Libri in viaggio – Cile 1

Notturno cileno” di Roberto Bolaño (Adelphi)

Il Cile è una nazione importante, in senso geografico e metaforico. Lungo tutta la sua estensione si snoda la parte terminale della Cordigliera delle Ande, spina dorsale dell’America Latina, e a questo paese appartiene un’enorme produzione letteraria di grande valore che comprende alcuni degli scrittori più interessanti del continente. Reputo curioso e affascinante come la politica, le descrizioni ambientali e l’analisi sociologica spesso si mescolino nelle pagine della narrativa cilena quasi perdendo i loro confini per confluire in un discorso unico e più grande. Forse perché in quelle righe le storie e i concetti espressi sono legati da sentimenti forti e veri; e non mi riferisco solo ad alcune delle più belle poesie d’amore del poeta Pablo Neruda. A mio avviso l’amore è il collante di fondo di tantissimi libri di autori cileni tra cui Roberto Bolaño, il protagonista di questa puntata.

Bolaño a quindici anni si è trasferito in Messico, per poi tornare in Cile animato da pura passione politica. Vuole appoggiare le riforme promosse dal governo di Salvator Allende ma, dopo un lungo viaggio, il destino lo fa arrivare a solo pochi giorni di distanza dal colpo di stato di Pinochet. Ed è per amore della causa politica che Roberto Bolaño finisce addirittura in carcere; così come grazie alla passione per la letteratura viene liberato da una delle guardie, un compagno di scuola che lo riconosce e gli permette la fuga. Lo scrittore torna in Messico, e animato dalla passione per il suo mestiere decide di fondare un movimento d’avanguardia. Anni dopo, invece, sarà il desiderio di essere vicino alla madre a farlo muovere di nuovo, emigrando in Catalogna dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita.

Roberto Bolaño è stato mosso costantemente da amore e passione, universalmente riconosciuto come uno dei maggiori rappresentanti della letteratura cilena anche se ha vissuto la maggior parte del suoi anni all’estero e ha rifiutato apertamente il concetto di appartenenza alle origini. Al punto di definirsi latinoamericano piuttosto che cileno perché, come dice nella sua ultima intervista:

“La mia unica patria sono i miei due figli, Lautaro e Alexandra. E forse, ma secondariamente, certi istanti, certe vie, certi visi o scene o libri che stanno dentro di me e che un giorno dimenticherò, che è la cosa migliore che si possa fare con la patria.”

Eppure, a discapito di queste parole, il suo paese di nascita è spesso assolutamente riconoscibile nei suoi scritti. Il carattere cileno di Bolaño s’incontra nella sua penna schietta e tagliente; dura ma pur sempre profondamente intelligente, sensibile ed estremamente poetica. E amore e nostalgia per il Cile s’intrecciano soprattutto nelle pagine amare di “Notturno Cileno”, pubblicato in Italia da Adelphi.

Questo romanzo breve racconta gli ultimi istanti di vita del grande critico cileno Sebastian Urrutia Lacroix, potente membro dell’Opus Dei che ha avuto in mano le sorti letterarie del suo paese. Sul letto di morte, davanti agli occhi del prete scorrono in un sogno (oppure in un delirio) i lunghi anni della sua esistenza intrecciati con la storia, la politica e la letteratura del Cile. E in un barlume d’amor proprio l’uomo confessa a noi lettori d’essere arrivato alla fine della propria vita senza essere mai stato la “persona vera” che avrebbe dovuto diventare. Il tutto accade di fronte a un “giovane invecchiato”, il suo alter ego che da un angolo lo disprezza e lo accusa con parole, sguardi e silenzi. Perché Sebastián Urrutia Lacroix è il trionfo dell’ignavo, uno che ha preso tutte le posizioni e nessuna. Ha conosciuto grandi come Neruda e Parra, ha visitato il mondo, ha letto e studiato tantissimo ma è anche stato al fianco di personaggi come Pinochet e Allende senza mai provare il rischio e l’amore dello schierarsi; e, soprattutto, è un uomo che è transitato nella propria esistenza, nell’esistenza degli altri e del suo paese senza mai capirci un accidente. Ecco perché Lacroix è arrivato al capolinea della vita con la gravissima colpa di non essersi mai guadagnato un’identità. E in questo suo ultimo monologo ammette chiaramente il suo peccato originale: non aver mai voluto “vedere oltre”, capire la realtà. Un atteggiamento che ha avuto nei confronti delle atrocità commesse dal regime, per esempio. Passaggio toccante è proprio quello in cui racconta di essere stato invitato a visitare i sotterranei dove erano torturati gli oppositori politici ma di aver rifiutato di andarci; quando invece ha presenziato alle eleganti serate letterarie tenute poche stanze sopra, persino dando lezioni di marxismo a Pinochet e ai membri della sua giunta.

Notturno cileno” è un monologo che da più persone è stato descritto come un’unica, lunghissima frase dove l’amore di Bolaño per l’onestà intellettuale travolge il lettore come un fiume in piena, senza capitoli ed interruzioni di sorta. Le sue parole sferzano le pagine con l’asprezza del confronto tra Lacroix e se stesso, e quel “giovane invecchiato” che finalmente ha avuto il coraggio di sbattergli in faccia la sua ignavia. Eppure, nemmeno alla fine quest’uomo inetto riesce a condannare nessuno, a prendere posizioni, né ad ascoltare la sua coscienza; e muore nello stesso modo in cui è vissuto, in una metaforica “tempesta di merda”.

Roberto Bolaño scrive questo libro con tanta rabbia e tanta passione solo pochi anni prima di morire; e lo fa animato da sentimenti di profonda indignazione nel vedere come si è ridotto il Cile. E forse questo lavoro rappresenta il suo estremo grido d’amore verso il paese natale, dove il protagonista è l’incarnazione di tutti quegli intellettuali che hanno appoggiato e compiaciuto il regime senza mai ribellarsi mentre il “giovane invecchiato” è lui stesso, Bolaño; che, al contrario, il potere molto spesso se l’è inviso per amore della verità e di una causa.

Ma forse potrei sbagliarmi, e questo romanzo breve non è altro che un grido d’amore nei confronti di noi lettori con cui il grande scrittore cileno cerca di svegliarci prima che sia troppo tardi, prima che le nostre coscienze si addormertino per sempre per mancanza di amor proprio. E in queste pagine Bolaño ci mette allo specchio, ci fa guardare dritto negli occhi la dura verità delle nostre vite.

Ci muoviamo come se non avessimo ombra e come se questo fatto atroce non avesse importanza. Parliamo. Mangiamo. Ma in realtà stiamo cercando di non pensare che parliamo, di non pensare che mangiamo.”

Proprio come succede a tutti gli ignavi di cui Lacroix è l’incarnazione letteraria. Perché in fondo siamo tutti un po’ così, come lui: tutti a volte preferiamo indulgere nel piacere rilassante e vuoto di far finta di non capire; pretendendo di aver rappresentato qualcuno con la nostra esistenza in ogni minuto, quando invece forse non abbiamo avuto sempre il coraggio e l’amore sufficiente per essere persone vere.

Sono pagine difficili quelle di “Notturno cileno”, che suscitano sentimenti forti e contrastanti. Un libro da amare oppure da odiare; che rischia di catturarti e da cui è difficile emergere prima di finirlo ma, allo stesso tempo, corre il rischio di essere abbandonato sulla pila di lettura appena dopo le prime pagine.

Però è un romanzo perfetto per conoscere il Cile. E non solo per la letteratura e la politica di cui è intriso, ma perché è impegnativo eppure estremamente bello come potrebbe essere il viaggiare in questa nazione.

di Elisa Della Scala

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4 risposte a Libri in viaggio – Cile 1

  1. patrizia debicke ha detto:

    Grazie

  2. Mi fa piacere che tu ne abbia parlato; condivido appieno il tuo amore per la letteratura cilena e per Bolaño.

    • Elisa Della Scala ha detto:

      Grazie per il commento, sono contenta che l’articolo vi sia piaciuto. Sì, la letteratura cilena è qualcosa di meraviglioso.

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