Intervista a Valeria Arnaldi

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Proponiamo un’intervista alla giornalista e saggista Valeria Arnaldi, curatrice per Ultra della collana Shibuya e autrice di due dei libri editi dalla stessa: uno dedicato a Miyazaki e uno a Lady Oscar. Qui si parla del progetto, degli intenti, della documentazione, di ciò che sta dietro a queste meravigliose animazioni (interessantissime le connessioni tra biografia degli artisti e opera) e delle prossime uscite.

La prima domanda riguarda la nascita della collana Shibuya: com’è nata l’idea? Un omaggio al Giappone, come si evince dal nome – Shibuya è uno dei 23 quartieri speciali di Tokyo – ma non solo: una collana dedicata ai grandi personaggi dell’animazione giapponese.

Penso che l’animazione sia un interessante e importante linguaggio del contemporaneo, troppo spesso relegato a discorso da bambini per stereotipo e pregiudizio. Ancora oggi, che comunque l’animazione è uscita dalla “nicchia” di pubblico in cui era limitata fino a pochi anni fa, c’è tutto un sistema intellettuale che non la prende in considerazione, se non con un sorriso condiscendente e privo di interrogativi. Occupandomi di arte contemporanea, non posso non notare la forza con cui l’animazione nel tempo, ha modificato il nostro modo di pensare e immaginare. Pensavo fosse dunque giunto il momento di proporre un’analisi più approfondita dei protagonisti, reali o animati, di questa rivoluzione. Ho presentato il progetto di un libro su Miyazaki e la casa editrice lo ha accolto subito favorevolmente. Dal successo di quel primo libro, è nata la collana, di cui sono direttrice. Ho proposto il nome Shibuya perché volevo fosse subito chiaro l’universo in cui ci saremmo mossi: uno spazio vitale, popolato, anzi affollato, da persone e stimoli, metropolitano e immaginifico al contempo.

Hai scritto due libri per Shibuya, uno dedicato a Miyazaki, uno a Lady Oscar: partiamo proprio dal volume “Lady Oscar. L’eroina rivoluzionaria di Riyoko Ikeda” (Ultra, 2015). Come ti sei documentata?

I miei saggi partono da un approccio critico. Mi interessa raccontare il dato, fornire un’informazione più articolata e approfondita possibile, poi andare oltre per proporre nuove chiavi di lettura e interpretazione, spaziando tra arte, sociologia, psicologia. Cercare il “dietro le quinte”, portare in primo piano i dettagli per analizzare nel modo più completo possibile i lavori dei vari autori. Nel caso specifico di Lady Oscar e, più in generale, di Riyoko Ikeda, mi sono documentata sui lavori della mangaka, leggendo e facendo analisi, anche incrociate, dei suoi manga. Poi ovviamente, ho studiato gli adattamenti: serie animate, film, teatro, cinema. Tutto ciò che serviva per mettere in luce, da un lato, il lavoro originale della Ikeda dall’altro la seconda vita dei suoi personaggi, divenuti rapidamente icona, nelle riletture altrui, fino ad arrivare agli omaggi degli artisti contemporanei. Per quanto riguarda, invece, l’approfondimento sull’autrice, mi sono affidata alle sue stesse dichiarazioni, ricostruendo le affermazioni rilasciate in più sedi e Paesi nel corso degli anni.

Si può considerare l’eroina francese come portavoce di un’affermazione per la libertà e uguaglianza femminili, che in Giappone – come in altri paesi, del resto – erano ostacolate da una mentalità conservatrice?

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Lady Oscar nasce con una forte vocazione femminista. Scrivendolo, la Ikeda voleva mandare un messaggio chiaro alle giovani della sua epoca, mostrando una vita diversa da quella “costretta”, che si prospettava loro in seno alla tradizione. Voleva creare per loro un modello indipendente e autonomo, dal carattere energico, che dimostrasse che non si deve necessariamente essere scelte ma, anche se donne, si può scegliere. Il Giappone limitava la posizione della donna in ruoli più comodi per gli uomini, mai di primo piano. La stessa Ikeda dovette combattere per diventare una mangaka. Era infatti insultata dai colleghi uomini per la sua scelta di donna indipendente. Ecco, quello che voleva fare con Lady Oscar era dimostrare che le donne potevano costruire il proprio spazio. Ed è, forse, anche per questo che nel tempo Oscar ha continuato ad affascinare e crescere più generazioni. In fondo, quella del coraggio di essere è lezione che non passa mai di moda.

La donna-guerriera o in abiti maschili non è un’invenzione della creatrice di Lady Oscar, Riyoko Ikeda, ma “proiezione di un immaginario antico che affonda le radici nel mito” (p.64), con i suoi innumerevoli esempi che vanno dalle amazzoni a Clorinda della Gerusalemme Liberata. Eppure Lady Oscar si distingue dagli esempi del passato: in cosa?

Lady Oscar è una donna moderna. Calata in una scelta forte e costrittiva come quella di genere – è il padre a decidere di crescerla come un maschio – in realtà, come ogni eroe tragico, accetta quel destino e lo fa suo, andando ben oltre le ambizioni del padre stesso per farsi vessillo di una nuova identità che non rinuncia al sesso ma dal sesso non si fa limitare. Granitica come si sarebbe potuta raccontare, la sua è invece una personalità tormentata, che modernamente accetta, seppure con sofferenza, le sue fragilità. E valuta consapevolmente il suo terzo sesso non come “idea” ma nella praticità del quotidiano.

Quando eri bambina, quanto e perché le sue avventure ti appassionavano? Ci sono episodi che ritieni fondanti, nella tua formazione?

Lady Oscar era idealista, energica, determinata, appassionata, una combattente, sempre dalla parte del giusto e, appunto, dell’Ideale. Era una donna straordinaria, nel senso etimologico del termine, completamente diversa dai modelli femminili che venivano proposti dalle altre serie animate dell’epoca. Era intrepida, coraggiosa, leale, forte. Una donna capace di prendere in mano il suo destino. Credo fosse impossibile non essere affascinati dalla passionalità alla base della sua “missione” di vita, nata da un capriccio altrui e poi trasformata in vocazione. Ogni episodio era retto sulle passioni dell’animo. Ricordo l’addio estremo a Fersen, il legame che la vincola ad Andrè, l’evoluzione, puntata dopo puntata, del personaggio e di tutto il suo universo. Difficile scegliere un episodio, direi forse il momento in cui rinuncia a titoli nobiliari e carica di comandante, per combattere dalla parte del popolo.

Hai conosciuto la Ikeda e ne hai studiato vite e opere: cosa ti ha colpito di lei, come persona?

Il suo lato “oscariano” direi. La Ikeda è una donna forte che ha costruito da sola il proprio destino, senza accettare il ruolo in cui, come donna, sarebbe stata confinata. Voleva che Oscar fosse un esempio femminista per le sue lettrici e, di fatto, con il coraggio di seguire le sue passioni – ritornando anche a quella per il canto – si è tramutata nel modello rivoluzionario che aveva costruito. Ha raccontato una storia di coraggio e poi si è rivelata, a suo modo e, ovviamente, in ben altro contesto, un’eroina, decisa a rifiutare tutti gli stereotipi che alla donna si accompagnavano. Ha combattuto la sua battaglia per una personale liberazione, diventando anche un esempio.

Lo studio su Miyazaki, “Un mondo incantato” (Ultra, 2014) è altrettanto interessante. (Qui potete leggere una mia recensione). Quali sono le costanti della sua arte?

La poesia, intesa come sguardo e visione, è sicuramente il fondamento di tutte le opere di Miyazaki. Il maestro giapponese fa muovere i suoi personaggi in scenari pittorici, ricchi di dettagli, studiati per regalare al pubblico le emozioni della meraviglia, filosoficamente intesa. Questa poesia è il “linguaggio” scelto da Miyazaki per trattare i temi che più gli stanno a cuore. C’è la difesa dell’ambiente, l’appello a una coscienza della Natura, con le responsabilità che questa comporta. Poi, c’è la guerra, tema ricorrente, che Miyazaki illustra per vocazione educativa, come per l’Ambiente, ma anche per motivi personali. Dalla guerra, grazie al lavoro del padre di Hayao nell’industria di aerei dello zio, la sua famiglia ha avuto il “privilegio” della sicurezza, anche durante il conflitto. E quella sicurezza è peso che Miyazaki adulto sente gravare sull’anima, senza riuscire a liberarsene di film in film. Da quegli aerei, però, deriva anche la passione per il volo. La critica, in generale, sostiene che gli aerei siano la passione alla base delle storie di Miyazaki, io ritengo invece che siano solo lo strumento per raggiungere il suo vero obiettivo, che è il cielo. Al cielo guarda, nel senso letterale del termine, spesso portando i suoi personaggi a fissare le nuvole o a correre a braccia tese per sentire il vento. E sotto il cielo, ma anche tra le nubi, Miyazaki ambienta alcune delle sue storie. Il vento è concetto metafisico, ambizione spirituale, come trait d’union dell’uomo tra cielo e terra. Le tematiche sono numerose e ricorrenti, si va dal conflitto tra bene e male, spostato su un piano più realisticamente ambiguo di quello nettamente separato delle favole, alla politica e al pacifismo. Senza dimenticare il ruolo portante delle donne. Non manca la magia e neppure, ovviamente, manca l’amore, primo motore di tutto. Poi ci sono costanti di “segno”, citazioni iconografiche, rimandi di film in film. Quello in cui ci fa muovere Miyazaki è un universo complesso e articolato.

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Anche nei suoi cartoni d’animazione le donne hanno un ruolo importante, vero?

Le donne sono le protagoniste e le artefici di una sorta di riscatto collettivo. È alle loro mani e alla loro sensibilità “attiva” che Miyazaki affida il futuro. D’altronde, nel tratteggiare le sue giovani protagoniste, Miyazaki voleva andare a colmare un vuoto nella produzione animata dell’epoca, che si rivolgeva con storie semplici alle più piccole e con temi d’amore alle adolescenti, ma lasciava senza prospettiva o scenari, le altre, come se l’amore fosse l’unica tensione possibile per le ragazze. Miyazaki voleva regalare loro nuove prospettive, costruire scenari avventurosi, farle protagoniste di imprese che, di norma, venivano riservate ai ragazzi.

Quali contaminazioni ha subito dall’Europa e dal mito?

Miyazaki è affascinato dall’Occidente in tutti i suoi “esotismi”. Lo affascinano i luoghi, le architetture, la storia. Ha viaggiato e cercato di conoscere al meglio i teatri delle sue storie per rendere le sue ambientazioni realistiche. Nausicaa è frutto di una commistione di stimoli Oriente/Occidente, che affonda le radici nelle tradizioni e nel mito di entrambi, tornando alla Nausicaa di Ulisse. Laputa rimanda a “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift. Porco Rosso parla del fascismo e inserisce nella narrazione inventata nomi e figure reali. Ponyo ricorda “La Sirenetta” di Andersen, ripensata e trasformata. Nel film “Si alza il vento” il protagonista sogna Caproni. E sono solo alcune delle contaminazioni, perché il discorso corre e prosegue tra architetture, segno grafico, ambientazioni. Miyazaki non riconosce confini all’ispirazione, non la relega in un recinto dato, ma apre le porte a ogni fascinazione, che poi metabolizza e restituisce a suo modo.

La collana ha pubblicato anche un volume su Candy Candy: ci racconti la genesi di questo personaggio? Quanto c’è di realtà e quanto di invenzione?

La selezione degli autori della collana è basata sull’interpretazione alternativa che possono offrire di questo o quel personaggio, per affinità o addirittura per contrasto, al fine di uscire da letture tradizionali e fornire nuove interpretazioni. Ho chiesto a Lidia Bachis, artista, di scrivere il volume su Candy Candy perché l’aveva ritratta più volte nelle sue tele, riconoscendola come una fonte iconografica e non solo del suo lavoro pittorico. La storia di Candy Candy sceglie teatri realistici in cui far muovere personaggi di invenzione, a partire dall’orfanotrofio in cui cresce la protagonista fino ad arrivare alla guerra e così via. E ci sono forti spunti autobiografici dell’autrice, profondamente colpita dalla morte del padre cui ha cercato sollievo nella fuga in un immaginario, popolato proprio da una famiglia, gli Andrews, nella quale ha fatto entrare la sua protagonista. E anche qui i rimandi sono molti. Varrebbe la pena indagare la catarsi alla base di questa storia.

Avete in cantiere altri due progetti: uno sui robot di Go Nagai e uno su Ken il Guerriero. Ci anticipi qualcosa?

Go Nagai è stato il padre di alcuni dei più noti robot dell’animazione nipponica e potremmo dire dell’animazione in generale. Il suo lavoro è stato ricco, intenso, articolato, e la sua ispirazione lo ha visto passare dalle ambientazioni erotiche a quelle fantascientifiche, fino ad arrivare alla Divina Commedia. Un percorso complesso e ricco di spunti di riflessione. Il volume è appena uscito, a firma di Giorgio Giuliani e Carlo Mirra, giornalisti che si sono temporaneamente allontanati dallo sport, settore che seguono di solito, per concentrarsi sulla produzione del maestro giapponese. Ken il Guerriero, invece, uscirà in autunno e il volume che lo racconterà avrà la sua chiave di lettura nell’approfondimento delle arti marziali, tra storia e pratica, condotto dall’autore. Seguiranno poi altre monografie su personaggi e anche analisi articolate in modo trasversale per attraversare più serie ed epoche.

Credo che uno dei vostri meriti sia anche quello di aver finalmente portato avanti uno studio scientifico su tematiche e filoni a volte anche a torto snobbati, in virtù della loro portata “pop”. Ma è innegabile che quei cartoni animati abbiano condizionato e formato intere generazioni.

L’animazione giapponese ha modificato e improntato la comunicazione, insegnando ai bambini, cui nel nostro mercato i prodotti animati erano rivolti, a “immaginare” con un’altra grafica e nuove storie, sdoganando la violenza, l’erotismo e un mondo ben più adulto e duro di quello cui eravamo stati abituati dall’animazione tradizionale, in particolare disneyana. I bambini dell’anime boom sono diventati adulti, portando con sé un nuovo immaginario e una serie di “conoscenze” che non avevano i loro genitori. Quell’universo frutto di contaminazioni e commistioni è diventato il terreno dell’incontro. E non solo nel nostro Paese. L’effetto è stato la costruzione di un background condiviso a livello internazionale. Un esempio per tutti, è l’arte. Sin dal libro di Miyazaki, ho dedicato una sezione iconografica alle influenze che i suoi personaggi hanno esercitato sul lavoro di alcuni artisti in tutto il mondo. Ed è un approfondimento che ho riproposto anche in Lady Oscar. L’idea è proprio far vedere il legame stretto tra animazione e arte, da un lato, e dall’altro, le influenze di quell’immaginario animato. E influenze diffuse. Gli omaggi a Oscar pubblicati nel volume sono di artisti italiani, europei, americani, indiani, arabi e via dicendo. Questi cartoni animati hanno trasformato il nostro modo di immaginare e perfino la nostra iconografia.

Ci saluti con una citazione?

“La mia favola continua: sogno ma tengo gli occhi bene aperti”, come ha detto Miyazaki.

Intervista di Marilù Oliva

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2 risposte a Intervista a Valeria Arnaldi

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

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