“Il sangue della Montagna” di Massimo Maugeri, (La nave di Teseo)

Recensione di Raffaella Tamba

Massimo Maugeri, saggista, scrittore e fondatore del blog Letterattitudine, uno dei più noti e seguiti in Italia, con questo romanzo propone qualcosa di assolutamente nuovo. Se il tema che filtra dalle pagine è quello della resilienza, il suo approccio è molto vicino all’aspetto letterale del concetto prima ancora che a quello simbolico. I suoi protagonisti, Marco e Paola, che vivono alle pendici di uno dei due vulcani ancora attivi in Italia si forgiano al suo calore, si temprano alle prove che la vita ha riservato loro e che sono legate direttamente per Marco, indirettamente per Paola, alla Montagna. Perchè il vulcano “è risaputo per chiunque viva da queste parti non è maschio, ma femmina; non è un monte, ma la Montagna (…) è una madre. Anzi, è… la Madre”. 

La nave di Teseo on Twitter: "Da giovedì il nuovo romanzo di  @Massimo_Maugeri 🌋 “Il sangue della Montagna”: https://t.co/X8KuyQkyfE  @Letteratitudine" / Twitter

Marco vive da tre generazioni nei pressi dell’Etna e si porta dietro un’esperienza drammatica che lo ha indissolubilmente legato a quel luogo. A tredici anni, spinto da quel sentimento di pulsione avventurosa, ribelle e sfidante della pre-adolescenza, aveva trascinato il migliore amico Alberto, più recalcitrante, in quella che sentivano come una missione formatrice, la missione che va compiuta per dimostrare a se stessi e agli altri che non sono più ragazzini pavidi ma uomini maturi e decisi che vogliono e possono dettare le proprie condizioni. Agli altri, forse. Non certo alla natura. E la Montagna, col suo fuoco interiore e la sua inconoscibile ed incontrollabile forza erompente, è ancora lei a dettare le proprie condizioni e leggi. Quel 23 aprile del 1983, l’eruzione ha distrutto Nicolosi e segnato definitivamente i due ragazzi. Un’eruzione che durò 131 giorni, uno strascico di devastazione e abbruttimento che nell’anima dei due giovani sarà ancora più lungo. Ma Alberto, a quarant’anni improvvisamente muore d’infarto, lasciando Marco solo nel proprio processo di rielaborazione di quella sfida così stupida e potenzialmente tragica. Perchè in effetti, quell’episodio, fortunatamente non aveva avuto conseguenze fisiche, evidenti, su di loro. Si erano salvati. Eppure non si erano salvati del tutto; non si erano salvati definitivamente. Alberto era morto giovane e Marco…Marco si portava dentro da allora “un ricordo con gli artigli. Uno di quelli che non si possono cancellare come un file da un computer. Uno di quelli che si aggrappano all’anima e con cui devi conviverci”. Un ricordo attivo, come il vulcano, carico di una drammaticità che da allora è rimasta in potenza dentro di lui. Incombente, cupamente affascinante. 

(la recensione prosegue a p.2)

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