Libroguerriero Party e non solo…

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“Manuale di Marketing romagnolo” di Paolo Cevoli  (Solferino)                                                                 

Sul comodino della Rambaldi

Paolo Cevoli – Riccione – dopo aver lavorato  per anni alla pensione Cinzia, gestita dai  genitori, debutta a Zelig col personaggio dell’assessore Palmiro Cangini. Attualmente opera come manager e imprenditore nel settore della ristorazione ed è impegnato in teatro e nelle serie web.

“Mai lamentarsi. Mai. Never complain, never explain: mai lamentarsi e mai dare spiegazioni.

C’è sempre qualcosa di bello anche nella sfiga più totale. Il buio non esiste. Esiste l’assenza di luce. Il freddo non esiste. L’inverno è la stagione ideale per prepararsi all’estate. Esiste solo l’estate. Con un lungo preambolo primaverile e la coda autunnale. Qualcuno vede il bicchiere mezzo vuoto, qualcuno mezzo pieno. Qualcuno non vede neanche il bicchiere. Il mio babbo diceva: “E biccir l’è sempra pin.”

Paolo Cevoli e il suo Manuale di Marketing Romagnolo

Le tre virtù cardinali romagnole?: sburaggine, patachismo e ignorantezza.

In questo libro Paolo Cevoli spiega il successo dei romagnoli. Per ottenerlo occorre mettersi  in piedi davanti a uno specchio con una mano sulla spalla e dire: “Che sburone che sono!” questo è infatti uno dei principali esercizi pratici per diventare esperti di Marketing romagnolo.

Una tecnica di vendita infallibile.

L’unica su cui non si era ancora prodotto un manuale.

Paolo Cevoli ha iniziato lavorando d’estate come  cameriere alla pensione Cinzia dei suoi genitori, prima di diventare manager e imprenditore e di intraprendere la carriera di comico a Zelig.

Un palco che gli ha insegnato tanto.

(la recensione prosegue a p.2)

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Recensioni al massimo: Falsa testimonianza

Falsa testimonianza - Karin Slaughter - copertina

di Massimo Ricciuti

Titolo: Falsa testimonianza

Autore: Karin Slaughter

Traduzione: Anna Ricci

Editore: HarperCollins

Anno: 2021

Leigh Collier vive ad Atlanta, dove esercita la professione di avvocato in un grande studio legale. Il suo mondo è rappresentato dalla figlia Maddy, che ha appena compiuto sedici anni e dal marito Walter, da cui si appresta a divorziare. Un’esistenza apparentemente tranquilla, come tante altre. Il passato, però, non fa sconti e si ripresenta alla porta di Leigh quando le viene affidato l’incarico di difendere un giovane e ricco uomo, accusato di svariate violenze sessuali. La donna si trova così catapultata indietro nel tempo di ben ventitré anni, quando da diciassettenne tutta la sua vita era cambiata nel corso di un’interminabile e drammatica notte. Colui che dovrà rappresentare in tribunale si chiama, ora, Andrew, ma un tempo era solo un bambino di nome Trevor e sembra conoscere tutto di quella notte. Com’è possibile? E perché ha voluto proprio lei a difenderlo?

Falsa testimonianza è il ventunesimo romanzo di Karin Slaughter, autrice prolifica nota soprattutto per la serie di Grant County e per quella dedicata al personaggio di Will Trent. Qui le protagoniste sono due donne, due sorelle, Leigh e Callie, la cui vita è stata, a dir poco, travagliata. Cresciute da Phil, madre snaturata e menefreghista che non è cambiata con il tempo, le due hanno dovuto ben presto imparare a cavarsela da sole.

(la recensione prosegue a p.2)

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“America non torna più” di Giulio Perrone  (HarperCollins)                                                           

Sul comodino della Rambaldi

america non torna più

Giulio Perrone – Roma – Fondatore della casa editrice che porta il suo nome ha pubblicato i romanzi: L’esatto contrario, Consigli pratici per uccidere mia suocera e L’amore fin che resta.

“Tu, che ridi e mi batti soddisfatto una mano sulla spalla, a sottintendere che ce n’è di strada da fare.

Sì è anche questione di buona sorte, casualità, qualcuno direbbe culo.

E ora? Tra mezz’ora esatta passerai sotto i raggi.

A te diranno: ernia molto, molto seria alla schiena. A noi: tumore.

A te: che ti aspetta una lunga riabilitazione. A noi: che ti restano tre mesi.

A te: che il tempo sanerà ogni cosa e che… l’estate prossima dove te ne andrai in barca?

A noi: che dobbiamo capire come farti passare al meglio il Natale perché sarà l’ultimo…

A 56 anni la grinta non ti servirà a nulla. Cattiva sorte, casualità, qualcuno direbbe sfiga.”

America non torna più è un profondo confronto tra padre e figlio. Con un padre che disapprova tutto  e  rimprovera al figlio di non impegnarsi, di non metterci grinta e di pensare solo al divertimento. Eppure anche il genitore ha fatto notti brave in gioventù con gli amici Verme, Godzilla e America.  Diego soprannominato Verme perché troppo sdolcinato con le ragazze, Fabrizio chiamato Godzilla per via di mole e modi, e  America, cugino degli altri due, che non c’è mai, che beve, si stona e ama vivere all’estremo nutrendo sogni che un giorno si riveleranno fatali. Già, ma che fine ha fatto America?

Giulio Perrone si cimenta in un romanzo autobiografico fatto di domande scomode e risposte dolorose che racconta il difficile rapporto col padre fatto di silenzi, incomprensioni, differenze e somiglianze, fino alla  malattia.

Quando il genitore si ammala  si presta a fargli la barba  senza sentimento in vista dell’ultima  riunione di famiglia a cui parteciperanno anche il fratellastro di Roma, la  sorella di Milano e il famoso messicano, che torna apposta dal Messico per l’occasione, che si chiama Renato Perrone e che somiglia tanto a Giulio.

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Libroguerriero Party

Per prenotarvi scrivere a libroguerriero@gmail.com

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“La ragazza dei colori” di  Cristina Caboni (Garzanti)

La libreria di Gabriella

La ragazza dei colori

“Ci sarà un posto per lui in Paradiso? Ride di quella parola. Lui lo ha conosciuto in terra, il Paradiso. La sua donna, il suo amore. (….) Lei è il suo amore, la metà della sua anima. Il resto non ha importanza”.

E’ in queste parole, in questi pensieri, gli ultimi di una vita che sta per finire, che si racchiude l’essenza del rapporto tra Letizia Marcovaldi ed Orlando Morosini. Un amore intenso nato in un periodo difficile come quello della Seconda guerra e che supera molte controversie ed anche la presenza di un dolore immenso che ha colpito la stessa Letizia quando era ancora una giovane maestra ma che finisce per segnare la sua esistenza. Solo l’amore di Orlando la salva dal baratro a cui forse è destinata.

Proprio Orlando, infatti, dopo la sua morte, riesce a far venire tutti i nodi al pettine grazie anche alla nipote Stella che seguendo gli indizi lasciati dall’amato zio prima della sua morte, ha un ruolo fondamentale nella salvezza interiore della zia Letizia.

E’ proprio da questo immenso amore che si apre il libro, molto delicato, di Cristina Caboni “La ragazza dei colori” edito dalla Garzanti. La Caboni, sarda, di Cagliari, si occupa dell’azienda apistica di famiglia, ed è una autrice di grandi successi letterari pubblicati anche all’estero e  con il suo ultimo romanzo ci consegna un testo scritto con semplicità ma carico di forti sentimenti ed emozioni. L’autrice ci racconta di Stella, nipote adorata di Letizia ed Orlando che, a causa di dissapori con i suoi precedenti datori di lavoro, decide di cambiare vita e di intraprendere un nuovo percorso di vita, non prima di aver fatto tappa dalla zia Letizia. L’incontro con un uomo misterioso, Alexander, ed un ritrovamento altrettanto sorprendente, stravolgono i suoi piani iniziali e portano a risvolti impensati all’inizio del racconto.

L’arrivo di Stella nella villa dove ha trascorso la sua infanzia e dove ci sono tutti i suoi ricordi, è per lei solo l’inizio di una caccia al tesoro che la porta al ritrovamento di alcuni disegni che la colpiscono nel vivo facendola riavvicinare al mondo della pittura e dei colori che sono la linea conduttrice di tutta la sua vita. Questi disegni, però, stravolgono la vita di Letizia e Stella si prodiga strenuamente per scoprire la verità, il perché di tanto dolore. Inizia così un percorso che mette in luce le diverse “vite” di Stella e, in un certo senso, anche della zia: la vita dei colori, della pittura, dell’arte, della ricerca, della scoperta, dell’amore perso e poi ritrovato.

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“Nato da nessuna donna” di Franck Bouysse (Neri Pozza)

Recensione di Raffaella Tamba

Nato da nessuna donna - Franck Bouysse - copertina

Con un tratto scorrevole come un sussurro, il tono di una cronaca più che quello di un diario, dalle pagine di questo romanzo di Franck Bouysse (insegnante di biologia a Limoges e scrittore insignito nel 2015 del Premio Michel Lebrun) emerge una rappresentazione drammaticamente intensa della vita, esplorata fin nel più profondo del suo potenziale di malvagità ma, quasi per contrappasso, con una scelta originale e suggestiva, quella di dare al suo romanzo una sfumatura di fiaba, richiamandone gli elementi più caratteristici dissimulati nella realtà.

Gabriel, il curato del paese, riceve da una giovane donna in confessione una richiesta strana, quella di prelevare il diario segreto di una donna morta in un manicomio: il diario che custodiva la confidenza della sua vita e che nessun altro avrebbe dovuto trovare. La giovane, depositaria di quel mistero, lo affidava a chi sicuramente ne avrebbe fatto l’uso migliore. E lui, uomo di fede, non resta insensibile ad una preghiera così umana che tocca le corde di oscure colpe e terribili espiazioni. Recupera il diario e si immerge in una lettura che lo porta a sprofondare nell’abisso di una storia inconcepibilmente cruda e disperata, dalla quale riemerge con un solo desiderio, quello di provare, se possibile, a ricucirne gli strappi ancora esistenti.

I numerosi e nascosti richiami al filone della fiaba si rivelano a poco a poco: già l’inizio della storia della protagonista, Rose, prima figlia di quattro sorelle contadine che, quattordicenne, viene venduta dal padre ad un ricco signorotto, ci richiama subito alla mente Pollicino, Hansel e Gretel, rappresentazioni di una realtà di stenti e miseria che porta i genitori ad abbandonare i figli per l’impossibilità di mantenerli. Altrettanto evocativo è il termine castello con il quale Rose indica la villa del suo padrone, dove è trattata come una serva (Cenerentola). Il bosco che circonda il castello è solo apparentemente attraente ma l’unica volta che Rose vi cercherà la fuga, non la troverà. Unica figura umana in quel contesto è quella di Edmond, fratello del padrone, che tenta, i primi gironi di convincerla a fuggire, come se volesse metterla in guardia da un pericolo che però non può o non vuole spingersi più avanti a rivelare.

Ogni capitolo si concentra su un protagonista come se l’autore avesse voluto dedicare all’introspezione psico-emozionale di ogni personaggio un’attenzione particolare, un’osservazione dalla sua prospettiva. Dà voce al loro io più segreto e profondo, la coscienza che ciascuno ha, chiara, nitida, incontestabile ma non inconfessabile. Le figure più umane, semplici e positive della storia sanno rivelarsi con trasparenza e abnegazione, senza nascondersi, senza falsi pudori, senza simulazioni. E per quello di loro che più di ogni altro cela in sé rimorsi e rimpianti, Edmond, l’autore usa una forma di prosa che sfuma nella poesia: frasi breve, brevissime, che terminano sempre col punto e a capo, locuzioni esclamative ripetute come ritornelli che riecheggiano ballate malinconiche.

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“L’impero di mezzo” di Andrea Cotti  (Nero Rizzoli)        

Sul comodino della Rambaldi

Andrea Cotti – sceneggiatore, editor, scrittore di romanzi per ragazzi, autore radiofonico e televisivo. Ha adattato crime fiction di successo tra cui la serie de L’ispettore Coliandro. Per Nero Rizzoli ha pubbicato Il cinese.

“Leggo: Come stai, Wu?

Per lei sono “Wu”. E mi ricordo perché ho accettato di accompagnare Forte Li e Bellissima Li. Perché sono qui. Per Anna e Giacomo. Per me stesso. Perché non sono mai stato in Cina. Perché sono cinese e sono italiano, ma non so chi sono davvero e qual è il mio posto. Perché sono spaccato in due e questa mia frattura mi fa fare del male a chi amo. Perché devo riavvicinare i margini della crepa che mi porto dentro da tutta la vita. Con un gesto abituale sfioro la fede all’anulare, un cerchietto d’oro bianco con dei piccoli intarsi. Calcolo il fuso orario. Siamo sette ore avanti. Anna si sta svegliando adesso.”

Un Luca Wu alla scoperta delle sue origini in una Cina sospesa tra tradizione e futuro.

L’imprenditore Carlo Grande precipita dal 17° piano del parcheggio.  C’era qualcuno alle sue spalle o era solo?  Ha intravisto delle ombre.  Prima di morire ha appena il tempo di ripensare alla  famiglia e alle sue colpe. Poteva fare altro?

13 maggio – dopo l’ultima inchiesta il vice questore Luca Wu ha avuto 90 giorni di permesso per motivi di salute. Dopo che la  moglie Anna l’ha cacciato di casa per l’ennesimo tradimento  l’occasione per allontanarsi da Roma gli viene offerta dai nonni da riaccompagnare in Cina.

Sono atterrati a Wenzhou da 4 giorni dopo 18 ore di volo.  Nove milioni di abitanti. In Wuma Street la folla  è impressionante. Molti passanti hanno il pigiama sotto il cappotto.  Per  pagare si usa il cellulare. I nonni si guardano attorno meravigliati come bambini, ne sono cambiate di cose in 20 anni da quando hanno  lasciato la Cina  per venire in Italia ad aiutare la famiglia di Luca. Finalmente sono a casa.

Luca Wu, 34 anni, è nato in Italia da genitori cinesi. È italiano e cinese.

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“Il fantasma della mia libertà” di Michele Petragnani Ciancarelli (Edizioni Effetto)   

Sul comodino della Rambaldi

Michele Petragnani Ciancarelli – Washington – Due lauree in psicologia e biologia, un master in businnes administration. Dopo una parentesi alla Bocconi di Milano torna nella Grande Mela per il suo primo giorno di lavoro l’11 settembre 2001 proprio nel complesso delle Torri Gemelle. Sopravvissuto all’attentato combatterà a lungo la sindrome da stress post-traumatico, in particolare il fenomeno dei flashback che gli ha ispirato questo romanzo. Attualmente vive tra Roma e Washington.

“Ed è proprio la libertà che mi manca in queste lunghe veglie insonni. Perché sono prigioniero della paura dall’11 settembre, da quando terroristi codardi, bestemmiando il nome del proprio Dio, mi hanno privato della libertà di godermi la notte. Notte, regina del buio, io che ti amavo e che tante volte ti ho celebrata e goduta più del giorno, ora ti temo. Hai perso il vestito della goliardia che indossavi per lusingarmi nelle serate metropolitane. Notte, ti temo perché so che verrai ad affrontarmi e sarò solo e indifeso. Mi troverai prigioniero tra le quattro mura della mia stanza, dove il fantasma della mia libertà arriverà a cavallo per scipparmi a uno a uno dei miei cinque sensi. Notte ti amavo, notte ti odio.”

Il romanzo è la verità dentro una bugia – Stephen King – I.T.

Nelle prime pagine de Il fantasma della mia libertà troviamo ritagli del Corriere della Sera del 13.9.2001  che parlano di gente che si getta nel vuoto come nei film del terrore, brani riportati fedelmente dall’autore che l’11 settembre 2001 ebbe la prontezza di precipitarsi giù per le scale di una delle torri lasciando in ambasce il padre al telefono. Michele Petragnani Ciancarelli ha attinto alla sua esperienza di sopravvissuto al Ground Zero. Un miracolato che ancora oggi ha  paura di fare i conti col  passato. Da allora per lui non sono mai cessati gli incubi dovuti allo stress post traumatico e i flashback, le famose allucinazioni che scollano dalla realtà. Nel romanzo  ritroviamo il racconto di quel giorno che lo ha cambiato per sempre. Una testimonianza autobiografica in una  storia  di personaggi fittizi, dove  l’esperienza personale si mescola al romanzo di fantasia.

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“Il visitatore notturno” di Jeffery Deaver (Rizzoli)

Recensione di Patrizia Debicke
Tradotto da Rosa Prencipe

Il visitatore notturno - Jeffery Deaver - Libro - Rizzoli - Rizzoli  narrativa | IBS

Quindicesimo romanzo della serie legata a Lincoln Rhyme, il detective tetraplegico, creata da Jeffery Deaver, il famoso scrittore americano, Il visitatore notturno è uscito addirittura in un’anteprima mondiale italiana. Un’anteprima dedicata ai  lettori dello stivale,  quelli che in assoluto gli hanno sempre  garantito enorme successo.
I contenuti del romanzo, stavolta privilegiati da Deaver sono interessanti, scioccanti e soprattutto strettamente  legati alla nostra ingombrante, spasmodica e talvolta ossessionante  quotidianità. Con lo spropositato avvento dei social nella vita di tutti noi, con come conseguenza l’impulso a confrontarsi   con la propria immagine, salire in scena  e primeggiare, ha steso un largo tappeto di benvenuto sia al bisogno di farsi vedere che alla  curiosità, al desiderio  di ficcare il naso in ogni magari anche più intimo aspetto della altrui vita.
Senza immaginare che con un cedimento pur piccolo, magari il passo falso di una foto, di un commento espresso davanti a un microfono.  rischi di cedere a milioni di potenziali critici  la tua privacy.  Con il rischio di farti coinvolgere in una spirale di sottile e perversa  violenza.
Il rendersi conto poi svegliandoti di non essere immerso in  un incubo, ma che qualcuno, un estraneo   ha violato la tua casa e la tua intimità, per di più  lasciando labili  tracce  dietro di sé, certo  poca roba: tipo rubare delle mutandine come souvenir, mangiare o bere qualcosa, tuttavia sempre accompagnate da neppure tanto velate minacce scritte sulla pagina strappata di un giornale.
Orrenda faccenda che  fa tramare di  paura, anzi  peggio scatena l’angoscia nelle vittime dell’intrusione. Angoscia poi, rimbalzata sadicamente sui media dalla riproduzione di un video, del malsano passaggio di qualcuno che viola  indisturbato le serrature degli appartamenti di notte, cambia posto a qualcosa, prende un indumento,  un oggetto e spia la sua vittima mentre dorme. Poi richiude, e se ne va. Scivola via nel buio e scompare.
Si firma  il Fabbro, nessuna serratura è al riparo dalla sua inarrivabile abilità come scassinatore. Sicuramente è  il migliore in assoluto su piazza  nell’arte del grimaldello, per lui paragonabile a  una religione.  Un’ ossessionante continua minaccia  di un qualcuno che la polizia di New York non riesce a  individuare. Un qualcuno, così  attento e scrupolosamente maniacale nelle sue azioni, studiate in modo  da non lasciare mai traccia di sé.
Brrr. Solo a pensarci fa paura.

E sarà la paura il ricorrente fil rouge che attraversa le 460 pagine (non sono poche) di Il visitatore notturno.

(la recensione prosegue a p.2)

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