PIER PAOLO DI MINO

 

ppaolo1ATTIVITA’:

se dovessi dichiarare al netto tutte le mie attività, registrandole sotto un’unica voce, mi piacerebbe poter dire che per vivere faccio l’avventuriero. Questo, in fondo, sarebbe bello e giusto poterlo dire di qualunque vita.

SEGNI PARTICOLARI:

nessuno (“così mi chiamano la madre e il padre e anche tutti i compagni” Odissea, Libro IX)

LO TROVATE:

è facile spiare i miei passi frugando tra le attività di TerraNullius.

Le tue origini e la tua città:

Sono nato a Roma, ma l’accento olivastro delle mie vocali denunciano con orgoglio le mie origini meridionali, ossia siciliane o, meglio ancora panormite: sono di schiatta misto normanno araba.

Cosa rispondevi, da piccolo, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Da piccolo volevo diventare un guerriero, faute de mieux un esploratore. Un giorno (un giorno molto triste e profondamente umiliante) ho ricevuto in visione la certezza che, però, nella vita tutte quelle belle battaglie e grandi imprese le avrei piuttosto raccontate che vissute. Sì, che avrei fatto lo scrittore, o qualcosa del genere.


E adesso cosa dici?

Dico che distinguere fra il racconto di una cosa e quella cosa in fondo è malagevole, e mi tengo contento del mio destino.

Hai scritto a quattro mani con tuo fratello Massimiliano
Fiume di tenebra. L’ultimo volo di Gabriele D’Annunzio, edito da Castelvecchi. Cosa vi ha colpito della figura di D’Annunzio?

In realtà, la sua vacuità. Anche nel nostro racconto il Vate si impone per la sua assenza. Con Massimiliano avevamo appena finito di lavorare a un film (Fine pena mai, con Claudio Santamaria), che raccontava di un sogno di libertà illimitata finito con l’inferno della prigione. Cercavamo a quel punto una storia simile, ma corale e positiva. Cercavamo, ecco, la dimostrazione poetica dell’assunto junghiano che solo ciò che è vivo si distrugge, e che questo non è un male. Questa dimostrazione poetica ce l’ha
data d’Annunzio a Fiume: d’Annunzio nel momento in cui rinuncia a se stesso (si fa, per così dire, “vuoto”) per dare vita a un sogno, un sogno pieno di vita.

C’è qualcosa che lo riguarda che non immaginavate, magari che avete scoperto durante la fase documentativa?

Io avevo già trattato d’Annunzio e Fiume in un altro libro (Il re operaio), raccontando la sua impresa piratesca, politica e poetica in chiave comica. Rivoltando questa vicenda in tragedia, calandomi nell’intimo di questo personaggio, ho scoperto in realtà quello che passa fra me e d’Annunzio: ossia che due cose opposte e contrarie, per essere tali, devono avere qualcosa di essenziale in comune.

Hai scritto “Quando Seneca, Petronio, San Paolo e altri amici inventarono il Cristianesimo” (terranullis.it). Il tutto è partito da un tuo furto, vero? Quello dell’opuscolo di padre Hausherr.

Il furto di un opuscolo, forse falso, che accusa di falsità un opuscolo che accusa di falsità il cristianesimo.

Che idea ti sei fatto di Hausherr?

Nessuna. Impossibile capire chi sia. Un padre Hausherr documentabile è stato per noi, alcuni decenni dopo la vicenda che racconto, un prezioso studioso di esicasmo: ma la coincidenza dei due nomi sembra far pensare a un depistaggio, o a una vertigine letteraria: un falso su un falso su un falso scritto da una falsa identità.

«Hausherr fa partire la denuncia: questo mondo è oggi segretamente guidato da un gran numero di sette devotepp2 al maligno, e fra queste la più potente è il Ponte d’Oro. Scopo principale di questa setta è quella di distruggere la Santa Religione. A motivo di ciò, infatti, detta setta satanica avrebbe ordinato a uno dei suoi adepti, Simonidis, noto falsario, di costruire questa testimonianza di malizia e depravazione». Ma sulla suddetta setta Ponte d’Oro non hai trovato nulla…

Impossibile. Secondo me non è ma esistita. Non credo che esistano cose del genere, tipo complotti e soperchianti raggiri massonici. Ne abbiamo bisogno, sì, per dare un senso alle nostre vite, ma nessuno può complottare per rendere l’uomo iniquo. Viene spontaneo.

Nel titolo si utilizza il verbo “inventare”: quanto c’è di inventato, nel fenomeno del Cristianesimo, e quanto invece c’è di raccolto da un medesimo sentire, da una medesima esigenza, in quel preciso contesto storico?

Uso di solito la parola “inventare” nel suo senso proprio di “trovare”, così non penso che le invenzioni del cristianesimo siano false, prive di una profonda necessità: falsa è l’esigenza (e falsificante è l’effetto che questa procura) di credere tutto vero secondo fede.

Il testo è scaricabile gratuitamente su terranullius.it ed è consentita ogni riproduzione dell’opera, purché a scopo culturale e di fruizione non commerciale. Una scelta importante, soprattutto in questi tempi…

TerraNullius è un gruppo di autori che opera, e non solo attraverso questa scelta editoriale, ma in tutte le sue attività, secondo un’idea di letteratura profondamente estranea alle meccaniche di quel tipo di industria culturale che, di recente formazione, del tutto estranea alla tradizione letteraria, incontra già il suo declino. Regalando libri, insomma, ci sottraiamo cristianamente al mercato non per regalare, ma per restituire (così direbbe Sant’Ambrogio).

La figura dell’intellettuale o dello studioso o dell’uomo di lettere, se preferisci: come vive la nostra epoca? Non viene svilita? È un processo autodistruttivo o una corrosione che arriva dall’esterno?

La nostra è un’epoca molto interessante. Direi eccitante. Somiglia agli anni della fine dell’impero romano, caduto sotto il dissesto di una finanza imperante e sovrana, e quindi di una corruzione irrimediabile e di un deperimento culturale che non lasciava speranze (a scuola raccontano che furono i barbari, sì, gli extracomunitari: ma non fu proprio così, se per ultimo difese Roma Stilicone, tedesco come pochi). È un fenomeno ciclico, che Aristotele chiude nel giro di una semplice frase: quando in una civiltà il denaro compra denaro, quella civiltà sta per morire. Roma è morta perché nessuno sapeva e voleva e poteva fare più nulla: tanto contavano solo i soldi. Roma è morta di noia. Ma in quella noia un uomo come Boezio, cercando di salvare il meglio della passata civiltà, ne ha fondata una nuova, inventando la scolastica. Così avverrà della nostra epoca, dove tutto sembra volgere al termine, ma nella quale si fanno da ultimo le più prelibate scoperte scientifiche e metafisiche della nostra storia. Uno scrittore, come Boezio, raccoglierò tutto questo.

Prendo spunto dal titolo: quale lascito riconosci, in Seneca?

Seneca era un grande psicologo. Un cristianesimo scritto da lui avrebbe dato più spazio all’anima che allo spirito (i vangeli non registrano quasi mai la parola “anima”): avremmo avuto con lui una spiritualità più terrigna, umana, meno pericolosa. Uomini che ci provano a comportarsi bene, e non santi, e quindi meno autodafé, inquisizioni e campi di concentramento.

L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Io tento sempre, badando poco all’utile.

L’ultima volta che hai tentato con successo

Quando ho cominciato a tentare senza badare all’utile.

L’ultima amarezza

Sono piuttosto soggetto all’ira che all’amarezza.

L’ultima risata

Difficile dirlo, rido molto. Io sono braccia sottratte all’avanspettacolo.

Due pregi e due difetti

Cucino molto bene, e mi distinguo nella danza. Quanto ai difetti mi viene in mente che da ultimo il giovane e brillante scrittore Luciano Funetta mi ha fatto notare che sono un bigotto. Non ho indagato su cosa intendesse dire. Per ora prendo la cosa per buona, limitandomi a essere impermalito con lui. Sono molto permaloso.

Cosa ti piace, del mondo culturale italiano?

Non lo frequento, purtroppo. Non capita quasi mai.

Cosa invece trovi faticoso?

Scegliere le scarpe adatte.

A cosa stai lavorando, ora?

A un romanzo ambientato durante l’eccidio delle fosse ardeatine.

Ci saluti con una citazione?

“La verità non è venuta al mondo nuda” (Vangelo di Filippo)

 

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Una risposta a PIER PAOLO DI MINO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

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