“La casa del tè” di Valerio Principessa (Feltrinelli)

Recensione di Linda Cester

Hana wa sakuragi, hito wa bushi. Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero. Me l’hai detto tu, no? I fiori cadono come cade un samurai. Sbocciare e morire sono parte del gioco. Peccato che nessuno venga mai a chiederci se abbiamo voglia di giocare. La vita ti butta in mezzo e buonanotte. Crescere significa anche veder andar via.”

Gabriel è un ragazzo riflessivo a cui piacciono le parole, sopratutto quelle straniere che paiono intraducibili come Wabi sabi, che in giapponese rappresenta “l’autenticità dell’imperfezione, l’eleganza del difetto”, o l’aborigeno Kanyaininpa che descrive “un certo tipo di abbraccio, l’atto di stringere a sé una persona per fornirle protezione, guida, amore, per prendersene cura”. Quando la nonna Berta muore, Gabriel, solo al mondo, trova rifugio in un quartiere storico di Roma, nella casa affidataria della signora Michiko, donna giapponese dai modi garbati che accoglie altri ragazzi come lui. Chiara, Leo, Amina, Greta e Scar, ognuno con la sua storia e le sue peculiarità, iniziano, insieme all’anziano vicino Bernard, a far parte della nuova vita di Gabriel, tutti riuniti intorno a Michiko, capace di sondare i dolori dell’anima davanti a una tazza di tè. Finché un giorno un avvenimento improvviso spezzerà la già fragile armonia, rinnovando un dolore appena sopito, che si rivelerà però inaspettatamente occasione per guardarsi dentro fino in fondo, entrare in contatto e in relazione con l’altro e soprattutto con se stessi, alla ricerca di quel senso di famiglia e di protezione che consente di crescere e maturare fino in fondo.

La casa del tè di Valerio Principessa è un romanzo delicato, scritto con grazia, che avvolge il lettore fin dalle prime pagine svelando un protagonista cui è impossibile non affezionarsi. Gabriel è un ragazzo schivo, riflessivo, che guarda il mondo attraverso uno sguardo attento, sempre discreto, lo sguardo di chi ha conosciuto lo smarrimento senza però esserci mai entrato in relazione fino in fondo, muovendosi con la lentezza di un bradipo nella convinzione di poter schivare il dolore, senza sbatterci contro, un “amante delle fughe da se stesso”.

Sarà proprio nella convivenza con gli abitanti della curiosa casa affidataria – dove le scarpe vanno lasciate all’ingresso affinché anche i problemi restino fuori “per quanto possano attaccarsi alle caviglie” e appena arrivati si deve lasciare qualcosa nel cesto all’ingresso dove “puoi mettere ciò che eri e non sarai mai più”-, che Gabriel inizierà un percorso di maturazione importante, attraverso il quale imparerà che solo dal contatto e dalla condivisione è possibile davvero crescere, rivelando agli altri e soprattutto a se stessi le ferite più dolorose.

(la recensione prosegue a p.2)

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