“Il cimitero di Venezia” di Matteo Strukul (Newton Compton)

Recensione di Raffaella Tamba

Questo nuovo romanzo di Matteo Strukul nasce dall’amore dello scrittore per Venezia, dalla sua predilezione per il giallo storico e da uno stile narrativo che non concede soste alla lettura e che presenta l’ambiguo ed eterno contrasto fra bene e male, fra amore e odio, fra violenza e protezione.

I fili dell’intreccio si dipartono da una famosa tela di Antonio Canal, conosciuto come Canaletto per la sua bassa statura, vissuto a Venezia nel ‘700. Nella felice invenzione letteraria dell’autore, fulcro del cerchio narrativo è Il Rio dei Mendicanti, una delle opere giovanili del pittore, nella quale ha rappresentato non vedute ridenti di Venezia, ma uno scorcio fra i più miserandi, nel sestiere più malfamato, nel quale la città, in quel tempo, sembrava quasi riflettere il suo destino di morte. A causa di quella scena, in particolare del gruppetto di tre persone rappresentato sul margine sinistro, il pittore verrà coinvolto in una storia più grande di lui. Chiamato inaspettatamente a palazzo ducale, si trova affidatario di un incarico di spionaggio.

Nelle intenzioni dell’autore non c’è l’idea di fare di Canaletto un investigatore,. Strukul adotta per il suo protagonista una soluzione più raffinata: il suo modo di portare avanti le indagini è, soprattutto all’inizio, bisognoso di appoggio. Diventa a poco a poco più determinato ma sotto la spinta di una ossessiva apprensione piuttosto che del perseguimento di verità e giustizia.

Sulle prime, infatti, il giovane pittore è perplesso, tanto più che nello stesso giorno viene segretamente convocato dall’Inquisitore di Stato, alla presenza del Capitano dei signori di Notte al Criminal (il sommo magistrato incaricato di coordinare le indagini sui delitti commessi dopo il calar del sole) perché nel Rio dei Mendicanti è stato ritrovato il corpo straziato di una fanciulla.

Affianca Canaletto nelle indagini, fin da subito, l’impresario teatrale e mercante d’arte irlandese Owen McSwiney, personaggio storico, amico fedele, audace, intelligente, che prende a cuore la questione, soprattutto quando capisce, dal resoconto del giovane pittore, che la casa nella quale si era recato l’uomo che doveva seguire, era quella di Cornelia Zane dove si tiene un salotto dei più chiacchierati e inaccessibili di Venezia. Quel salotto è in realtà governato, attraverso la sedotta e plagiata proprietaria, da Olaf Teufel, un individuo misterioso, viscido, agghiacciante che ne ha fatto un inferno di perdizione.

Dal rio dei Mendicanti alle casate nobiliari, Strukul dipinge Venezia nel suo multistrato sociale, affidando a specifici, splendidi personaggi, la rappresentanza di un determinato ambiente: se Canaletto è esponente di una media borghesia dedita alle arti, la giovane Colombina è una delle Moeche, gli orfanelli abbandonati a se stessi e radunati più o meno volontariamente, più o meno coscientemente, intorno a qualche elemento più grande e privo di scrupoli che li impiega in una rete di micro criminalità organizzata.

(la recensione prosegue a p.2)

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