“Brucia l’aria” di Omar Di Monopoli (Feltrinelli)

#grandangolo di Marco Valenti

Siamo a Languore, nel lembo di Salento che guarda a Levante. In una terra senza Dio, senza speranza, senza futuro. Una terra dimenticata in cui ci si barcamena per sopravvivere alla meglio, all’ombra e sotto lo sguardo silenzioso ma onnipresente della malavita locale. Lo scenario è il medesimo di “Uomini e cani”. Una desolante e squallida realtà di provincia all’estremo sud, in cui tutto è modesto, anche la stessa malavita locale, relegata ai margini dei traffici che contano, cui vengono concesse solo le briciole. Caldo soffocante, siccità, inquinamento ambientale, ma anche povertà, degrado e assenza di scolarizzazione fanno da sfondo alle vicende narrate da Omar Di Monopoli (nella foto a pag. 2) in questo suo ultimo romanzo, il primo per Feltrinelli.

Un luogo che persino i navigatori satellitari si vergognavano di rilevare […] eppoi escavatrici di metallo arenate nello scurore di cantieri agonizzanti, carcami di frigoriferi tra le agavi e vecchi divani lasciati a decomporsi ai bordi dell’asfalto, il lento cataclisma della miseria che anno dopo anno guadagnava terreno fagocitando i sogni degli abitanti di quel regno di nessuno.

È in questo contesto che si muovono i personaggi di “Brucia l’aria”. Perfetti per creare il terreno ideale su cui edificare una storia che non lascia prigionieri sul terreno di guerra. Legati, a vario titolo alla criminalità locale, sono immediatamente riconoscibili per la totale assenza di speranza che colora le loro giornate irrimediabilmente uguali, consacrate alla routinarietà di chi sa che non ha e non avrà modo di riscattarsi e attende paziente un destino segnato. Non c’è speranza per nessuno perché qui piove non sul bagnato, ma sull’indolenza che porta a incolpare il destino delle proprie sventure, senza fare realmente nulla per cambiare le cose

Rocco ha pagato il suo debito con la vita, dopo un passato malavitoso e il carcere, ora guida le autobotti che portano l’acqua, uno dei beni più preziosi in questo deserto. Vive nella (de)cadente masseria di famiglia con l’anziana madre invalida ridotta in sedia a rotelle e il fratello minore Gaetano, nullafacente indolente e ottuso, dedito alle scommesse canine. Nunzia, la sua ex ragazza, ha sposato Vittorio, metronotte, ex carabiniere tossicodipendente, da cui ha avuto un bambino, ed è nel frattempo diventata la badante della madre di Rocco. Intorno a loro i malavitosi locali, più o meno grotteschi, ma sicuramente uniti da una cattiveria e una spietata visione del mondo che li rende pericolosi proprio per la loro ignorante assenza di moralità e visione d’insieme che guardi a un futuro diverso.

Il tungsteno delle lampadine impiccate al soffitto diede forma alle cose. I locali della masseria erano ampi ma decrepiti, punteggiati da una mobilia rada e scolorita. L’acqua piovana aveva disegnato larghe macchie di salnitro sulle mura del soggiorno avaro di finestre, su una delle quali una lamina di plastica trasparente sostituiva il vetro. Una massiccia statua in celluloide di Padre Pio occupava una nicchia nell’angolo prospiciente al cucinotto, laddove la tela cerata che rivestiva il pavimento si arroncigliava qua e là in fessure luride e il rugliare accanito di un congelatore attaccava e staccava a intermittenza.

(la recensione prosegue a p.2) 

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