“Il silenzio dei giorni” di Rosa Maria Di Natale (Ianieri Edizioni)

Sono le due di notte. Siamo nella redazione di un quotidiano milanese. Poche, pochissime persone sono ancora al lavoro. Tra esse il caporedattore Riccardo Armeni ed il correttore di bozze Peppino Giunta, siciliano di nascita e milanese d’adozione. Nel buio della notte, rotto soltanto dalle parole di Peppino, Milano assiste silenziosa, come se, intimamente coinvolta, avesse deciso di interrompere per un attimo il suo frenetico vorticare. È il momento di accendere la luce su un buio che si protrae da troppo tempo. È quest ultimo che ha voluto l’incontro notturno con il suo superiore. Ha deciso di togliersi il peso che lo perseguita da quarant’anni. Un peso che lo riporta nella sua Sicilia, all’Aprile del 1972. Siamo ai piedi dell’Etna, a Giramonte, piccolo paese dedito all’agricoltura, dove Giunta è nato e cresciuto. È qui che vengono ritrovati i corpi di due ragazzi, uccisi da un colpo di pistola. In paese si sparge la voce che siano stati puniti per aver visto qualcosa che non avrebbero dovuto vedere, e per non aver avuto il buonsenso di tacere. Uno dei due è Saverio Giunta, fratello di Peppino, al tempo troppo piccolo per provare a capire che la verità spesso si nasconde dietro ai pregiudizi e alle malelingue. Anche volendo non avrebbe avuto i mezzi per farsi una propria idea, schiacciato dal peso di una visione collettiva che mira immediatamente a mascherare gli eventi. In un contesto come quello raccontato dalla Di Natale il vero problema non è quello di cercare di stabilire le reali dinamiche che hanno portato all’omicidio, quanto piuttosto evitare che non emerga la verità. Occorre quindi lasciare da parte gli ideali e mascherare tutto raccontandolo come una delitto di mafia. È impossibile anche solo il pensare che in paese vivano due omosessuali. Ne va del buon nome della città, e dei suoi abitanti. Meglio mettere tutto a tacere, se possibile per sempre. Approfittando delle dinamiche intestine alle famiglie del loco che oltre a favorire l’omertà, vedono le donne schiave di una tradizione patriarcale che le relega all’ultimo posto della scala sociale intra ed extra familiare. A loro è concessa solo una passeggiata domenicale in piazza, tra la Chiesa e la pasticceria. Sono e saranno sempre e solo gli uomini di casa a scegliere di cosa sia giusto parlare, come, dove e quando. Il tutto in nome di una virilità sovraesposta che possa contribuire a scacciare anche il minimo dubbio riguardo la loro mascolinità.

“Ci chiedevano di essere maschi ancora prima di diventare uomini perché per crescere davvero ci sarebbe stato tempo, ma Giramonte, e mio padre e gli operai della piazza, e i ricchi come i poveri, ci volevano maschi prima di tutto, non importava se per finta.”

Sarà grazie a sua madre se Peppino una volta adulto troverà il coraggio e la forza di andare a fondo alla vicenda. Riportando alla luce la verità storica messa a tacere per quasi mezzo secolo. Quarant’anni di silenzi, chiusi in una statica ritualità di paese che impedisce ogni tipo di cambiamento, di rinnovamento, di progresso. Unica colpa a carico dei due ragazzi quella di voler vivere liberamente i propri sentimenti, indipendentemente dalla convenzioni sociali. Ci sono cose intollerabili per la gente di Giramonte. E l’omosessualità è una di queste. A Saverio era già andata bene in passato. Gli era stato perdonato di aver chiesto di poter proseguire gli studi a Catania. Non è un posto per bene la città, meglio restare in campagna e proseguire la vita di famiglia. A Catania ci si va solo per fottere le buttane, e basta. È un luogo di perdizione saturo di tentazioni.

Giaramonte emerge come un luogo squallido e ameno, dove la discriminazione e l’odio verso chi non si piega ai dettami sociali alimentano il fuoco della violenza. È raccontato come un paese dove “ogni cosa si trova al suo posto” in nome di un ordine superiore cui nessuno intende ribellarsi. Un paese immobile, in cui le giornate scorrono e si susseguono immobili, ancorate a una realtà che nel resto d’Italia si sta sgretolando.

“A Giramonte funzionava così. Il segreto non esisteva, meno ancora se le cose da tenere nascoste profumavano di calze di femmina o di portafogli di maschio. I matrimoni erano il lasciapassare degli adulti degni di rispetto e dovevano funzionare bene, anzi, benissimo. Prima si facevano i figli, poi si facevano i soldi; e ancora dopo, se la moglie ingrassava o di letto non ne voleva più sentire, si facevano e disfacevano i letti altrui, con la benedizione del parroco che tanto le Avemaria di penitenza e un’assoluzione non le negava a nessuno.”

Anche se si parla di otto anni prima, nel 1980 a Giarre la realtà è ancora molto simile a quella raccontata dal romanzo. L’orientamento sessuale è ancora legato ad un modello prestabilito e i cambiamenti sociali sono impossibili anche solo da pensare. È un quadro in cui tutti sono a loro modo colpevoli, chi in prima persona coi propri gesti, chi finge di non vedere, chi avalla le decisioni altrui, chiunque ha la sua dose di colpa negli avvenimenti. Alla fine è meglio perdere un figlio che saperlo omosessuale.

Credo che tuo padre picchiasse Saverio praticamente ogni giorno quando tu e tua madre non eravate in casa. Gli diceva che non era un uomo, che parlava troppo e che usava la minchia troppo poco. Questo diceva”, e mentre raccontava, Enza abbassava gli occhi. “Un giorno venne a sapere che tuo fratello andava a Catania con quel Matteo. Non riferì niente a nessuno, neppure a tua madre. Io so che picchiò Saverio e gli disse che era la sua pena, la sua vergogna di famiglia. Lo trascinò sino alla bottega del sarto e minacciò anche quel ragazzo. Gli giurò che se si fossero ancora visti, li avrebbe ammazzati.”

Oggi, 2021, quanto è cambiato il nostro sentire comune per queste dinamiche? I tempi sono cambiati, non siamo più negli anni settanta, ma la strada da fare è ancora molta, forse troppa. Lo dice la nostra storia recente. Le aggressioni omofobe sono ancora troppe. E la politica che dovrebbe porre un freno, ancora latita, assente. Spesso volutamente distante dal problema e dalle vittime. Guardando i parlamentari esultare come per un goal ai mondiali di calcio verrebbe da dire per nulla. Credo anzi che le cose siano peggiorate. Oggi abbiamo gli strumenti che un tempo mancavano, abbiamo avuto la possibilità di studiare, di viaggiare, di confrontarci, di aprire le nostre coscienze ai cambiamenti. Ma non siamo ancora in grado di fare i passi nella giusta direzione. Un tempo eravamo condizionati dall’ignoranza (in ogni sua forma e significato). Oggi tutto questo non esiste più. Esiste però ancora un pregiudizio che ci impedisce di concedere diritti a chi non ne ha mai avuto e che continua a pagare sulla propria pelle la voglia di amare a modo proprio. Non siamo per nulla meglio dei personaggi del romanzo.

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