SERIE POLIZIESCHE AMERICANE: CHI SCENDE E CHI SALE

di Romano De Marco

Diciamoci la verità: l’epoca d’oro delle serie TV è finita da un pezzo! Se 15 anni fa restavamo basiti dalla qualità dei prodotti che giungevano da oltreoceano (e, in alcuni casi, anche da Inghilterra e Francia) ormai assistiamo al proliferare incontrollato di serie che sembrano fatte con lo stampino, che dilatano a dismisura idee e tematiche spesso e volentieri rubate in giro e che hanno tutte, come costante, l’abitudine di allungare il brodo con trovate stilistiche imbarazzanti, per riempire gli spazi lasciati vuoti dalla carenza di contenuti e di originalità (un esempio per tutti? Hunter, su Amazon Prime).

Non so voi ma io, ultimamente, sono solito abbandonare le serie TV nuove dopo la prima, seconda, massimo terza puntata. Di rado completo una stagione e ancor più di rado seguo quelle successive. Ovviamente con le dovute eccezioni. Temo che si stia verificando un livellamento in basso dei gusti e delle aspettative degli spettatori, dovuto, probabilmente, anche a una sorta di “anestetizzazione” figlia di una improvvida sovraesposizione. Il Covid di certo non ha giocato a favore. Milioni di disperati ad impastare pizza e guardare serie TV sul divano, per mesi, hanno generato orde di zombie irrecuperabili per i quali qualsiasi schifezza propinata dai canali on demand è diventata commestibile.

Fare una carrellata sarebbe molto lungo, indicare quali sono le serie (poche) che continuano ad appassionarmi sarebbe forse inutile (i gusti son pur sempre gusti). Mi limiterò, pertanto, a mettere a confronto una serie che giudico UP e una che ritengo decisamente DOWN. Sono due serie più o meno generaliste, americane, poliziesche, ambientate rispettivamente a Chicago e Los Angeles: Sto parlando di CHICAGO P.D. e SWAT

Partiamo dalla prima: dopo un tentennamento con flessione della qualità nella sesta stagione (anche perché gli sceneggiatori dovevano togliersi dalle balle un paio di personaggi ingombranti) ecco che nella settima (appena conclusa e limitata a 20 episodi anziché i previsti 23 causa Covid, sempre lui il bastardo…) si torna ai fasti degli anni precedenti. Grandi plot di puntata e sotto-plot trasversali di serie, ottima evoluzione dei personaggi, affascinante come sempre il cast (a partire dal granitico sergente Hank Voight interpretato dal veterano Jason Beghe) impeccabili le scene d’azione e, in generale, l’estetica della serie. Funziona tutto. Non è un capolavoro, è intrattenimento semplicemente perfetto, nel puro stile Dick Wolf che, abilmente supportato da Matt Olmstead, imbastisce un altro dei suoi colpi da maestro. Del resto trattasi dell’uomo che ha inventato il franchise LAW AND ORDER, mica l’ultimo arrivato… Appena ultimata la visione e promossa a pieni voti. Reggono alla grande anche le “sorelle” CHICAGO FIRE e CHICAGO MED (che come è intuibile raccontano storie di pompieri e di medici). Le tre serie sono collegate e, ogni anno, danno vita a gustosi crossover. È frequente, inoltre, che alcuni personaggi passino da una serie all’altra come coprotagonisti o semplici guest star. Nulla di strano che la rete NBC abbia rinnovato l’intero franchise per altre 3 stagioni. Io ho visitato le location originali della serie a Chicago (e non vedo l’ora di tornarci) mi sono procurato il badge della polizia di Chicago come quello che usano nella serie, ho comprato il giubbotto di pelle uguale a quello del sergente Voight… Insomma posso essere ufficialmente annoverato fra i super-fan, senza ombra di dubbio!

Passiamo, ora, alle note dolenti. Nel 1975 (forse in Italia arrivò un paio di anni dopo) ero un bambino appassionato della serie originale SWAT con i mitici Steve Forrest e Robert Urich (prematuramente scomparso e interprete anche della splendida VEGA$, purtroppo introvabile in italiano). Nel 2003 Clark Johnson firmò la regia di un film ispirato al telefilm SWAT, su sceneggiatura di David Ayer. Non un capolavoro ma un buon film, con un cast di tutto rispetto tra cui spiccavano Samuel L. Jackson, Colin Farrell, Jeremy Renner, L.L. Cool J e Michelle Rodriguez (tralasciamo il pessimo sequel del 2011 con tutt’altro cast…).

Ebbene, nel 2017, per la CBS, è uscita la nuova serie televisiva di SWAT, ispirata nei personaggi, nelle situazioni e nel famosissimo tema musicale, alla serie originale (e al film). Lo showrunner è, nientepopodimeno che quello Shawn Ryan creatore del capolavoro assoluto THE SHIELD e, successivamente, del sottovalutato e sfortunato THE CHICAGO CODE con Jason Clarke. Aspettative del sottoscritto: a mille!

Attore principale Shemar Moore, già visto in duemila stagioni di Criminal Minds (dove interpretava il detective Derek Morgan). Un po’ banale ma ci può stare. Con 3 anni di ritardo recupero la serie e inizio a vederla: un disastro. La saga delle banalità e del già visto, credibilità sottozero, recitazione da fotoromanzo, plot debolissimi, personaggi che più sterotipati non si può. Mamma mia… In due parole: noia mortale! Che faccio? Vado avanti, spero nel miracolo. Scopro che la serie è stata rinnovata per una quarta stagione che uscirà nel 2021. Possibile che il livello così basso abbia giustificato già tre rinnovi? Le ipotesi sono due: o il pubblico americano ha dei gusti pessimi o io ho delle aspettative sempre più alte e ho cominciato, da bravo vecchietto, a vivere nel passato. Che lo showrunner sia lo stesso che ha firmato la sublime saga di Vic Mackey e della sua squadra d’assalto in THE SHIELD, però, mi sembra umanamente impossibile. Credo e temo che lo abbia fatto “per campare” dopo che alcuni suoi progetti più ambiziosi sono andati molto male (fra questi il già citato THE CHICAGO CODE).

Insomma, morale della favola, se accettate un consiglio dal sottoscritto… CHICAGO PD tutta la vita e alla larga da SWAT. Proverò, comunque, a dargli un’altra chance e vedrò ancora qualche puntata sperando in un repentino miglioramento. Non si sa mai…

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“I cieli di Philadelphia” di Liz Moore (NN Editore)

Recensione di Nuela Celli

I cieli di Philadelphia (titolo originale ‘Long Bright river’) di Liz Moore, è un romanzo di una bellezza e intensità rare, un lungo viaggio per le strade e per i vicoli più malfamati di Philadelphia, in un quartiere, Kensington, che vede l’umanità declinata nelle sue condizioni più estreme, ma anche più toccanti, in cui tra mille cadute devastanti possono avvenire delle rinascite insperate.

Liz Moore è una scrittrice (oltre che musicista) dalla bravura straordinaria, insegna scrittura creativa nella Temple University di Philadelphia e con il romanzo Il peso, in Italia pubblicato da Neri Pozza, ha raggiunto un vasto successo di pubblico.

La sua scrittura è semplice, mai esibita o alla ricerca di involuzioni che stupiscano, e sa coinvolgere da subito, con una forza magnetica, che arpiona le nostre emozioni senza sconti. Risultato: quattrocentosessanta pagine ad altissima intensità.

Come scrive nella nota a fondo libro Ada Arduini, che per NN Edizioni ha tradotto questo romanzo: ‘Liz Moore ha la capacità rara di entrare a fondo nella vita delle persone (e non personaggi) che racconta, con discrezione e grande empatia.’ Definisce la sua mano ‘delicata ma ferma’, di ‘un’accuratezza quasi fotografica’.

La storia narrata si svolge prevalentemente nel quartiere di Kensington (Philadelphia). Michaela Fitzpatrick è un’agente di polizia. Ha un figlio piccolo del quale si prende cura da sola e ha scelto di pattugliare le strade di Kensington (e non di fare carriera, magari come detective) perché è il quartiere dove è nata e lì, come un sofferente angelo custode, osserva a distanza la sorella minore Kacey, che ha scelto tutt’altra vita e si prostituisce per potersi permettere la dose quotidiana.

E proprio quando qualcuno comincia a uccidere le prostitute del quartiere (Michaela sarà la prima ad accorgersi della serialità delle sparizioni) Kacey svanisce, lasciando dietro di sé ben poche tracce. Tutto inizia con il ritrovamento di un cadavere: gli occhi aperti, steso al freddo, indifeso e semisvestito. Il corpo appartiene a una giovane donna che sembra ‘stupefatta, incapace di credere al destino che le è toccato, distesa su un letto di foglie.

Michaela, che insieme al collega ha risposto alla chiamata, si avvicina cauta alla scena del crimine e istintivamente prova un egoistico senso di sollievo, perché perlomeno, pur nella tragedia, la donna non è Kacey, che più volte ha salvato dalle overdosi e che in diverse occasioni ha dovuto arrestare per adescamento, una sorella schiava della dipendenza per la quale non riesce, nonostante le tante tante delusioni, a provare indifferenza.

Nulla in questo romanzo è prevedibile, ogni volta rimaniamo spiazzati dalla piega presa degli eventi e da ciò che veniamo a sapere e ogni colpo di scena rende la storia più credibile, fornendoci nuovi tasselli per comprenderne i perché e le dinamiche.

Michaela e Kacey sono orfane di madre, morta giovanissima per overdose. Cresciute da una nonna povera, distrutta dal dolore per la perdita della figlia e del tutto anaffettiva con le nipoti, le due ragazze attraversano l’adolescenza in un quartiere dove la droga dilaga e rappresenta l’orizzonte di senso dei più.

Quando la nonna decide di inviare le due sorelle in un doposcuola gratuito, parte del destino di Michaela verrà scritto:

Alla fine sentì parlare di un doposcuola organizzato dalla Lsp, la Lega Sportiva della Polizia. Là, in due sale enormi ed echeggianti e su un pezzo di terra sarchiato, giocavamo a calcio, pallavolo e basket, incalzate da bordocampo dall’agente Rose Zalecki, una donna alta che da giovane era stata un’eccellente sportiva. Là ci ripetevano sempre che dovevamo continuare ad andare a scuola, che non dovevamo fare sesso e dovevamo stare alla larga da droghe e alcool. Ogni tanto arrivava qualcuno che era finito in galera e ribadiva il concetto proiettando delle diapositive, poi festeggiavamo con biscotti e limonata.’

Il rapporto tra le due sorelle inizia a sfaldarsi quando Kacey, la più piccola, quella che non ha ricordi della madre e che proprio per questo motivo, emotivamente, è la più fragile, comincia a perdersi tra sesso e abusi di sostanze:

‘Ci allontanammo sempre più l’una dall’altra. Senza di lei la mia solitudine diventò clamorosa, un rumore di fondo costante, un arto supplementare, una lattina vuota che mi tiravo dietro ovunque andassi.’

A metà tra una detective story e una saga familiare, questo romanzo ci incalza già dalle prime pagine, con momenti d’azione e colpi di scena miscelati a pagine di un’introspezione toccante, in cui l’alternanza tra presente e passato accresce la suspense e l’attesa.

Tra le strade di Philadelphia, tra negozi ‘tutto a un dollaro’ e case pignorate con porte e finestre sprangate, atmosfera dalla potente suggestione per cui l’autrice ringrazia il fotografo Jeffrey Stockbridge, Liz Moore ritrae un’umanità sospesa, snaturata dalla droga, abbandonata in un contesto sociale a maglie troppo larghe, abbrutita dalla dipendenza, alla ricerca di una normalità che è spesso utopia, con un grado di empatia e nitidezza che colpiscono.

Se non conoscessimo l’autrice potremmo essere tentati di pensare che si stia leggendo una coraggiosa biografia.

Nulla è definito a tinte nette e con toni manichei nella divisione tra il bene e il male, ogni personaggio ha mille sfaccettature, difetti, debolezze, colpevoli esitazioni e straordinari momenti di coraggio e redenzione.

I cieli di Philadelphia è un affresco del cuore oscuro dell’America, quella in cui la mobilità sociale, il capitalismo fagocitante, e un tessuto familiare troppo spesso dilaniato dalla mancanza di politiche con una solida idea di welfare, creano mondi da incubo, come alcuni luoghi di Kensington, il quartiere che la coraggiosa Michaela pattuglia, giorno dopo giorno, per seguire un istinto di protezione e amore che nessun trauma o bruttura può soffocare.

Unica controindicazione per questa lettura, Michaela e Kacey finiranno davvero per mancarci, quasi fossimo entrate nella loro sgangherata e sofferta famiglia, e ne fossimo, nel bene e nel male, coinvolte.

Liz Moore, per me, è stata una bellissima scoperta, una di quelle autrici che una volta lette, per un tacito accordo, non si vuole più abbandonare. Un motivo in più per seguirla, nel 2014 ha vinto il Rome Prize, trascorrendo un anno all’Academy di Roma, dove ha completato la stesura di The Unseen World, di prossima pubblicazione per NNE. Non ci rimane che attendere.

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CondiMenti tra libri, verde e gastronomia

Sta per partire CondiMenti  una prelibata kermesse dedicata al cibo e alla letteratura.

LUOGO: la seicentesca Villa Salina di Castel Maggiore ospiterà una tre giorni fittissima di incontripresentazioni di libricooking showlaboratori per grandi e bambinispettacoli teatrali e musicali, all’insegna diel connubio tra letteratura e gusto.

QUANDO: 18-19-20 Settembre

(articolo da QN)

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“Un uomo a pezzi” di Francesco Muzzopappa (Fazi Editore)

Recensione di Raffaella Tamba

C’è ancora chi riesce a costruire romanzi e racconti improntati ad un umorismo sano, intelligente, consolatorio. Francesco Muzzopappa, brillante coywriter e pluripremiato scrittore , è uno di questi. Con questa libro offre, in quest’anno di particolare sconcerto collettivo, una raccolta di suoi racconti, alcuni inediti, altri già apparsi in riviste o antologie, sul fil rouge della sua storia personale: è il realismo del proprio vissuto, tecnica frequente nella letteratura umoristica, a fornirgli l’intreccio. Muzzopappa si presenta ai suoi lettori con episodi che gli hanno lasciato ricordi importanti, ovviamente rivisitati in forma narrativa e prettamente comica. E alla fine del libro, si ha la forte e piacevole sensazione di conoscerlo approfonditamente, come se si avesse fatto una lunga chiacchierata con lui. 

Al centro un ragazzo nato e cresciuto in Puglia, in una famiglia calda e premurosa, nutrito a tradizioni locali (come l’impareggiabie sugo di pomodoro protagonista del racconto “La salsa, in casa, in Puglia, d’estate”) che dopo la laurea si trasferisce a Milano, dimensione del tutto antitetica. Le occasioni di humour sono infinite: come spalla, vicini di casa, ortopedici e fisioterapisti, barbieri, personal trainer e lei, l’impareggiabile compagna, Carmen, alla quale è dedicata la raccolta e l’ultimo, splendido, racconto, una ballata di amore e ammirazione.

L’autore-narratore interno si contrappone alla spalla, caricaturizzandola conformemente alle classiche tecniche della narrativa umoristica, e fornendo così uno spunto di esame di sè, di riflessione su quanto anche in noi si possa ritrovare di quegli aspetti resi comici ma, in fondo, decisamente seri e importanti. Così, Il racconto “L’idraulico maschilista” mette a confronto l’individuo rappresentato con la penna dell’ironia al narratore che incarna una visione più matura, di eguaglianza e rispetto per la donna. 

Ma anche situazioni o tendenze sono al centro della sua trattazione ironica, come televendite, soap opere, tradizioni familiari, concorsi a premi, miti infantili e cliché. Situazioni nelle quali il singolo è coinvolto in modo inconsapevole o involontario e subisce oltre agli effetti oppressivi della situazione, anche un senso di imbarazzo a posteriori, quando realizza di essersi trovato o trovarsi ancora in una situazione grottesca, ridicola, imbarazzante. La lente dell’ironia è quella che gli permette di superare il disagio, prendendone emotivamente le distanze. Si legge quindi un ben evidente susseguirsi di step psicologici: dall’inconsapevolezza, alla vergogna, al superamento di entrambe con una visione matura, distaccata e liberatoria. Ne “Il gobbo di Notredame”, l’uomo di oggi può guardare il bambino che è stato quando si è trovato a dover portare un busto per una malformazione che allora non comprendeva, lo affaticava e lo metteva in condizione di sentirsi diverso dagli altri. Può guardarlo con la leggerezza di chi ha imparato come interessi economici a volte prevalgano sul buon senso, quando non addirittura sulla buona fede.

Dentro le sue paradossali enfatizzazioni ritroviamo tutti qualcosa di vissuto in prima persona. Dalla tipetta di “Coda all’italiana”, indomita iniziatrice della coda a ventaglio in cui, parafrasando una nota parabola, gli ultimi sono sempre i primi, ai ricorrenti tentativi di propinare lozioni, balsami, shampoo miracolosi dei grandi saloni di parrucchieri di città, dove il momento del lavaggio è il tavolo di contrattazione in “Un taglio alla moda”, fino ai più disparati messaggi spam che intasano le nostre caselle di posta o allo stalking telematico che in “Vino per forza” Muzzopappa trasforma in un teatro del paradossale.

Ma senza dubbio sono i confronti casalinghi con Carmen ad offrire irresistibili motivi di immedesimazione da parte di molte coppie di oggi, come nel primo racconto, “La libreria pende”, sulla passione di lei per mercatini dell’usato nei quali si guardava intorno cercando di trovare oggetti di cui avesse urgente bisogno: una vanga, una bomboniera, dei fogli di polistorolo, fino ad acquistare una libreria atipica che comunque si può aggiustare. Alla timorosa domanda di lui su che cosa intenda per atipica, risponde candidamente che è solo un po’ storta. Ma quella libreria era un po’ storta come l’ISIS è un po’ cattivo. Bastava caricarla di un paio di libri e si piegava in avanti facendo un inchino giapponese.

In due racconti incentrati sulla passione di lei per la sana alimentazione, “I Trip di Carmen”, “Carmen sfida la scienza”, Muzzopappa è assolutamente irresistibile, regalandoci immagini indelebili di vita di coppia, come quella di lui, perplesso di fronte al frigo con funzione eco, nel senso che se ci urli dentro senti l’eco e di lei che non compra mai nulla che non sia bio, integrale, decorticato e incontaminato. Se poi esludiamo pure gli alimenti vietati dai vari dottori che compaiono in televisione e dai servizi di Report, restano grosso modo le ghiande. Ma è la stessa Carmen dell’ultimo toccante racconto, “Biancaneve”, una dichiarazione d’amore per la compagna della vita di cui conosce pregi e difetti, amando entrambi: Lei è vistosamente buona e pregno di questa consapevolezza confeziona per lei quella dolce metafora di Biancaneve circondata dagli uccellini svolazzanti e cinguettanti con cui la descrive nella sua ridente resa agli ambulanti che, nel ristorantino nel quale mangia in pausa pranzo (dove ha sicuramente chiesto francesini lievitati naturalmente grazie al fiato caldo di un bue allevato a biada bio), la circondano sapendo che è sempre pronta a donare. Il racconto finale è un piccolo capolavoro nel quale il sorriso nasce dalla tenerezza.

Il suo umorismo è completo, assoluto: permea ogni frase, dall’inizio alla fine del racconto, trascinando il lettore in uno spettacolo esilarante ma volendo anche, sotto sotto, quasi impercettibilmente, comunicare qualcosa di serio. Il talento di Muzzopappa è proprio quello di lasciare, dopo ogni racconto, non solo una sana purificazione dalle scorie di una giornata nella quale nel migliore dei casi ci si è almeno una volta arrabbiati, ma anche la sottile e appagante sensazione che certe cose siano condivise e, ancor più, che su certe situazioni si possa ridere per poterle interiorizzare meglio

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Tu, io e Proust – Puntata 31, 32, 33 e 34

Andrea Polazzi si tuffa ne L’esercito dei 14 bambini (Emmy Laybourne, Newton Compton Editori). Non uno, ma tre libri che ci portano in un futuro distopico; mentre Stefano Rossini sfoglia con voi Casa di Foglie (Mark Danielewski, 66thand2nd editore), perdendosi nelle storie assurde dei tre protagonisti

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“Sarah – La ragazza di Avetrana”, di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango)

Chiunque ha dei segreti.

La differenza era solo nella capacità di nasconderli.

Dieci anni dopo il delitto di Avetrana, la scrittrice Flavia Piccinni e il giornalista Carmine Gazzanni ripercorrono questa storia che ha lacerato in due il nostro paese, con il libro “Sarah – La ragazza di Avetrana” (Fandango), tornano sul luogo del delitto e cercano – attenendosi sempre in maniera fedele e oggettiva agli atti processuali – di far luce sugli aspetti più oscuri della vicenda.

In uno stile asciutto e tagliente, gli autori partono da lontano, raccontando le vicende familiari dei Misseri e degli Scazzi che, dopo vicissitudini alterne in Germania, si ritrovano vicini di casa ad Avetrana. Una grande impronta narrativa è data ai personaggi, che vengono disvelati poco alla volta, soprattutto quelli-chiave come Michele Misseri, del quale sono ripercorsi alcuni momenti fondanti della sua infanzia:

“Cerca rifugio dalla madre, ma il padre lo acciuffa, chi conosce la famiglia dice che gli abusi siano all’ordine del giorno, e che il soprannome di Michele in paese sia diventato femminodda, perché viene abusato e abusato e abusato”.

Famiglie che crescono in un contesto di povertà e ignoranza in un paese che, in epoche passate, aveva goduto di una discreta prosperità.

La piccola Sarah cresce in un contesto familiare assente, perché il padre e il fratello sono a Milano per lavoro e la madre Concetta “ferve per Geova, elabora con la figlia una simbiosi altalenante; intanto frequenta la sala del Regno nella vicina Manduria, si muove di casa in casa in nelle strade di Avetrana per fare proseliti”, la lascia spesso sola; diventa quasi naturale, allora, per Sarah, recarsi nella casa della zia Cosima per stare con le cugine Valentina e Sabrina “cercando quell’affetto di cui ammette spesso ha un disperato bisogno”.

Pagina dopo pagina gli autori ci conducono con grande perizia in quegli anni e riescono a ricreare l’ambiente familiare che ha portato al tragico evento.

Sarah è quasi sempre nella sua seconda e comincia a frequentare le amicizie della cugina Sabrina fra cui spicca un altro personaggio chiave: Ivano Russo definito – forse ci sembrerà difficile crederlo dalle sue immagini facilmente reperibili su internet, ma così è – “l’Alain Delon di Avetrana” quando non addirittura il “Dio “: cosi invocato nei numerosissimi sms scambiati con Sabrina.

In un contesto di gelosia, parole non dette, scaramucce, comportamenti ambigui da parte di Ivano, cominciano a nascere i presupposti che porteranno alla tragica fine della ragazza. La tensione aumenta in un crescendo che viene sottolineato anche dalla caratura del narrato, gestito con maestria da chi di scrittura se ne intende:

“Alla fine di agosto, Sarah Scazzi è dunque ancora un numero. Una di quelle venti persone che sui dissolvono ogni giorno in Italia. Eppure c’è un momento in cui tutto cambia. La faccia di quella graziosa ragazza bionda descritta come innocente e remissiva, balza alle cronache nazionali. E’ in quel preciso istante che Sarah Scazzi diventa più scomparsa degli altri”.

Si parte dalla scomparsa della ragazza, alle varie ipotesi investigative, al primo colpo di scena di Michele Misseri che per caso in campagna ritrova il cellulare della ragazza, alla sua ammissione di colpevolezza cui aggiunge anche la violenza sessuale post mortem (mai veramente dimostrata anche dagli esami autoptici), al ritrovamento del cadavere e via dicendo. Nel dipanarsi della vicenda non mancano dubbi e ritrattazioni, che vede Sabrina e Cosima come l’epicentro dell’intero misfatto.

Un delitto, quello di Sarah Scazzi, altrove trasformato in un reality show, mentre Piccinni e Gazzanni sono invece riusciti a ricostruire in maniera esemplare questo dramma nel dramma che continua ancora a sconvolgere l’opinione pubblica, inseguendo, tassello dopo tassello, il susseguirsi di eventi molteplici e mutevoli.

Gabriele Basilica

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Biancaneve nelle Scuole

Coming Soon

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[il mio ultimo fidanzato] di Patrizia Caffiero

1997. Ero partita per il Nord Italia da Lecce con una panda scassata per cambiare vita con il mio fidanzato bassista, un eccellente musicista che aveva appena lasciato una storica e ancora rimpianta band. Per due anni abbiamo convissuto: lui, un ragazzone dai tratti decisi, teneva pulito il nostro sottotetto come una casalinga (non entrare in cucina che l’ho appena lavata!), io per sdebitarmi cucinavo e sfornavo per lui. L’unica stanza in più l’aveva occupata con un ministudio di registrazione, io scrivevo nel salotto a quei computeroni grigi fissi con schermo bombato.

Alla fine, e senti musica, e senti musica, e ascolta pezzi, un giorno gli ho sfornato anche due canzoni, che lui ha arrangiato splendidamente. Una aveva il testo splatter, e lui ci ha messo dei suoni tarantiniani, l’altra era melodica. Le ho cantate, lui ne ha fatto un demo (suonava tutti gli strumenti, fra l’altro). L’ha fatto sentire alla nuova band, ma ha detto che le canzoni erano SUE. A loro sono piaciute moltissimo.

Non ho protestato. Quando, tornati a casa, gli ho chiesto perché se ne fosse appropriato, lui è scoppiato a piangere.”Una donna non può creare le sue prime due canzoni che possono diventare delle hit! Non sei una donna.”E giù singhiozzi. Il ragazzo era di Brindisi. Era un buon ragazzo, a parte una robusta dose di misoginia che aveva assorbito dal fertile e intrigante ambiente rock dove si era formato.

L’ho perdonato, perché aveva detto la verità. Ma da allora non ho trovato più utile fidanzarmi. A cosa potrebbe servirmi? Entrambi, forse, abbiamo anche perso una smagliante carriera da duo musicale. Perché poi, lui, non ha sfondato mai. Si è avvicinato alla vetta, ma non l’ha sorpassata. Vite parallele perdute?

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#tuttimaschi al Festival della Bellezza

di Marilù Oliva

Sono #tuttimaschi gli invitati al Festival della Bellezza, ribattezzato ad hoc Festival della Bruttezza.

Festival della Bellezza a Verona, anche questa volta quasi zero presenza femminile, come poi avviene per molti eventi, premi, conferenze, studi critici etc etc. Però con valore adornativo andiamo bene, soprattutto se siamo bambine e, associate all’eros, solletichiamo qualche illecita fantasia da lolite pseudo-rinascimentali, come è stato nel primo tentativo di promozione stampa. La foto, già rimossa, è stata “rubata” senza permesso all’artista Maggie Taylor, che giustamente si è indignata sulla sua pagina Facbook.

Ma a parte questo, insisto a puntare il dito sul programma: di 24 ospiti circa, solo 1 attrice e 1 pianista (quest’ultima “accompagna” gli uomini, quindi non compare da sola, inoltre è la fidanzata di un partecipante, e questa sarà pure una casualità, ma pare una coincidenza già sentita…)

E comunque nessuna intellettuale, mentre tra gli uomini non mancano pensatori/filosofi/scrittori.

La bellezza, in Italia, è quindi irrimediabilmente maschia? 

“La quota media di partecipazione femminile ai programmi dei festival italiani degli ultimi dieci anni non supera infatti quasi mai il 15%, ma spesso è inferiore, fino ai casi dove si azzera del tutto” scrive Michela Murgia nel suo articolo uscito su Repubblica. E su twitter da ieri imperversa l’indignazione. Ma cosa fare di fronte a questi atteggiamenti così ottusamente maschilisti? La scrittrice una bella proposta ce l’ha:

Se i negazionisti non mancano (da parte di entrambi i sessi, come sempre), le proposte di chi è esasperato sono diverse e vanno dal boicottaggio alla rieducazione.

La strada è lunga, ma una cosa è certa, oltre al fatto che non dobbiamo mai abbassare la guardia: la Bellezza, quella vera (quella dea stratificata nei secoli e nelle civiltà, quella che contempla senza dubbio almeno una metà femminile, se non di più), sta scuotendo la testa amareggiata.

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“Non esistono posti lontani” di Franco Faggiani (Fazi Editore)

Recensione di Raffaella Tamba

Un viaggio da Bressanone a Roma e poi a Ischia, una fuga per tutta la penisola nel pieno di una guerra che sta volgendo al termine senza perdere nulla delle sue atrocità. Primavera 1944. Il protagonista, Filippo Cavalcanti, è un professore di settantadue anni, archeologo, impiegato nell’ufficio del Ministero dell’Educazione Nazionale. Rifiutatosi di prendere la tessera del partito fascista che gli avrebbe consentito qualche anno prima di proseguire la carriera anziché venire rinchiuso in un ufficietto dimenticato dal mondo, ora si trova per la seconda volta di fronte alla scelta fra rimanere coerente alle proprie idee o accettare il compromesso. A quell’età non ha dubbi. Rifiuta. E il suo superiore che, invece, per proteggere la famiglia ha preferito cedere, lo manda a Bressanone, con un incarico ambiguo. Dovrà controllare gli imballaggi di un certo numero di opere d’arte appartenenti ai musei italiani che sono state destinate al mercato dei ricchi collezionisti tedeschi: quadri patrimonio della nostra cultura, venduti ignominiosamente. Fra quelle opere, si trova anche un oggetto particolare, un sarcofago egizio che lui sa avere per Cavalcanti un valore affettivo molto più alto del suo già consistente valore economico. Offeso dal tradimento del vecchio amico, Cavalcanti rimane esteriormente impassibile, ma a parole esprime chiaramente il proprio disgusto: “Un furto autorizzato in piena regola, che va avanti dal 1938”. Parole forti che vogliono restituire lo schiaffo morale ricevuto. L’intima contesa fra i due però non va oltre. Si lasciano con un’amarezza che, dietro la patina di delusione dell’uno e risentimento dell’altro, non riesce neppure a trasparire.

Ma per Cavalcanti, e non solo per lui, quella che sembrava essere la fine di tante cose (carriera, aspettative, gratificazioni), diventa l’inizio di qualcosa di completamente nuovo e inaspettato.

Una panchina ai margini del bosco sui monti altoatesini è il punto di questa svolta. A quella panchina dove il professore si reca ogni tanto per far passare il tempo perdendosi nei ricordi, viene avvicinato da un giovane malandato che dimostra più anni di quelli che probabilmente ha e che, come scoprirà più avanti, notando il portamento nobile e l’abbigliamento elegante di quell’anziano signore, lo aveva identificato come la persona ideale per realizzare quel progetto che vagheggiava da tempo: tornare ad Ischia, la sua isola. Agli antipodi per estrazione culturale e carattere, il professore ed il giovane Quintino Aragonese, mettono insieme i risentimenti e le disillusioni, cercando un riscatto che rappresenta, per il giovane, la ripresa di una vita interrotta, e per l’uomo, la salvaguardia di un patrimonio nazionale. In un capovolgimento di ruoli, il professore diventa il braccio, il sostegno economico e linguistico, grazie al denaro che ha con sé e alla sua conoscenza del tedesco e Quintino diventa la mente di un piano tanto pazzesco quanto razionale: per lui, fuggire e tornare al suo paese, per il professore, riportare le opere d’arte a Roma e soprattutto non lasciar partire per la Germania il prezioso sarcofago egizio. Una collaborazione che parte dall’officina di Bressanone dove Quintino lavorava, con un camion potenziato dalle sue abili mani ed un tragitto meticolosamente pianificato per sfuggire ai più rischiosi posti di blocco, alle strade più controllate e frequentate. Un tragitto che prima li allontana dalla meta, poi li avvicina a poco a poco, serpeggiando lungo lo stivale italiano, alla ricerca dei transiti che offrano più speranze di passare inosservati, attraverso un’Italia ancora preda di fascisti e tedeschi esasperati dalla sconfitta; un’Italia nella quale gli Alleati sono in procinto di farsi largo, mentre le bande partigiane combattono la loro guerra nascosta e capillare; un’Italia devastata dagli anni impietosi di conflitto che ha mietuto vittime e lasciato superstiti privi di qualsiasi cosa, dove la giustizia ha perso i contorni ufficiali che la contraddistinguono in tempi di pace, boccheggia fra vita e morte, senza potersi più permettere il lusso dei principi e della morale: “Adesso siamo tutti alla disperazione. E la disperazione è la madre della paura e dell’odio e chi odia pensa alla vendetta”. Quintino è interprete di questo sbando, una totale anarchia in cui le leggi sono state usurpate dalla parte sbagliata e non sono più utilizzabili.

È, chiaramente, un viaggio ben più profondo e articolato del mero percorso stradale, un viaggio di conoscenza reciproca e, per il professore, un viaggio interiore alla scoperta di una vita emozionale che non sapeva di avere, momenti irrecuperabili, amicizie e amore, sacrificati ad un’esistenza di studi, scavi e insegnamento. I dialoghi con Quintino, sempre sul binario di un’ironia, prima distaccata poi via via più spontanea e affettuosa, lo portano a ‘trovarsi’, intimamente, profondamente. Ad aprirsi, riconoscersi.

Quintino, nella sua apparente sconclusionatezza, nella sua scombinata leggerezza, risulta, in realtà, molto più preparato e consapevole di fronte ai casi della vita, di quanto non sia l’eminente professore. Ma il suo atteggiamento resta sempre rispettoso, quasi sottomesso: non cessa mai di chiamarlo ‘professò’ e dargli del voi, così come del resto, Cavalcanti, presuntuosamente all’inizio, poi paradossalmente per sottolineare il rispetto e la stima, continuerà a dargli del lei. Una scelta sottile ed eloquentissima che consente all’autore di tracciare dei dialoghi bellissimi, spiritosi e profondi, seri e scherzosi. Dialoghi che esternano le vite di entrambi, le cose perdute, ma soprattutto quelle che hanno lasciato un segno indelebile.

Il pregio di Cavalcanti è quello di sapersi trasformare, di non arrendersi all’età e alle imposizioni provenienti dall’alto e per lui indiscutibili, di accettare il compromesso con qualcuno di completamente diverso da lui, di non rifiutarlo. Con l’ironia e l’umiltà di ammettere ogni piccolo cambiamento avvenuto in lui grazie all’esperienza condivisa con Quintino, il professore recupera il suo passato perduto, pacificando quei rimorsi e quelle incomprensioni che lo avevano tormentato sebbene lui cercasse di soffocarli. La figura paterna, così detestata in gioventù per la severità mostrata e il distacco percepito, si colora di sfumature più sensibili nel ricordo di un insegnamento fondamentale, il valore del ‘tempo piccolo’: “In genere calcoliamo il tempo che abbiamo davanti in ore, settimane, anni addirittura (…). Non pensiamo mai a quei secondi che ci precedono in continuazione. Mio padre mi diceva che in questo tempo piccolo possiamo far succedere molte cose, anche importanti, perfino capaci di modificare la nostra esistenza o quella degli altri. Il tempo che basta a dire un sì o un no, fermiamoci o avanziamo, a destra o a sinistra, resto oppure parto, l’abbraccio o me ne vado”. E, ancora più amaro, il ricordo dell’amore perduto, sacrificato allo studio e al lavoro; o, semplicemente, alla mancanza di determinazione: “Il coraggio non è uguale per tutte le cose. E il più delle volte lo teniamo pure chiuso in un cassetto di cui bisogna avere la chiave al momento giusto” era stata la futile giustificazione. Futile e superflua, perché Quintino coglie benissimo il rimpianto che c’è dietro: “Avete accompagnato il nome con un soffio di tristezza, una piccola fatica dell’anima”. L’amicizia del giovane saprà cancellare nell’anziano professore, quella e altre fatiche dell’anima che lo opprimono, lo farà ringiovanire caricandolo di determinazione. È l’affetto per lui che lo convince a non arrendersi di fronte all’ultima, frustrante delusione, ma di reinventarsi ancora una volta un percorso alternativo, perché, come gli insegna il ragazzo: “Non esistono posti lontani. Ci sono solo posti da raggiungere”.

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