“Brucia l’aria” di Omar Di Monopoli (Feltrinelli)

Le loro vicende si incastrano con quelle di un terribile grande incendio che nel 1990 devastò la zona, incendio che vide come tragedia nella tragedia la morte del padre di Rocco e Gaetano, volontario antincendio trovato carbonizzato nei boschi. Sembra impossibile pensare di restare lontano dal vortice malavitoso e pensare di avere una possibilità altrove, qui sono nati e qui sono costretti a restare, impossibilitati ad un pensiero diverso dall’assenza di spirito critico. La loro è una vita noiosamente rituale nella sua amena ripetitività, ma nessuno di loro pensa di poter astrarre il pensiero e volare altrove almeno con la fantasia. A loro è stato concesso questo e questo devono farsi andare bene, meglio ancora se in silenzio.

Ogni mattina Nunzia inventariava quella tavolozza di colori stranoti pensando e ripensando alla miriade di luoghi lontani visitati solo con il dito sul mappamondo, inarrivabili altrove in cui sapeva non avrebbe mai messo piede perché il suo destino sembrava doversi irrimediabilmente compiere laggiù, in quello sperduto grappolo di case ai piedi di Cristo dove le era capitato in sorte di nascere.

Tutto si muove intorno a loro, ma l’innesco alle vicende è dato dal rientro di un vecchio boss della Sacra Corona Unita deciso e riprendersi tutto e a ristabilire un nuovo ordine, il suo, infiammando l’apparente tranquillità della comunità rurale salentina. Gli eventi ovviamente precipiteranno e non faranno sconti a nessuno, in un torbinio di situazioni in cui si cerca sempre di tenere altro il proprio nome in seno ad una realtà sociale desgregata, disastrata e dimenticata, da Dio, dall’uomo e dalla Bellezza.

Il primo pensiero, durante la lettura di “Brucia l’aria”, è andato al Texas di Lansdale. Alle terre desolate raccontate dallo scrittore statunitense e al groviglio di situazioni che i suoi personaggi riescono a creare. Poi però, ho proseguito nella lettura, e ho capito che quello cantato da Omar Di Monopoli è un contesto geografico e sociale che va ben oltre quello di Lansdale. È la profondità dei contenuti che depone a suo favore. Una profondità che cerca di trascinarci in un mondo che possiamo solo immaginare, avendone sentito parlare distrattamente in televisione o letto sui giornali grazie ai casi di cronaca nera più o meno recenti. Il suo romanzo è stata etichettato come una sorta di “spaghetti western”. Io però credo che ci sia molto di più, e che questa sia una definizione frettolosa che non renda giustizia al grande lavoro dell’autore.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Omar Di Monopoli è riuscito a creare un genere del tutto personale, e sta portando avanti un lavoro che va oltre la pubblicazione dei singoli episodi che ci presenta. Sta dipingendo un affresco su una terra a lui cara, e lo sta facendo passo dopo passo, libro dopo libro, cercando di farci entrare un pò alla volta in quei meccanismi, soprattutto mentali, che ci possano permettere di capire fino in fondo questo mondo per noi ancora per certi versi tanto misterioso quanto affascinante, pur nella sua connotazione assolutamente violenta. E credo di poter inserire anche la scelta stilistica, intesa come linguaggio, in questo tentativo di creare un legame con il territorio che sia inscindibile sotto ogni punto di vista. Il suo modo di rappresentare il Sud non deve essere visto come un tentativo di denigrarlo, anzi credo che sia l’esatto contrario, Omar Di Monopoli è per come la vedo io molto legato alla sua terra, al punto di volerne estirpare il male attraverso i suoi romanzi e cerca la bellezza, dei gesti, dei luoghi, delle persone, del pensiero.

E per siglare questa liaison con il romanzo d’esordio, tornano i fratelli Minghella già protagonisti di “Uomini e cani”, come se fossimo davvero in una saga a puntate che racconta le famiglie meno nobili del profondo Sud E da uomini e cani ritorna anche il labile e sottilissimo confine tra gli uomini e le bestie. Qui come non mai le due cose si mescolano dando vita ad una nuova forma di “bestaliatà”. Ma se le bestie, come i cani dei combattimenti, sono costretti a mostrare i denti per difendersi, gli uomini amano specchiarsi nella vanità del loro nulla quotidiano fatto di soprusi, sopraffazione e misera assenza di valori. E diventano bestie molto più pericolose.

Ma il vero grande lavoro di Omar Di Monopoli sta nell’aver creato un linguaggio ex novo perfetto per il romanzo. Un linguaggio che se inizialmente potrebbe spiazzare, poi finisce per affascinare, grazie alla sua capacità di prestarsi al meglio nel rendere l’idea del declino sociale e morale in cui veniamo trascinati. È doveroso sottolineare senza paura di smentita che l’impatto e la portata del romanzo non sarebbero stati altrettanto dirompenti se avessimo trovato un linguaggio standardizzato, classico. Di Monopoli supera le aspettative nel momento in cui riesce a mescolare sapientemente il dialetto locale con un italiano oltremodo aulico, ottenendo una resa lessicale e sonora che conquista proprio perchè permette di collocarsi esattamente laddove l’autore vuole portarci, in un contesto sociale di degrado totale.

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...