PAOLO GIARO

Foto di Silvano Bacciardi

Foto di Silvano Bacciardi

ATTIVITA’: Musicista

LO TROVATE: ai concerti o su facebook

Molti critici musicali hanno sottolineato il cosmopolitismo della tua musica. Il che, al di là del tango nuevo e del latin-jazz, estende i suoi confini ad altre misture. Tu cosa rispondi, quando ti chiedono che genere suoni?

Per me è imbarazzante rispondere a questo quesito, come quando mi chiedono qual è il mio piatto preferito. Che dire? É la varietà delle cose che mi appaga fino in fondo: il mio cervello, il mio cuore, il mio corpo reclamano tutti i cibi, tutte le musiche, tutti i pensieri. Solo così mi sento libero e pienamente vivo. É in questo dio che credo, allora la risposta più intellettualmente onesta è: suono la mia musica! Il sincretismo è il carburante delle mie creazioni e la visionarietà onirica fa si che i lavori mi aderiscano totalmente. Il mio sforzo costante è di non essere mai prevedibile o banale e di tenere più alta possibile la qualità delle mie produzioni.

Raccontaci quanto le tue esperienze all’estero siano state formative. In cosa, in particolare, ciascuna ti ha arricchito?

Ho cominciato a viaggiare che avevo 13 anni: a quell’epoca si partiva in autostop con niente soldi ma la chitarra appiccicata addosso. Erano i primi anni 70 e  si andava alla ricerca di tutto e di niente, solo una cosa era chiara: incontrare la musica ovunque. Per imparare, sperimentare, confrontarmi… ecco allora certe tappe obbligate nelle capitali della nuova musica che stava emergendo come boccioli ormai pronti a fiorire. Amsterdam, Parigi, Londra: lì ti imbattevi nei musicisti di tutto il mondo, gente famosa e non, che suonava in luoghi fatti di palchi improvvisati o inesistenti, ed erano lì, pronti a suonare davanti ad un pubblico a volte molto scarso, ma il bello era che ci potevi parlare e a volte suonare.
Ogni anno si ripeteva questo rituale, ogni anno tappe nuove, festival e appuntamenti nuovi. In Italia fu molto importante “Umbria Jazz” ma anche diversi altri luoghi estivi…Poi più avanti sono cominciati i viaggi intercontinentali: Stati Uniti, Messico, Guatemala, Colombia, Equador, Bolivia, Brasile, Argentina, Caraibi etc. Il paese in cui mi sono fermato di più è stato il Brasile, dove – oltre ad insegnare basso e chitarra a Sao Paulo – mi sono unito come chitarrista ad una formazione di musicisti davvero interessante, sia per la proposta artistica di qualità sia per la variegata colorazione della loro pelle… uno più diverso dall’altro non poteva esserci! In Centro e Sudamerica ho davvero suonato con centinaia di musicisti negli stili del paese in cui ero in quel momento. Poi l’Oriente: avevo incontrato l’India a 15 anni ascoltando un Lp di Ravi Shankar e ne ero rimasto affascinato, poi di tanto in tanto scoprivo altri musicisti indiani e strumenti che non conoscevo. In India ci sono molte regioni che hanno le loro peculiarità musicali, ma il “Raga” – che è la loro musica classica – è quella che mi ha regalato l’esperienza artistica e spirituale più elevata! Ho tenuto concerti col mio maestro Debiprasad Ghosh, prestigioso sarodista ed insieme a lui e Krisnha Bhatt ho realizzato l’album “Dancing in the light of the full moon”.
Suonare in India è stata un esperienza molto appagante, così come anche la collaborazione con musicisti dell’Africa nera, facendo insieme a loro concerti e componendo nello spirito della loro terra, in questo senso la ricerca di una sonorità cruda ed essenziale con la mia chitarra ha segnato una tappa importante del mio percorso. Ci sono state molti altri incontri che richiederebbero attenzione ma per brevità dico che musica classica, rock, elettronica, blues, jazz, samba, tango hanno fatto parte delle mie vicende artistiche.

Quando hai realizzato che la tua vita sarebbe stata riempita dalla musica?

Ho sentito di appartenere al mondo dei suoni da bambino, perché il fascino misterioso che suscitavano in me i primi ascolti mi avevano ammaliato e totalmente conquistato.

L'orchestra Giaro Tango Nuevo Latin Jazz

L’orchestra Giaro Tango Nuevo Latin Jazz

Tu scrivi sia la musica che i testi e la tua ultima fatica è il progetto discografico Giaro-Tango Nuevo Latin Jazz. Come nasce una canzone?

La canzone per me è una dichiarazione d’amore e di fiducia verso gli altri.

Naturalmente c’è una grande differenza tra chi scrive per puro guadagno e chi lo fa per un intima esigenza di comunione con la gente. Anche io ricevo committenze di vario tipo dove vengo pagato per scrivere canzoni, ma lo faccio sempre con ispirazione e mantenendo ferma l’irrinunciabile qualità che rende qualsiasi progetto degno di essere ascoltato. La canzone è un atto creativo semplice e complesso allo stesso tempo e non è certo classificabile come musica di serie B, anzi le buone e belle canzoni sono merce rara oggigiorno.

La canzone importante per me è quella che riesce ad incunearsi nella nostra memoria e quando la riascolti ti riporta le sensazioni dei momenti che vivevi quando l’hai scoperta, come un profumo che risveglia le emozioni addormentate di un epoca.

Le mie canzoni nascono per fotografare il mio stato d’animo nei confronti del vissuto…a volte la dedico ad una persona speciale, un’altra volta ad un fatto importante della nostra storia oppure per giocare con il ritmo.

Cosa pensi di questo mondo culturale in cui gli artisti si devono barcamenare? Quali sono le difficoltà del musicista, oggi?

Intanto partirei parlando degli artisti di valore.

La legge del “profitto ad ogni costo” colpisce a volte mortalmente tutte le persone che hanno ideali di bellezza, quindi anche gli artisti più sensibili, persone che non si sottomettono all’insensatezza del mercimonio ingordo che oggi è la regola. E lo chiamano mercato! E lo chiamano business! E declamano “che funziona”.

Ebbene alcuni di questi talentuosi artisti rimangono veri e riescono pure a far successo, ma ce ne sono molti di più che possono solo sopravvivere e purtroppo anche loro devono fare qualche marchetta per potersi concedere due pasti scarsi al giorno. A peggiorare questa fosca epoca sono i troppi dilettanti che abbassano non solo la qualità delle cose che girano, ma anche il compenso dei musicisti seri che devono competere con gente che arriva anche a concedersi per una pizza ed una birra e naturalmente i gestori dei luoghi (a parte teatri e festival) totalmente miopi al motto che “la qualità paga” non ci pensano neanche mezza volta a scegliere il gruppo che offre buona musica e guarda te… si fa anche pagare!

Due parole anche per dire che in Italia la figura del direttore artistico non è mai stata presa seriamente:oltre l’incompetenza c’è anche la disonestà ed il conflitto di interesse.

La rete? Un’arma a doppio taglio. Internet sta forgiando un pubblico che grazie anche alla
rete è diventato “nozionista”, non approfondisce niente. Tutto è massa, tutto è visibilità e poco e niente è approfondimento, c’è il ricatto di dover esserci per esistere. Soprattutto i giovani non hanno guide che li accompagnino lungo la storia, quindi ignorano cose tango2fondamentali e recepiscono il superfluo. Detto questo, concludo con una frase scontata ma vera: “La colpa non è mai dei mezzi, ma di come vengono usati.”

Raccontaci le emozioni più intense di un concerto.

Le emozioni per cui vale la pena sacrificare tempo, impegno e studio le posso riassumere in un’ unica sparata. Quando suono e canto con emozione come in un tempo-non tempo e sono in empatia con chi mi ascolta, quello è il momento più prezioso: mi sento come se conducessi il pubblico, accompagnandolo per mano, attraverso una magia, un sogno, una sospensione spaziale e temporale dove tutti viviamo quegli attimi in una comunione estatica che annulla ogni barriera.

Se tu andassi sulla Luna e ti potessi portare dietro solo tre brani, quali sceglieresti 

Questa è una domanda … cattiva come minimo… alla quale risponderò solo in parte! Non dirò i lavori specifici dei tre compositori che mi porto dietro ma solo i loro nomi. Il primo è “Ravi Shankar” il secondo è “Erik Satie” ed il terzo “Thelonius Monk”.

Cosa ti dà la carica?

Ridere

Cosa ti abbatte?

La banalità

Una volta che hai perso la testa

In un treno in Brasile, mentre insetti di ogni tipo e grandezza banchettavano con ogni parte scoperta del mio corpo.

Raccontaci un successo

Un bel momento l’ho vissuto una sera in Messico, quando io insieme a centinaia di persone, nel silenzio della giungla dove pernottavamo, le amache come letto, capanne senza pareti, gente di ogni provenienza, mi rilassavo dopo una giornata molto attiva: allora ho preso la chitarra e prima con discrezione, poi con sempre più convinzione ho cominciato a suonare, rendendomi conto improvvisamente che nessuno più parlava ma tutti mi stavano ascoltando con una sorta di mistica contemplazione. Attraverso la musica inserita nella grandiosa bellezza della natura in cui eravamo immersi, appartenevamo ad un nucleo coeso e pacifico di  un fantastico sogno.

 

L’ultimo sorriso

Ora sto sorridendo così sono sicuro che è proprio l’ultimo e non sbaglio di certo.

Due tuoi pregi e due difetti

Pregio N 1 : mi piace tutto purché sia piacevole

Pregio N 2 : riconosco che in ogni cosa ci può essere il suo contrario e quindi so che la verità sta nel mezzo! (Preciso che la verità nessuno la conosce veramente)

Difetto N 1 : a volte sono esagerato, ma me ne rendo conto e ci lavoro su.

Difetto N 2 : non mi piacciono i compromessi al ribasso, ma so che a volte sono la strada meno rovinosa.

Un progetto in cantiere.

Un nuovo album che sto ultimando dal nome “East West Fusion” dove la sensibilità orientale si fonde con quella occidentale. Sono comunque io che mi sdoppio e come al solito mi trasformo in un camaleonte.

Salutaci con una tua canzone

La magia de los  jóvenes que no piensan en el tiempo  y parecen contentos.

porque todo es, todo pasa y va,

como un dia de, mariposa.

 

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2 risposte a PAOLO GIARO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

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