Tu la pagaràs, Las noches

pagMi sento gli occhi addosso. La gente scruta attraverso la penombra. Sono sotto osservazione: vogliono vedere se stanotte la Guerrera se ne starà zitta e triste in un cantuccio o se ballerà con chi vorrà chiederglielo. La prova del nove, il termometro del mio lutto. Questa è mi gente. Un popolo variegato, curioso, bolognese, misto, mezzosangue o purissimo, ispanoamericano, nasi andini e profili di Cuzco quasi intagliati nella roccia, occhi rilucenti come tesori caribeñi, gambe che ballano tatuate dalle nervature, polpacci in tiro, una cicciona romagnola sul divanetto, i portoricani leggermente più scuri, qualche elemento afro con guizzi di ciocche rasta. El pueblo de la salsa, il popolo della salsa. In parte volgare, in parte genuino, appassionato, molto esibizionista. Alcuni elementi affetti da megalomania stridente, col ritmo nel sangue anche quando scorre acqua nelle vene. E la fetta buona di una mela marcia in disparte. Ad ascoltare, a ballare per gioia. A tornare qui, nonostante tutto.

Passa Ibelis e raccoglie dal tavolino il mio bicchiere vuoto. Ibelis è la parte buona della mela. Avanera da generazioni, onesta, piena di volontà e di grinta, è arrivata nella nostra penisola come studentessa di musica, con un biglietto andata e ritorno della durata di un mese, ma si è fermata per sempre. Si è innamorata dell’Italia, di giorno fa la speaker radiofonica, ha un seguito di migliaia di ascoltatori ma guadagna due soldi. Così, dato che la sua laurea da noi non conta, si mantiene facendo la cameriera nei locali salseri e ignorando i molti spasimanti. Anche Thomás l’aveva corteggiata, ma lei l’aveva subito inquadrato con la sua saggezza genuina fatta di proverbi e osservazione diretta. Non c’era Ibelis, la notte dell’omicidio, aveva l’influenza e se ne era sentita la mancanza: lei è sveglia e veloce, nessuno l’ha sostituita e i tavoli son rimasti sguarniti, la gente si è accalcata al bar.

Mi lancia un sorriso compassionevole, credo di starle simpatica. Vorrei ricambiare ma la bocca non mi si distende.

«Otro?» alza il bicchiere.

«Gracias».

Certo che ne voglio un altro, la testa immobile, parte una di quelle bachate strappalacrime che solitamente detesto. Ma stanotte no. Come dice Huey Dunbar nella canzone che è appena partita, questa è una notte senza pietà.

Las noches como éstas,
son las que duelen más,
las que lastiman más,
son noches sin piedad

Las noches como éstas,
siempre me hacen llorar,
saben a soledad, saben a soledad

Las noches como éstas
se parecen a ti,
no tienen compasión,
les gusta hacer sufrir
Le notti, come queste, sono quelle che fanno male, quelle più dolorose, sono notti senza pietà. Le notti come queste, mi fanno sempre piangere, sanno di solitudine, sanno di solitudine. Le notti come queste ti somigliano, non hanno compassione, a loro piace far soffrire.

Quanto sono patetici questi bachateros. Ma io non ci casco. Annegherò nell’ambra del rum e mi sfascerò il senso di vuoto tra le braccia del primo ballerino. Imbroglierò questa notte infida e i pettegoli che aspettano da un mio cenno la verità. Pensano che i casi siano due e opteranno per uno di essi, a mi gente piace semplificare: o mi dispererò affranta e ciò sarà la riprova che Thomás non mi meritava. O non verserò lacrime, ossequierò la liturgia del ballo e cederò agli inviti e ciò significherà che io e Thomás siamo della stessa pasta quindi – inutile girarci attorno – in fondo in fondo me lo sono meritata il suo trattamento. E chissà, forse l’ho ucciso per fargliela pagare, insinueranno.

(Tu la pagaràs, pp.34-35, Elliot Edizioni)

Potrei alzarmi e inserirmi nella discussione, placando così le ansie di Adolfo.

Potrei, ma non ci penso nemmeno. Che si arrangi, uno con un nome così.

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2 risposte a Tu la pagaràs, Las noches

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Super!

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