“Il silenzio dei giorni” di Rosa Maria Di Natale (Ianieri Edizioni)

#grandangolo di Marco Valenti

Rosa Maria Di Natale, giornalista professionista, vive e lavora a Catania. Per oltre un decennio è stata cronista nella redazione del Giornale di Sicilia, e ha collaborato con Il Sole 24 Ore Sud e Radio 24. Nel 2007 ha vinto il “Premio Ilaria Alpi” con una video inchiesta dedicata al degrado cui sono costretti i bambini del quartiere periferico di Librino a Catania. “Il silenzio dei giorni” (Ianieri Edizioni) è il suo primo romanzo.

Il silenzio è un qualcosa che in Sicilia ha da sempre un posto di rilievo nella quotidianità. E non mi riferisco alla facile associazione con l’omertà di stampo mafioso. Il silenzio è quello della scelta di non dire nulla per rimarcare con ancora maggior forza il nostro pensiero, il nostro distacco, il nostro sdegno, il nostro voler far ancora più rumore. E non ultimo è il silenzio di chi si specchia in un paesaggio che tra la forza della natura e la storia dei monumenti toglie la parola. Sono da sempre portato ad assecondare il pensiero di chi sostiene come il silenzio faccia molto più frastuono che le grida, soprattutto in un mondo come quello contemporaneo in cui tutti urlano.

I giorni del silenzio sono quelli che sono trascorsi dal lontano 1972, anno da cui partono i ricordi di Peppino Giunta per arrivare ai giorni nostri. È allora che accade l’irreparabile che finirà per condizionare in modo decisivo la sua esistenza. Le vicende del tempo sono romanzate, ma hanno uno stretto legame con la cronaca nera locale, da cui prendono lo spunto narrativo. Nella realtà non siamo nel ’72 ma nel 1980 e dall’immaginario Giramonte dobbiamo trasferirci a Giarre (CT). Ciò che non muta però è la sostanza dei fatti. Restano infatti le due vittime, Giorgio e Toni, assassinati perché omosessuali. L’episodio passerà tristemente alla storia come “il delitto di Giarre”, e sarà la spinta per dare vita a partire dall’anno seguente alla prima festa dell’orgoglio omosessuale siciliano a Palermo. I due, come i protagonisti del romanzo, in realtà erano già morti ancor prima di venire assassinati. Uccisi dal pregiudizio, dalla violenza, fisica e verbale, di una comunità ottusa e retrogada, dai silenzi e dall’isolamento dei coetanei e del paese intero. Erano già morti prima ancora che venissero trovati quasi abbracciati, mano nella mano, uccisi da un colpo di pistola alla testa il 31 ottobre del 1980 sotto un enorme pino marittimo. Delitto che come da tradizione, naturalmente è ancora privo di un colpevole.

(la recensione prosegue a p.2)

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