Numeri

Un racconto di Giulia De Filippis

Dieci cose che non sapete sui numeri - FocusJunior.it

Cinquanta. Un numero. Due cifre. Un’etichetta. Mi trovo davanti allo specchio della mia stanza a contemplare il mio riflesso: i miei capelli corvini raccolti in una crocchia ordinata, il viso ancora giovane marchiato dalla spossatezza, dall’insoddisfazione sofferta per anni, ma gli occhi ancora limpidi, accesi da un bagliore tremulo, sempre più flebile, ma resistente. Vivo. È la mia speranza ad essere ancora forte, quel frammento superstite di sogno che ho custodito per molto tempo gelosamente, come una gemma rara da celare, attraverso un velo impenetrabile, all’angoscia pervasiva e contagiosa di una vita insoddisfacente. Oggi, però, tutto è diverso: tale gemma desidera venire allo scoperto, me lo sento. Passo l’indice sui contorni del numero giallo fosforescente disegnato sulla mia fronte e lo guardo con occhi nuovi: è giunto il momento che ho tanto atteso; il momento di riappropriarmi dell’esistenza che per anni ho interiorizzato in me, ma a cui, la mattina di un giorno qualunque, il misero marchio inciso sul mio viso mi ha strappato rapace, senza neanche concedermi il tempo di realizzare quello che tutto in una volta avrei perso. Ero stata allontanata dai miei genitori molti anni prima, e questo per un semplice motivo: il numero sulla loro fronte non era alto quanto il mio. Mia madre era un trentacinque. Mio padre un trenta. Avevo potuto godere di un’infanzia gaia, con i miei cari, ignara e indifferente alle etichette incise sui loro volti. Molte volte mi erano sorte domande a riguardo; i miei occhioni infantili, vivi di meraviglia, bramosi di scoperta, si erano spesso soffermati indagatori su quel dettaglio giallo; tuttavia i miei genitori non mi avevano mai fornito risposte esaustive e, dopo altri e vani tentativi di svelare il mistero di quel simbolo singolare, mi ero arresa, passiva, alla mia totale inconsapevolezza. Dopotutto perché mai mi sarei dovuta preoccupare di scoprire qualcosa di più preciso a riguardo quando ero ancora immersa del tutto nella mia tenera e spensierata infanzia? –  Cosa significa quello strano segno che gli adulti come voi hanno sul viso, papi? – gli avevo chiesto per la prima volta all’età di sei anni. – Niente di particolare, Rossella. È solo un’etichetta che viene assegnata ad ogni adulto per garantire l’ordine. Quando sarai più grande, lo avrai anche tu.

(prosegue a p.2) 

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