“Maria Giudice” di Maria Rosa Cutruffelli (Giulio Perrone)

Dopo la morte di Carlo in guerra, Maria – che nessuna autorità riconoscerà mai non solo come compagna dell’eroe del Carso, ma neppure come madre dei suoi figli – continua la sua vita che prende una svolta del tutto nuova con la sua assegnazione alla Sicilia da parte del partito. È una grande sfida, a quei tempi, con sette figli e poche risorse. Ma l’accetta, e, pur scontratasi subito con l’impietosa legge della mafia che uccide il capolega di Prizzi, Nicola Alongi, non torna indietro. Forse per mantenere una promessa fatta proprio ad Alongi che un giorno, commosso, le aveva detto: “Samaritana”, così la chiamavano, per la sua placida e incondizionata abnegazione, “Non te ne andare dalla Sicilia! I contadini paesani nostri non lo vogliono”. Dopo due settimane viene ucciso. E lei resta. Tanto più che in Sicilia ha trovato un nuovo amore: necessariamente diverso dal primo, per l’età, il passato e la condizione di vedovanza di entrambi, ma altrettanto importante e duraturo. Con Giuseppe Sapienza s’instaura un rapporto di reciproco rispetto, tolleranza, amicizia. Un amore che viene coronato dal dono di una figlia davvero speciale, per entrambi, Goliarda. Il saggio si conclude proprio sui ricordi diretti di Goliarda che la Cutruffelli conosce bene. Così come dagli stessi ricordi di Goliarda era partito: da una nota stonata emersa molti anni prima, durante la Guerra del Golfo, in uno dei tanti incontri del gruppo di scrittura del quale le due amiche facevano parte: “Anche la parola pace mente” aveva detto Goliarda, e quelle parole, all’orecchio dell’autrice erano suonate inconciliabili con l’odio per qualsiasi forma di guerra che sapeva aver caratterizzato la madre. Così ha voluto approfondire. Partendo dalla visione della figlia, è risalita alla storia della madre, costruendo una biografia, bellissima: commossa e commovente.

Quale immagine resta, dopo questa lettura, di Maria Giudice? Un esempio di fedeltà totale ai propri valori di libertà, istruzione, pace portati avanti senza chiasso, senza presunzione, con fermezza, coerenza e l’umiltà di chi viene dal basso. Un esempio di intelligenza e potenza innovativa nell’uso delle armi della parola, scritta e orale, affilate con cura fin da adolescente, ai fini di un percorso arduo e ancora ben poco battuto, verso la liberazione da pregiudizi e convenzioni sociali, in particolare “dei pregiudizi che ingabbiano le donne. Demolirli fa parte del lavoro in cui si è buttata a capofitto, con un entusiasmo e una generosità che le viene dalla speranza”. La speranza in una liberazione da principi, leggi e consuetudini stantie che soffocavano voci deboli, fossero maschili o femminili. 

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