Gabriel Garcia Marquez

marquezE’ morto a 87 anni, nella sua casa di Città del Messico, il Nobel alla letteratura Gabriel Garcia Marquez. Mi mancherebbe qualcosa se non l’avessi conosciuto e non avessi letto Cent’anni di solitudine (ma non solo), quindi, con immensa gratitudine, voglio ricordarlo così:

“Delle quattro cose che Gabriel Gárcia Márquez ha dichiarato di amare davvero, il whisky -ma solo quello di malto e ben invecchiato-, il baseball, la musica popolare del suo paese -in particolare  bolero, vallenatos [1],  rumba-, e la diplomazia segreta[2], l’unica in cui sono ravvisabili risonanze latino-americane è la terza. Allo stesso modo, le sue preferenze rivelano un’indole aperta a molteplici contemplazioni: Edipo re come libro, Béla Bartók come musicista, Francisco Goya come pittore, le canard à l’orange come uccello, Orson Welles e Akira Kurosawa come registi, Il generale della Rovere di Roberto Rossellini e Jules e Jim di Francois Truffaut come film, Giulio Cesare come personaggio storico, Gargantua e Pantagruel come libro. Ed anche Edmond Dantés e il Conte Dracula come romanzi, il giallo come colore ma solo quello scintillante del mar dei Caraibi alle tre del pomeriggio, visto dalla Giamaica.

Nelle sue opere i personaggi europei si confondono con le creature della sua terra, poetas y mendigos, músicos y profetas, guerreros y malandrines [3], e il suo cuore –com’è giusto– resta affacciato sul Golfo del Caribe, là dove il vento soffia soavi brezze atlantiche sui porti di città coloniche depredate secoli fa dai pirati.

Che la critica e il pubblico abbiano sostenuto le sue opere quasi all’unanimità è il segnale di un’immensa capacità comunicativa. E che dalle ceneri dei ricordi d’infanzia sia risorto un paese sintesi che convogliasse tutte le catastrofi della Terra e della storia e che fosse in grado di conservarsi imperituro attraverso le sfide dei deliri razziali, della globalizzazione e dell’oblio, è prova inconfutabile di quanto alla finzione dell’aracatese soggiaciano elementi concreti dell’esperienza umana, colta nella sua totalità. Come in tutte le sue opere, confluenze meticce di nazionalità agli antipodi. Cent’anni di Márquez nello specchio dei secoli e delle epoche, così testimoniano i suoi personaggi: Pietro Crespi l’italiano, Santiago Nasar di origini turche, Ulises, dagherrotipo del viaggiatore che si cela dietro ad ogni uomo, dalla notte dei tempi. Da Bogotà a Parigi, da Calcutta a Cuba, dalle foreste sempreverdi e conturbanti dei tropici sudamericani alle acque limose del Nilo. Perché Macondo, di fatto, è il mondo”.

[1] Canzoni colombiane che non narrano solo sentimenti, ma una vera e propria storia e sono lo spontaneo riflesso di una millenaria tradizione orale.

[2] Omero Ciai, A cena con Gárcia Márquez, la Repubblica, 8 marzo 2006.

[3] G.G. Márquez, dal discorso di accettazione del premio Nobel tenuto il giorno 8 dicembre 1982.

(tratto da Cent’anni di Mondo, cent’anni di Marquez, Marilù Oliva, ed. CLUEB, Bologna)

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2 risposte a Gabriel Garcia Marquez

  1. 20ventiblog ha detto:

    Davvero complimenti. Anche noi abbiamo pensato, su Venti, di salutare Garcia Marquez. Se ti va, questo è il link. Un abbraccio, e a presto.
    http://20ventiblog.wordpress.com/portfolio/un-mese-di-solitudine-riflessioni-e-nessun-aneddoto-su-gabriel-garcia-marquez/

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