“Il sangue della Montagna” di Massimo Maugeri, (La nave di Teseo)

Paola è docente universitaria in provvisorio ritiro sabbatico. Ha da tre anni perso il marito Tony, che amava profondamente. Vive con la figlia Silvia che adora di un sentimento straziante perché non accolto dalla ragazza: adolescente confusa e ribelle, come tante vede nella madre solo un legame oppressivo, una catena che la impaccia anche se non la soffoca, e che vuole a tutti i costi spezzare. Anche Paola ha “un ricordo con gli artigli. Uno di quelli che non si possono cancellare come un file da un computer. Uno di quelli che si aggrappano all’anima e con cui devi conviverci”. Anzi, lei ne ha due che la tengono avvinta e che spesso fanno sentire la loro pungente pressione: quello di non aver assecondato il desiderio del marito (di seppellirlo con un foulard della madre che per lui aveva un significato particolare e che lei si era dimenticata di lasciargli) e quello del tentativo di suicidio di Silvia, a 14 anni, con una dose massiccia di farmaci. Due esperienze traumatiche, per le quali oggettivamente non le si poteva imputare una colpa, ma che sono diventate per lei un’accusa di egoistica insensibilità. In questo periodo di aspettativa professionale ha dato via a due iniziative nelle quali ha profuso un impulso di resilienza, di cambiamento: una pagina Facebook chiamata Economia Umana, dove raccoglie idee, pareri, proposte per una riconsiderazione del sistema economico-sociale in una modalità umanocentrica. Quella pagina aveva in poco tempo raggiunto migliaia di followers e che le teneva aperta una finestra sul mondo che se no avrebbe volentieri chiuso alle proprie spalle. Chiuso come probabilmente avrebbe dovuto fare con l’altra iniziativa intrapresa, che sembrava destinata al fallimento: la Pastarealeria, una pasticceria specializzata in pastareale dalle forme più varie, che lo chef assunto (uno dei suoi ex allievi, così come gli altri due giovani che tenevano il banco e la cassa), riusciva a dare all’impasto. 

Anche Marco è di fronte al fallimento della propria attività imprenditoriale, un’azienda produttrice di manufatti lavici, la MCLavArt, sulla quale ha messo gli occhi qualcuno che lo sta malignamente circuendo, sobillando l’insoddisfazione dei dipendenti per la crisi economica (siamo nel 2013) che sta afflosciando l’impresa. Marco cerca di resistere, di procrastinare la chiusura senza cedere all’ignobile ricatto. 

Fra Marco e Paola si colloca un terzo individuo, fondamentale nella simbologia e nell’intreccio della storia: don Vito Terrazza, l’intagliatore. Marco lo ha conosciuto da bambino e ha imparato da lui a conoscere i segreti dei frutti della Montagna, le pietre laviche: osservandolo lavorare, ha avuto la sensazione che “quella loro incompiutezza emanasse una specie di indefinibile aura. Sembravano essenze incomplete racchiuse dentro un guscio di roccia nera di cui non riuscivano a liberarsi”. Un guscio di roccia nera di cui non riuscivano a liberarsi. Ma anche per Paola don Vito è un fornitore, come per Marco. Conosciuto per caso, poco tempo prima, aveva scoperto in lui una vena poetica straordinaria, nuova, suggestiva, “perchè don Vito leggeva moltissimo. Aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare, ma era riuscito – da autodidatta – a dotarsi di una cultura capace di far invidia a un plurilaureato”. E Paola ha ottenuto da lui il permesso di registrare le sue improvvisazioni poetiche e farle colare sulle paste come una decorazione. Una sola clausola condizionale a quell’accordo estemporaneo: le frasi potevano essere incise una sola volta. 

Don Vito è per loro più di un fornitore di materia prima per le loro attività imprenditoriali. Ciò che insieme alle parole e alle pietre dà loro è la potenza adattiva del sangue della Montagna, la possibilità di essere altro, di liberare una forma diversa spezzando il guscio che la vita ha indurito intorno a loro.

L’autore conduce la trama su due livelli molto diversi, paralleli, in continuo intreccio: su di un livello si svolgono i capitoli che portano avanti la storia di Marco, narrati in terza persona, come desunti dalle Riflessioni estemporanee di un pragmatico sognatore, un quaderno di appunti che ad un certo punto della sua vita comincerà a tenere per elaborare il complesso di vicende reali e immaginate nella suggestione mistico-simbolica con la quale l’incombere della Montagna sul suo passato, presente e futuro, lo tiene avvinto. Sull’altro livello, scorrono i capitoli che riguardano Paola che Maugeri è eccellente nel condurre dalla prospettiva. Analogo agli appunti di Marco, il suo blog di Economia umana è la valvola di sfogo di sogni e illusioni che non ha, altrimenti, modo e coraggio di far trapelare nella sua vita.

Sempre la Montagna è la divinità possente con cui raffrontarsi, che distrugge per ricreare, che “toglie ciò che dà e dà ciò che toglie”, che “brucia e scioglie e ingloba richiamando a sé cose e progetti”. La Montagna è la metafora di una vita che arriva con bufere devastanti, lasciando il deserto di perdita e dolore. Ma nello stesso tempo, sfidando le sue vittime a riprendersi e a lottare. Don Vito lo fa con rispetto e reverenza, nuovo Efesto capace di trarre dalla forza primordiale un utile per l’uomo. Marco lo fa con rabbia, in una vendetta cinica che è quella di “scavare la roccia, sequestrare il magma eruttato e indurito, sottometterlo alle esigenza della collettività, asservirlo a scopi commerciali e ricavarne guadagno”. Ed il lettore, inevitabile la metafora, è trascinato dalla lettura del romanzo, pagina dopo pagina, come da una lunga, incontenibile colata lavica.

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