“Nato da nessuna donna” di Franck Bouysse (Neri Pozza)

Recensione di Raffaella Tamba

Nato da nessuna donna - Franck Bouysse - copertina

Con un tratto scorrevole come un sussurro, il tono di una cronaca più che quello di un diario, dalle pagine di questo romanzo di Franck Bouysse (insegnante di biologia a Limoges e scrittore insignito nel 2015 del Premio Michel Lebrun) emerge una rappresentazione drammaticamente intensa della vita, esplorata fin nel più profondo del suo potenziale di malvagità ma, quasi per contrappasso, con una scelta originale e suggestiva, quella di dare al suo romanzo una sfumatura di fiaba, richiamandone gli elementi più caratteristici dissimulati nella realtà.

Gabriel, il curato del paese, riceve da una giovane donna in confessione una richiesta strana, quella di prelevare il diario segreto di una donna morta in un manicomio: il diario che custodiva la confidenza della sua vita e che nessun altro avrebbe dovuto trovare. La giovane, depositaria di quel mistero, lo affidava a chi sicuramente ne avrebbe fatto l’uso migliore. E lui, uomo di fede, non resta insensibile ad una preghiera così umana che tocca le corde di oscure colpe e terribili espiazioni. Recupera il diario e si immerge in una lettura che lo porta a sprofondare nell’abisso di una storia inconcepibilmente cruda e disperata, dalla quale riemerge con un solo desiderio, quello di provare, se possibile, a ricucirne gli strappi ancora esistenti.

I numerosi e nascosti richiami al filone della fiaba si rivelano a poco a poco: già l’inizio della storia della protagonista, Rose, prima figlia di quattro sorelle contadine che, quattordicenne, viene venduta dal padre ad un ricco signorotto, ci richiama subito alla mente Pollicino, Hansel e Gretel, rappresentazioni di una realtà di stenti e miseria che porta i genitori ad abbandonare i figli per l’impossibilità di mantenerli. Altrettanto evocativo è il termine castello con il quale Rose indica la villa del suo padrone, dove è trattata come una serva (Cenerentola). Il bosco che circonda il castello è solo apparentemente attraente ma l’unica volta che Rose vi cercherà la fuga, non la troverà. Unica figura umana in quel contesto è quella di Edmond, fratello del padrone, che tenta, i primi gironi di convincerla a fuggire, come se volesse metterla in guardia da un pericolo che però non può o non vuole spingersi più avanti a rivelare.

Ogni capitolo si concentra su un protagonista come se l’autore avesse voluto dedicare all’introspezione psico-emozionale di ogni personaggio un’attenzione particolare, un’osservazione dalla sua prospettiva. Dà voce al loro io più segreto e profondo, la coscienza che ciascuno ha, chiara, nitida, incontestabile ma non inconfessabile. Le figure più umane, semplici e positive della storia sanno rivelarsi con trasparenza e abnegazione, senza nascondersi, senza falsi pudori, senza simulazioni. E per quello di loro che più di ogni altro cela in sé rimorsi e rimpianti, Edmond, l’autore usa una forma di prosa che sfuma nella poesia: frasi breve, brevissime, che terminano sempre col punto e a capo, locuzioni esclamative ripetute come ritornelli che riecheggiano ballate malinconiche.

(la recensione prosegue a p.2)

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