FUMETTO/GRAPHIC NOVEL: DIFFERENZE?

Io – alla sceneggiatura – e Niccolò Pizzorno – alle illustrazioni – stiamo lavorando a una graphic novel dedicata al personaggio de La Guerrera (in matita, nell’immagine sotto). La pubblicazione del post su facebook ha acceso un dibattito interessante su un’eventuale distinzione tra i termini utilizzati: graphic novel e fumetto.
Ho fatto diverse ricerche e ho scoperto che la questione è complessa perché esistono differenti interpretazioni, nessuna delle quali totalmente sbagliata. La grande diatriba concerne un’eventuale diversificazione tra i due concetti – si parla comunque di sfumature, di destinazioni, di formati – mentre si è generalmente concordi nel condannare la gerarchia che oppone i binomi graphic novel/alta qualità – fumetto/media bassa qualità o, per dirla con le parole del critico letterario, curatore e scrittore Tommaso de Lorenzis, quasi tutti hanno rifiutato, come lui, l’antitesi tra “GN” autoriale e fumetto di massa: «Contesto strutturalmente questa contrapposizione perché lo faccio anche nel cinema: cioè non accetto che esista un cinema d’autore e un cinema popolare. Per me quelle sono e rimangono arti popolari tout court».

Parto dai significati e lascio la parola a uno dei dizionari più conosciuti, il Sabatini Coletti cui si appoggia il Corriere della sera:

fumetto [fu-mét-to] s.m.
1 Nuvoletta che racchiude i dialoghi o i pensieri dei personaggi di un disegno: romanzo a fumetti; estens. (spec. pl.), narrazione a disegni in cui il testo scritto è in gran parte limitato a dialoghi essenziali inseriti nelle nuvolette: essere appassionato di fumetti; (al sing.) genere che comprende tale produzione: il f. italiano
2 spreg. Opera narrativa o cinematografica di scarso valore e piuttosto banale, più freq. con l’accr. Fumettone
a. 1942

Sarebbe opportuno, forse, che il Sabatini Coletti rivedesse le definizioni del lessema o almeno la seconda definzione, laddove, riducendo la parola a “Opera narrativa o cinematografica di scarso valore e piuttosto banale”, non fa altro che alimentare un circuito di pregiudizi purtroppo ben radicato?

Wikipedia è più accorta. Inquadra il fumetto come un «linguaggio costituito da più codici, tra i quali si distinguono principalmente quelli d’immagine (illustrazione: colore, prospettiva, montaggio…) e di temporalità (armonia, ritmo, narrazione…) ». A questa accorpa la definizione di McCloud nel suo saggio Capire il Fumetto – L’arte invisibile, secondo il quale il fumetto sarebbe dato da: «Immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore»
Poi introduce una suddivisione interna, il cui distinguo sarebbe la finalità narrativa: «Poiché il fumetto è in larga parte utilizzato a fini narrativi, esso è spesso definito “letteratura disegnata”; in realtà, il fumetto può essere utilizzato anche a scopi non narrativi: ad esempio, per una ricetta di cucina, o per realizzare il libretto di istruzioni di un apparecchio. Un esempio concreto di uso non narrativo del fumetto è il volume, saggio scientifico sul fumetto realizzato interamente a fumetti da Scott McCloud. Interessante è la definizione che dà lo stesso McCloud: «Immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore» (in Capire il Fumetto – L’arte invisibile, Torino, Vittorio Pavesio Editore, p. 13). In ogni caso, appartiene a pieno titolo alla categoria delle più moderne arti visuali».

Quando sono in difficoltà perché esistono più scuole di pensiero e le sfumature consentono più strade interpretative, di solito seguo la mia formazione (lettere) e mi appello all’etimo. Stando all’origine delle parole, ho elaborato le seguenti definizioni:

FUMETTO: espressione artistica/comunicativa e visiva in cui vengono implicate immagini e nuvolette (gli sbuffi di fumo, appunto, chiamati in inglese “balloon”) o anche i riquadri descrittivi e narrativi. In questo senso, ogni graphic novel appartiene anche alla grande famiglia del fumetto, così come le appartiene anche un’immagine pubblicitaria, fine a se stessa. Lo sviluppo e le divagazioni del fumetto consentono delle eccezioni: esistono anche fumetti senza parole, muti, dove cioè il rimando alla nuvola di fumo non ha più ragione di essere.

GRAPHIC NOVEL: espressione artistica/comunicativa e visiva che appartiene alla famiglia del fumetto, tradotta alla lettera significa: “romanzo grafico”. La locuzione fu utilizzata per la prima volta da Richard Kyle nel 1964, ma divenne popolare quando Will Eisner lo usò sulla copertina dell’edizione in volume della sua opera A Contract with God, and Other Tenement Stories, pubblicata nel 1978.
Nel binomio leggo due intenzioni: una grafica (vale a dire una gabbia che si può discostare dalle tipiche suddivisioni dei fumetti in serie) e una legata al romanzo, ovvero un’intenzione che abbia uno spunto conclusivo e letterario. So che non tutti i critici sono d’accordo sull’aggettivo “letterario” (aggettivo che potrebbe dare luogo ad altre infinite diramazioni interpretative) . Una volta messi d’accordo su questo contestato significato, il fatto che alla graphic novel sia conferita un’accezione letteraria non esclude che sia conferita anche al fumetto. Un fumetto, però, potrebbe anche non avere tale valenza letteraria (estremizzando, penso alle barzellette comiche). Del resto anche Hugo Pratt definiva “Letteratura Disegnata” il suo Corto Maltese…

Il legame tra GN e fumetto è stato sottolineato da diversi studiosi, sceneggiatori, “operatori” del settore, ma non tutti sono concordi. Vediamo cosa hanno risposto alla mia domanda:

Quali sono – se ci sono –, secondo te, le differenze tra fumetto e graphic novel?

Ecco cos’hanno dichiarato:

Marco Schiavone, direttore di Edizioni BD, una delle più forti case editrici di fumetti in Italia, con  oltre seicento volumi in catalogo, tra fumetti, comics, manga, manhwa, artbook, saggi e bande dessinée: «Proverò a risponderti a quella che è una domanda micidiale per gli operatori del settore. Quasi quanto quella che da bambini ci ponevamo, se fosse più forte Hulk o La Cosa. Graphic novel ha un duplice significato. Il primo è la definizione commerciale di un prodotto a fumetti, che per i paesi anglosassoni ha contraddistinto i volumi brossurati o cartonati, a differenza dei classici e popolari spillati. Questo per esempio portava nella New York Times Graphic Novels Bestseller list tankobon manga come Naruto, volumi come Black Hole, raccolte di precedenti uscite in spillato come Watchmen. Un secondo significato con il tempo è emerso a definire, per antonomasia, tutti quei volumi pensati per essere pubblicati direttamente in volume, senza passare da una serialità precedente, e che, per composizione e stile, tendono ad avere un disegno minimale e asservito al testo, che è più curato, per un pubblico più adulto, meno attratto dall’estetica del fumetto. Esempi di questo piccolo fenomeno possono essere autori come Adrian Tomine, Alison Bechdel, Ellen Forney, James Kochalka dal segno essenziale e dalla composizione mai banale. Questo è coinciso con un aumento dello spazio dedicato a questi prodotti da parte delle grandi catene (Barnes and Noble, Borders) cui serviva una category dove inserire questi “nuovi” prodotti. Ora, per quanto sia utile sottolineare a pubblico e catena del valore la differenza tra Fun Home e l’ultimo Betty and Veronica, il discorso si complica alquanto quando trasliamo tutto ciò in Europa, peggio ancora nell’esterofila Italia, da sempre preda del naming statunitense. Da noi il fumetto ha sempre avuto uno status trasversale di mezzo avvicinabile dai bambini agli adulti, dagli autori impegnati agli onesti travet della matita, da Topolino a Corto Maltese, per rimanere nell’ovvio. E i nostri librai i fumetti avevano chi più chi meno sempre provato a venderli. Comunque, abbiamo provato anche qui a sfruttare questa nuova denominazione, appiccicando l’aggettivo graphic a tanti libri, alcuni validi, altri meno, ma catturando un po’ di più l’attenzione della stampa che, complice il successo dei collaterali da edicola, nel terzo millennio ha finalmente trattato il fumetto quasi sempre senza stupidi pregiudizi.
Graphic novel è diventato in qualche modo sinonimo di un fumetto in volume autoconclusivo, venduto perlopiù nelle librerie di varia, pensato per un pubblico over 30, di solito caratterizzato da una storia intimista o comunque poco spettacolare, e da un segno essenziale, sobrio (o dall’incapacità di disegnare meglio, direbbe forse qualche maligno fumettista popolare).
C’è differenza rispetto al fumetto? Direi di no. Come se ti chiedessero se c’è differenza tra teen novel e romanzo. A parte il fatto dei vampiri obbligatori, intendo..;-)
Dopo trent’anni, comunque, ho capito che Hulk è decisamente più forte. Quindi, magari tra trent’anni riuscirò a risponderti con maggior sicurezza sulla diatriba fumetto/graphic novel…».

Daniele Barbieri, studioso di semiotica e teoria della comunicazione, progettista multimediale, docente e saggista (ricordo, tra i suoi libri, Del fumetto prima del fumetto, che citerò in chiusura, e Breve storia della letteratura a fumetti):

«Checché ne scrivano o ne pensino i giornalisti e la vulgata, la graphic novel è semplicemente un sottoinsieme del fumetto, quello che si pubblica unitariamente a stampa come se fosse un romanzo. Poi ci sono GN di qualità e scarse, popolari e colte, esattamente come per i fumetti che non sono GN. Il punto semmai è che la parola graphic novel appare molto più nobilitante della parola fumetto. Chi fa fatica a parlare del fumetto come un prodotto (anche) di alta cultura, di solito preferisce parlare di GN, espressione che gli procurerà meno angosce».

Marco Marcello Lupoi, direttore editoriale della Panini Comics:
«Qualsiasi libro a fumetti viene classificato graphic novel, con una totale banalizzazione di un concetto nato con un’idea specifica di formato e contenuto […]
Embrionalmente l’espressione graphic novel raccoglieva dentro di sé quello che Contratto con Dio voleva essere, ed è stato, come vero e proprio manifesto di una nuova forma d’espressione letteraria.
Un romanzo grafico che
1) nasce direttamente come libro diretto al mercato librario, senza prepubblicazioni o edizioni in albo o serializzazioni
2) è un “romanzo”, un’opera compiuta che contiene una sua unità narrativa, racconta un’unica storia completa, con un inizio, un mezzo, una fine
3) si rivolge a un pubblico adulto, con una storia drammatica e senza compromessi e censure
Solo che, se applichiamo la definizione originale del termine, tagliamo fuori una quantità abnorme di opere che possono anche essere state pre-pubblicate o serializzate, ma che come CONCEZIONE dei loro autori dovevano costituire fin dall’inizio un “unicum” narrativo, di formato, di storia: un romanzo per immagini.
Diciamo quindi che per rendere funzionale l’espressione, dobbiamo almeno accettare che una G.N. possa avere avuto una pre-pubblicazione seriale, purché, e ci tengo a dirlo, l’autore o gli autori l’abbiano sempre concepita come un “romanzo” completo, come un qualcosa da raccogliere poi in libro.
Con questo ammorbidimento del termine, otteniamo una descrizione di graphic novel abbastanza aderente allo spirito più profondo del fumetto moderno, escludendo però l’uso spurio e abusato dell’espressione».
(ndr: questa è l’unica risposta che ho recuperato sul web e non attraverso intervista diretta)

Roberto Recchioni, sceneggiatore e disegnatore con un curriculum vastissimo (ha lavorato per BD Edizioni, Disney, Panini, Bonelli, Eura Editoriale, StarShop, Comic Art, Rizzoli, Magic Press, Astorina, e per l’americana Heavy Metal): «Non c’è nessuna differenza. Il termine Graphic Novel è nato dal disagio che Eisner aveva nei confronti della parola “Comics”. E Eisner aveva ragione perché, negli USA, i fumetti, sono chiamati con un nome che deriva dalle loro origine comica, appunto. Oggi il termine, nel mondo, è usato solo come un’etichetta commerciale, utile a vendere quelli che sono sempre e soltanto fumetti. E facendo una gran confusione nel mentre. Per farti un esempio: “Watchmen” è spacciato come una graphic novel ma in origine era una maxiserie mensile e ha una suddivisione propria delle opere serializzate. Il fatto che oggi sia venduto in volume non cambia la sua origine e natura. Se poi dobbiamo tenere presenti la foliazione e l’essere autoconclusivi, allora la maggior parte dei fumetti Bonelli sono graphic novel. Se invece teniamo presente le tematiche, allora tanti volumi che vengono venduti come graphic novel ma che hanno come protagonisti i supereroi o gli eroi dell’avventura popolare, non lo sono.
Se invece il parametro è la mancanza si serialità, allora Black Hole di Charles Burns non è una graphic novel.
La verità è che le graphic novel, oggi, sono semplicemente dei fumetti venduti in forma di libro e sono chiamati graphic novel per non far sentire in imbarazzo quegli adulti intellettuali che si sentono sminuiti a dire di stare leggendo un fumetto. E per blandire quei fumettisti che, sotto sotto, si sono sempre vergognati di fare fumetti e che adesso possono dire di fare altro.
È un’ipocrita etichetta commerciale».

Niccolò Pizzorno, illustratore e disegnatore:

«Dunque, come dice “Will Eisner” Il termine Graphic Novel Deriva Dai Comic Book ( siamo in America negli anni ’30 ) che erano dei volumi cher raccoglievano raccolte di storie raccontate mediante immagini e testo in sequenza quando il volume ha una storia sola è detto graphic novel, da novel, “racconto/romanzo” e graphic “che riguarda la grafia proprio riferito al segno” quindi un Racconto per segni in questo contesto si fa esplicito riferimento al segni per le Lettere- parole e per le immagini ( e un riferimento al ripasso a china) . Hugo Pratt parlava di “Letteratura Disegnata” come intendeva il suo Corto Maltese, infatti i suoi volumi sono dei romanzi assestanti trainati dallo stesso personaggio-guida.
Fumetto  è un termine Italiano di baloon (gli ovali con il testo, che sembra fumo che esce dalle bocche).  E’ un problema culturale: alcuni rufiutano questo termine di matrice americana».

Stefania Rumor, direttore di linus (Nota 1: a lei si è ispirato Hugo Pratt per il personaggio di Ipazia nella Favola di Venezia. Nota 2: dal momento che si è fatto riferimento a Maus di Art Spiegelman, ne approfitto per raccontare che linus è la rivista che pubblicò per prima Maus nel mondo, in contemporanea con l’americana Raw): «Fino a poco tempo fa non consideravo neppure sensata questa distinzione. Poi il termine graphic novel si è imposto sul mercato editoriale per volontà del marketing, quindi. Ma preferirei comunque parlare di romanzi grafici, in italiano, come li definì del Buono. Il fumetto include strisce, tavole, storie brevi, e lunghi racconti, romanzi, cioè quelli che oggi vengono presentati sul mercato come graphic novel. Sempre di fumetto si tratta, ma credo appaia chiaro a tutto la differenza tra i racconti di Pratt – lui stesso parlava di romanzi disegnati – Pazienza, Mattotti, Igort e i supereroi».

Gianluca Morozzi, scrittore e sceneggiatore di diverse graphic novel, tra cui Factory (Fernandel):
«La graphic novel è una cosa più specifica, è un vero e proprio romanzo a fumetti, una storia unica, in un unico volume, pensata per avere un inizio e una fine in quella struttura. (anche se ci sono alcune storie considerate graphic novel, come Maus, che magari sono uscite originariamente in due parti o più e sono poi state accorpate in volume unico). Il fumetto è qualcosa di più generale che comprende tutto, graphic novel, serie (da Batman a Dylan Dog, quelle che non finiranno potenzialmente mai), miniserie (quelle che sono previste in un certo numero di uscite)…».

Roberto Alfatti Appetiti, giornalista, saggista ed esperto di fumetti (ha scritto all’armi siam fumetti… gli ultimi eroi d’inchiostro):
«Il termine graphic novel è l’abito buono del fumetto, quello che deve indossare per entrare in libreria e nelle redazioni culturali dei giornali, per sperare di essere sfogliato da quei critici sempre pronti a inarcare le ciglia davanti ai giornaletti dell’edicola.

Se cartonati, diventano fumetti d’autore e gli altri cosa sono: di padre ignoto? E’ una bella confezione a dare la qualità di “romanzo a fumetti” o la tematica che si tocca? Se chiamare un fumetto graphic novel può aiutarlo a farsi conoscere, ben venga. Sarebbe sbagliato, invece, usare tale definizione per riproporre l’annosa separazione tra cultura alta e popolare, impegno e intrattenimento, anche nel mondo delle nuvole parlanti. Il fumetto è un’arte, a prescindere e come tale libera di esprimersi come meglio crede».

Mauro Smocovich, sceneggiatore di fumetti, tra cui Cornelio Bizzarro (co-sceneggiatore insieme a Carlo Lucarelli e Giuseppe di Bernardo), scrittore e curatore di diversi siti letterari:
«La Graphic Novel è comunque Fumetto, è la definizione specifica di una opera a fumetti con alcune caratteristiche particolari. La differenza tra i due termini dovrebbe un po’ essere quella che c’è tra romanzo e letteratura. Il termine Graphic Novel dovrebbe semplicemente designare il romanzo a fumetti, e dovrebbe dunque essere più elaborato e più corposo nei contenuti e nello sviluppo della storia, oltre ad essere autoconclusivo. Il termine Fumetto comprende un po’ tutto ciò che viene pubblicato a vignette, la famosa arte sequenziale etcetera etcetera. Però spesso si usa il termine Graphic Novel per nobilitare certe opere a fumetti, come se chiamarle semplicemente “Fumetto” fosse denigratorio. Secondo questa accezione ormai comune una distinzione che di solito si fa tra Fumetto e Graphic Novel è che il Fumetto è quello più da edicola, anche se arriva in fumetteria , quello definito di solito un po’ minore anche se spesso non lo è, quello di largo consumo, ritenuto meno curato cosa spesso non vera, mentre la Graphic Novel sarebbe più nobile, da libreria, da fumetteria, per un pubblico più selezionato e con una edizione più accurata. È un po’ la stessa differenza che si fa chiamando alcune opere “Fumetto d’autore”, come se le altre opere non fossero scritte da “autori”. E spesso si arriva a chiamare Graphic Novel anche una antologia di racconti a fumetti. Per me c’è differenza tra Fumetto in generale e Graphic Novel, la Graphic Novel è appunto un romanzo a fumetti, un’opera complessa ed elaborata, soprattutto nei contenuti e non è necessario invece che lo sia graficamente o editorialmente. Ma spesso c’è un divario tra contenuto ed etichetta, e spesso ognuno interpreta le cose come vuole».

Emiliano Longobardi, esperto e sceneggiatore di fumetti (tra le altre cose, si è occupato di Rusty Dogs) e titolare della Libreria Azuni di Sassari:
«In teoria (e semplificando un pochino per non andare troppo off topic) la locuzione ‘graphic novel’ dovrebbe indicare semplicimente un formato editoriale, ossia quello di volume a fumetti che raccolga una storia (lunga) autoconclusiva. Purtroppo, però, alcuni uffici marketing, alcuni editori e alcuni autori hanno spinto e stanno spingendo più in là la cosa e vorrebbero invece creare una differenza qualitativa (e non solo di formato) fra i/le ‘graphic novel’ e i fumetti seriali. Tutto questo per aggirare il pregiudizio che graverebbe sul medium ‘fumetto’, identificato (ancora, seppur meno di qualche anno fa) come un medium dedicato all’infanzia o frequentato da minus habens. Leggere graphic novel, per questi uffici marketing/editori/autori, permetterebbe ai fruitori di non vergognarsi nel dire che leggono fumetti, ma qualcosa di più intelligente/maturo/fico/approfondito, al contrario della merda seriale. Il fumetto, agli esordi, venne definito così non per italianizzare una parola straniera (balloon), ma – per estensione – perché così venivano chiamati il fumo/le nuvolette che uscivano dalle bocche dei personaggi e in cui venivano riportate le parole che questi pronunciavano. A parte questo, concordo sul fatto che i significati si evolvono e capisco che – in maniera neutra – si possa naturalmente usare una locuzione come ‘graphic novel’ per indicare un tipo di fumetto che abbia una certa lunghezza e che racconti una storia autoconclusiva, ma usarla per indicarne la derivazione letteraria è errato perché non ha alcun collegamento di derivazione dalla letteratura, ma è convenzione che sia stata utilizzata originariamente da Will Eisner per differenziare il proprio tipo di fumetti (volumi autoconclusivi a fumetti) rispetto ai fumetti seriali (spesso supereroistici)».

Giacomo Brunoro, che lavora da sempre nel mondo della comunicazione ed è direttore editoriale per l’Italia dell’editore digitale LA CASE:

«Parlare di graphic novel significa parlare di un formato particolare di fumetto, così come se io parlo di romanzo parlo di un determinato formato di “scrittura” (banalizzo per essere chiaro). Il punto è che il valore letterario non è dato dal formato ma dal contenuto, mentre la critica cialtrona di oggi pretende di dare valore letterario ad un contenuto soltanto attribuendogli un determinato formato (e quindi automaticamente sminuendo gli altri formati). Geppo e Maus sono due fumetti seriali che hanno contenuti diversi e valore letterario diverso (cosa su cui sarebbe interessante aprire una discussione) e, soprattutto, hanno finalità diverse. Di fatto sono enrambi due fumetti. Così come sono due romanzi “Cent’anni di solitudine” di Marquez e “Esco a fare due passi di Fabio Volo”. Ma nessuno pretenderebbe di dire che hanno lo stesso valore letterario perché sono due romanzi: il loro valore letterario (chiamiamolo così) non dipende infatti dal formato (il romanzo), ma dal contenuto. Stesso discorso per il formato graphic novel: può contenere un capolavoro come può benissimo contenere merda. La critica ignorante di oggi invece ha stabilito (non si sa bene perché) che se un fumetto ha valore letterario è un graphic novel (anche quando non lo è mai stato, vedi Maus), se invece non ha valore letterario allora è un fumetto (vedasi l’uso dispregiativo del termine “giornaletto”). Ma di fatto questa distinzione è una cagata pazzesca e fa solo del male alla cultura. A ben guardare i più importanti fumetti degli ultimi 40 anni (da un punto di vista letterario) sono stati quasi tutti fumetti seriali (poi se uno li vuole raccogliere in volume unico per comodità o per finalità commerciali questo è un altro discorso). In estrema sintesi dunque sarebbe cosa buona e giusta analizzare il contenuto e non il formato, perché è da quello che dipende il valore di un opera, qualunque sia il media utilizzato».

Nicoletta Maldini, libraia co-proprietaria della Libreria Trame di Bologna: «Uno dei privilegi del lavoro di libraio è l’apertura degli scatoloni delle novità. Qualche anno fa estrassi dalle scatole Maus di Art Spiegelman, iniziai a leggere e mi persi nella storia di Art e del padre sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti…
Fu la prima volta che sentii parlare di graphic novel come concetto a sè, e che prestai orecchio al concetto stesso. Succede che per alcuni narratori la dimensione grafica e quella del testo si compenetrino, dando vita a qualcosa di speciale, un romanzo vero e proprio: Persepolis di Marjane Satrapi, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick, Quartieri lontani di Jiro Taniguchi, ma con quel concetto in mente vorrei includere l’immenso Eternauta di Hector Oesterheld e Francisco Solano Lopez, La ballata del mare salato di Hugo Pratt.
Da lettrice appassionata ma non esperta direi che nel concetto di fumetto forse predomina la dimensione seriale, mentre nelle storie che ho citato c’è una complessità e anche un senso di sazietà e appagamento particolare».

Ringraziando tutti coloro che hanno contribuito alla stesura del pezzo, concludo con alcune curiosità filologiche:

– La parola comics, utilizzata negli Stati Uniti e nei paesi anglofoni deriva dal greco kωμικός (commedia).
– I termine giapponese manga significa “immagini libere” o anche “immagini stravaganti”.
– L’espressione francese bande dessinée si traduce in “strisce disegnate”.
– Infine, per quanto riguarda la diatriba maschile vs femminile da attribuire all’espressione graphic novel, L’Accademia della Crusca ha avvallato il maschile, giustificandolo “per flessione dalla lingua originaria”, ma l’utilizzo ha confermato il femminile. Nel suo saggio “Del fumetto prima del fumetto”, Daniele Barbieri scrive che «L’espressione graphic novel è entrata nell’italiano attraverso il suo uso al femminile: la graphic novel. Ci sarà anche un errore alla base di questo uso, ma è l’uso che fa la regola, e non viceversa».
Io opto per il femminile.

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2 risposte a FUMETTO/GRAPHIC NOVEL: DIFFERENZE?

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  2. paola ha detto:

    E’ da poco che li conosco ma ne sono afffscinata

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