THE WORD FOR WORLD IS FOREST di Ursula Le Guin, AceBooks

Libro apparso in italiano nel 1977 (ma attualmente non in commercio) con il titolo “Il Mondo della Foresta”

Recensione di Sacha Rosel, traduzione delle citazioni di Sacha Rosel

“Tutte le sfumature di colore da ruggine a tramonto, rosso-bruno e verde chiaro, cambiavano incessantemente […]. Nella foresta, nessun sentiero era sgombro, nessuna luce ininterrotta. Dentro acqua e vento, luce diurna e notturna, s’immergevano foglie e rami, tronchi e radici, l’oscuro e l’intricato.”

Ursula Le Guin, The word for world is forest

Nell’introduzione al suo romanzo di fantascienza The word for world is forest, Ursula Le Guin sfida la presunta funzione escapista spesso riservata ai libri di speculative fiction, spiegando come l’unica motivazione di ogni verǝ artista della scrittura sia la ricerca della libertà, indipendentemente dal genere letterario prescelto. Operando in un contesto come quello dei tardi anni ‘60 dilaniati dalla guerra in Vietnam, Le Guin fu testimone della “depredazione di risorse naturali”, dello sfruttamento e degli assassini compiuti ai danni della popolazione vietnamita, per lei chiare espressioni di una cultura tossica maschilista incentrata sulla guerra. In quanto parte attiva della lotta pacifista, Le Guin ritenne eticamente necessario scrivere un libro dove esprimere il proprio orrore verso l’oppressione contro l’Altro e al contempo lanciare un grido salvifico di libertà.

Ambientato nel mondo immaginario di Athshe, pianeta dove gli umani decidono di stabilire una colonia per appropriarsi di beni ormai rari sulla terra come il legname, The word for world is forest esplora il concetto di colonizzazione e insieme di ribellione contro le forze colonizzatrici attraverso tre personaggi principali, espressione di tre modi diversi di intendere il rapporto con la natura e l’interazione con altre specie intelligenti. A rappresentanza dei terrestri, troviamo il capitano Davidson, tipico esemplare di suprematista bianco che vede se stesso come “domatore di mondi” e “Nuova Tahiti” (epiteto razzista che gli umani usano per definire il pianeta Athshe) come “un groviglio interminabile di alberi privo di scopo”. Nella visione di Davidson, l’intervento umano è l’unico in grado di rendere il pianeta ospitante un luogo ‘civilizzato’, attraverso azioni a suo dire necessarie e inevitabili quali il ‘lavoro volontario’ esteso a tutta la popolazione locale, e lo stupro, riservato alle ‘femmine’ della specie indigena.

(la recensione prosegue a p. 2)

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