“Tundra notturna” di Samuli Paulaharju

Nella prima novella l’eterno viandante della tundra continua a sciare a perdifiato lungo le vaste paludi avvolte nella notte, senza mai trovare pace, colpito dalle maledizioni di uno stregone che aveva derubato, si aggira fra i tetri tunturit (rilievi montuosi tondeggianti del profondo Nord) come un coboldo notturno, un fantasma, una larva e cerca inutilmente di affrancarsi dal peccato che ha commesso. Nel secondo racconto un vecchio necroforo galoppa con una renna per l’immensa foresta della Lapponia remota e affronta uno stregone defunto che, inspiegabilmente, si rianima e si vendica, lanciando sortilegi, ma che, per fortuna, alla luce dell’alba svanisce come per incanto. Nella terza novella un marinaio dell’Oceano Artico, troppo orgoglioso e superbo per aver appena comprato una galea nuova dopo anni di duri sacrifici deve pagare a caro prezzo il suo eccesso di hỳbris, tormentato da un raukka di mare, presagio di sciagure, anima di una vittima del mare che non ha ricevuto sepoltura. In un altro racconto assistiamo ad un vecchio cacciatore che, nel turbine della selva immensa e vertiginosa, trova riparo nella capanna appartenuta ad un lappone della taiga, stregone spietato e maledetto, e cade vittima di fenomeni prodigiosi inspiegabili. Nella sesta novella un umile prete su una remota isola rocciosa dell’Artico dopo la morte e la sepoltura suscita un terrore indescrivibile nella gente del villaggio riapparendo come fantasma durante la notte di Natale: il vecchio prete defunto, “il vecchio ramingo del camposanto”, si aggira per notti intere nei paraggi della chiesa, la bara viene scoperchiata e si fa ricorso anche ad esorcismi. Nelle storie di Paulaharju in mare compaiono haavruuvat, sirene, fanciulle acquatiche con fattezze esclusivamente antropomorfe, a volte degne di qualche buona azione; appaiono anche maahiaset, genii loci solitamente molesti ai quali veniva spesso attribuita la propagazione di malattie infettive, i quali, in cambio di qualche bene, concedono un capro a qualche pastore, un capro nero, l’animale della fortuna, presagio di ricchezza e prosperità che rumina solo foglie di camemoro.

Nell’ottava novella viene descritto un vero e proprio patto con il diavolo che ha stretto in gioventù Jorpa-Olli, il quale adesso è un vecchio avventuriero delle foreste, disteso nello stambugio in fondo alla sua capanna e aspetta con trepidazione l’arrivo del prete per espiare i suoi peccati; nelle foreste, descritte poi da Paulaharju, si aggirano uomini definiti sommi incantatori, i quali tornano a testa alta dalla pesca e dalla caccia, ma suscitano l’invidia di uomini ingrati e maliziosi che li spingono a sfidare le regole della natura, cucinando nella stessa pentola un coregone e un urogallo.

E ancora nell’Oceano Artico a volte si odono i gemiti di anime sofferenti, bradi e ubiqui, che volano nell’aria sfiorando i frangenti e reclamano una degna sepoltura anche solo in presenza di un unico guanto di un caro estinto; in un’altra novella di Paulaharju molti uomini tentano di sfidare il grande burrone di Uvjaladne, un luogo lugubre, infernale della tundra dove sarebbero rinchiusi gli scrigni preziosi del ricco Hannu, un fiero lappone defunto che, in vita, aveva sfidato gli staalut e i peikot e avrebbe nascosto i suoi talleri d’oro e le monete d’argento proprio nelle viscere della tundra. Nemmeno la religione, nemmeno la scienza o la tecnologia possono penetrare in questo luogo oscuro! Elle Kuuva, figlia di uno stregone, evoca il fantasma di una giovane defunta per vendicarsi di un amore non ricambiato. A volte però il male torna indietro ed è quello che succede allo stregone Kutturi che ha aizzato una balena contro il suo mortale nemico Nakkula. La lotta tra il mammifero e gli stregoni ricorda l’agone tra il capitano Achab e Moby Dick nel romanzo omonimo di Herman Melville (1851). In un’altra novella ancora di Paulaharju un povero e giovane pastore dalla voce roboante perde la testa per la leggendaria figlia del re dalla corona d’oro che, più bella di ogni altra, danza sul pavimento d’oro nei suoi abiti candidi e che, durante una visione del giovane uomo, gli aveva porto uno splendido fiore azzurro; nell’ultimo racconto, forse il più famoso, un vecchio lappone della tundra getta con le sue maledizioni il tracotante e arrogante prete di Talmulahti nel lago, facendolo affogare. Spettrali e alla Edgar Allan Poe (1809-1849) appaiono gli occhi del vecchio pastore Niilas Saara che fissano il sacerdote dalle fessure del soffitto, portando il prete ad ingaggiare una vera e propria danza frenetica con la morte.

Samuli Paulaharju descrive espressivamente la potenza della natura, il paesaggio e lo stato d’animo dei personaggi, cogliendo davvero lo spirito di Lapponia e avendo il merito di rappresentare i sogni, le visioni e le intuizioni che avvicinano ogni uomo all’oscurità del lato notturno, cioè al proprio inconscio e alla propria più intima essenza.

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