“Io sono l’indiano” di Antonio Fusco  (Rizzoli)                      

Sul comodino della Rambaldi

Antonio Fusco – Napoli – Funzionario della Polizia di Stato e criminologo forense, vive e lavora in Toscana ed è autore della fortunata serie del commissario Casabona.

“Nonostante il mare lo cullasse come una mamma fa con i figli, faticava ad addormentarsi. Era ancora in dormiveglia quando sentì un lieve rumore provenire dall’esterno. In un primo momento, si immaginò Lorena che cercava di entrare sottocoperta,  e lasciò correre. Dopo qualche secondo, accadde di nuovo. Impugnò la Beretta 92 SF che teneva sempre a portata di mano, si avvicinò a uno degli oblò, senza accendere la luce, e vide la sagoma di una persona che armeggiava nel buio intorno alla sua moto parcheggiata sulla banchina. Cercando di fare meno rumore possibile, uscì passando dallo sportello di prua. Avvicinandosi, si rese conto che si trattava di un giovane che era riuscito a staccare il casco dal moschettone dove era stato ancorato. Gli arrivò vicino senza che se ne accorgesse.”

Quando mi affeziono a un personaggio fatico  a staccarmene e quando si parla di Antonio Fusco  rimango  legata al suo Casabona de Alla fine del viaggio. Poi arriva Massimo Valeri, l’Indiano, l’ispettore solitario, taciturno, insofferente alle gerarchie e alle ingiustizie, appassionato di musica rock.  Il poliziotto dai tratti somatici ereditati dalla madre circense di origine sinti, che vive in una barca ormeggiata nel porto turistico di Roma, legato alla su moto Guzzi California EV e alla  sua gatta Lorena. E non ho potuto non amarlo.

L’Indiano ha ereditato il cabinato di dieci metri del padre adottivo e conduce una vita da zingaro. La  barca è costosa da manutenere e scomoda per viverci, ma ha il vantaggio di impedire alle donne di piantarci le tende, visto che  manca lo spazio per tenere abiti e scarpe. Dopo la delusione per la storica fidanzata Julia, che si è messa col suo migliore amico, Valeri, preferisce  tenersi lontano da relazioni stabili e ha scelto di andarsene lontano abbandonando giurisprudenza e tutti i progetti fatti col   grande amore della sua vita.

Capelli  lunghi legati in una coda, l’avevamo conosciuto in Quando volevamo fermare il mondo, nei tragici giorni del G8 a Genova e lo ritroviamo a Roma alle prese con un intricato caso da risolvere. Da  una settimana,  Zula, una bella eritrea di 22 anni, staziona davanti al commissariato del XVII Distretto per chiedere giustizia per il promesso sposo Jemal, di cui si sono perse le tracce.

(la recensione prosegue a p.2)

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