell’evento, nel raffinato intreccio giallistico del romanzo, mette in luce la difficoltà a tracciare una linea netta di demarcazione tra i comportamenti giusti e quelli sbagliati. Da un lato si percepisce la presenza di organismi di controllo e di severe normative a tutela della salute dei consumatori, dall’altro però ci si trova davanti a chi, pur senza contravvenire dolosamente alle normative, cerca di sfruttarne un vuoto legislativo.

Katharina, ferma sul suo obiettivo di scoprire chi è ucciso o causato la morte della zia, viene travolta da un vortice di eventi: la guerriglia del mais condotta da ambientalisti contro le industri produttrici di concimi chimici, equivoche sperimentazioni, una donna vittima di violenze e soprusi dall’uomo amato. Tutto, invece che più chiaro, si fa sempre più oscuro, incomprensibile, minaccioso. Suggestione e paura assillano la protagonista che, tormentata da un senso sempre crescente di sospetto sulla sincerità e buona fede delle persone, non sa più di chi potersi fidare. Ed è questa mancanza di chiarezza sull’animo di chi ha intorno a rappresentare il peso maggiore per lei.

Mentre annaspa nella palude del suo passato, il presente, invece, è là, a Colonia, dove Katharina ha lasciato il compagno Ecki, alle prese con la gestione del loro ristorante; quel contatto telefonico è la verve umoristica serpeggiante per tutto il romanzo, la forza della spensieratezza e dell’ottimismo che sostengono Katharina durante quella terribile settimana di prove fatte di paura, dolore, rimorso. Ecki è, in fondo, il coraggio di guardare avanti e di cambiare (con il suo programma di menu viennese imposto nel ristorante rigorosamente tradizionale) e Katharina si rende conto che per quanto il passato abbia lasciato segni profondi, nel bene e nel male, è col presente che dobbiamo fare i conti ed è quello che dobbiamo vivere con tutti noi stessi.

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