“Un giorno e una donna” di Nicoletta Bortolotti

Recensione di Patrizia Oliva

“Un giorno e una donna”, di Nicoletta Bortolotti, uscito per HarperCollins, narra la vita e le passioni di Christine de Pizan, la prima scrittrice, storica, editor e poetessa europea, divenuta celebre con l’opera “La città delle Dame”.

Un romanzo epistolare tra madre e figlia che racconta la vita della protagonista ed abbraccia un arco temporale da febbraio a luglio 1418 con un’ultima lettera datata 1431.

Christine nasce in Italia, come ci informa lei stessa:

 “Da genitori nobili nacqui in Italia, a Venezia, nella quale mio padre, originario di Bologna la Grassa dove poi io fui allevata, andò a sposare mia madre che era nata lì…”.

Ancora piccola  si trasferisce a Parigi che tante volte viene citata. L’infanzia parigina è magnifica: il padre, infatti, diviene astronomo e medico alla corte reale. L’ambiente in cui viene educata la fanciulla è colto, benestante, tollerante, liberale e Christine ne assapora tutta la linfa, sviluppando un enorme interesse per la scienza, la conoscenza e soprattutto una predisposizione per la lettura e la scrittura.

Ama e diviene parte della Storia che non è possibile evitare in un Medioevo bagnato dal sangue della guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra.

Tema dominante dell’opera è l’amore nelle sue varie forme, in particolare quello della protagonista per la madre e quello della protagonista per la figlia:

“Fammi aggrappare un istante all’àncora del tuo ancòra, e se di me non resterà niente nella memoria di altri, voglio che resti qualcosa nella tua. Voglio durare dentro di te un poco, tu che dentro di me sei durata la vita”.

Altro argomento che trasuda dalle righe del romanzo è quello della condizione della donna e della mentalità del tempo rispetto alla donna, divenendo, così,  antesignana del femminismo:

“Non tutti gli uomini, e in special modo i più saggi, sono dell’opinione che sia male per la donna apprendere le lettere, ma è ben vero che molti di quelli che non sono saggi lo affermano, perchè sarebbero infastiditi se le donne ne sapessero più di loro”.

“Quante dure botte senza causa nè ragione, quante infamie, villanie, ingiurie, servitù e oltraggi devono patire tante buone e oneste donne, senza neanche poter piangere”.

La condizione femminile, in quello spazio di Medioevo che langue nell’ultimo suo secolo, è fatta di soprusi, violenze, sottomissione e umiliazione come riporta Christine:

“Dama, sono certa che ci sono donne belle, buone e caste che si sanno ben salvaguardare dalle trappole degli ingannatori. Eppure mi infastidisce e mi rattrista che gli uomini dicono che le donne vogliono essere violentate e che a loro non dispiace, anche quando si ribellano e urlano. Ma mi è difficile credere che sia per loro gradevole una così grande villania”.

(la recensione prosegue a p. 2)

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