“Il pomeriggio di un fauno” di James Lasdun (Bompiani)

Il narratore, a causa della sua pluriennale amicizia con Rosedale, viene travolto dagli eventi, finendo per perdere quella neutralità, che andrà a ricercare confrontandosi addirittura con la parte avversa, con la vittima della presunta violenza, cercando conferme o smentite a quelle che sono le idee che ha maturato nel frattempo. Sente la necessità di doversi comunque schierare (sentimento che coincide con quelle che sono le nostre stesse sensazioni ogni qual volta ci troviamo davanti a situazioni se non simili quanto meno sovrapponibili).

Sono dinamiche che non prevedono l’imparzialità, e che ruotano intorno ai nostri sentimenti nei confronti delle persone coinvolte. È difficile mantenere quella giusta distanza che permetta di analizzare i fatti in modo obiettivo, ancor di pià quando senti una sola voce, che chiede di essere riconosciuta come l’unica attendibile. Il nodo della questione sta proprio qui, nell’impossibilità di dare una versione univoca della cosa. Le due voci sono totalmente contrastanti e contrapposte, con accusato e accusatrice, stupratore e vittima, che restano sulle proprie posizioni, col narratore che viene trascinato in un vortice di emozioni da cui non può uscire indenne, indipendentemente da quello che potrà emergere come “verità”.

È proprio la ricerca della presunta “verità” che passa in secondo piano, a discapito di atteggiamenti volti invece alla manipolazione (molto poco occulta) di tutti coloro che possono intervenire nella disputa legale. L’obiettivo non è portare a compimento un percorso che ripristini gli eventi per come si sono svolti, e quindi in un secondo momento giudicarli per quello che sono (stati). Conta solo denigrare l’avversario per screditarlo, annichilirlo, renderlo inoffensivo, indipendentemente da quello che sia o non sia accaduto. E qui, chi più ne ha più gode. Chi riveste ruoli di spicco o è a contatto con sacche di potere ha le maggiori possibilità di portare dalla sua parte la contesa, alla faccia della ricerca della “verità” processuale.

In tutto questo la triste storia dei nostri giorni ci racconta come la donna sia ancora una volta in difetto. Sia in partenza, nel momento in cui il suo ruolo non solo sociale, ma anche storico, risulta legato a stereotipi che resistono ancora nonostante il cambio di millennio. Ma anche e soprattutto nel corso degli eventi, quando viene sezionata e fatta letteralmente a pezzi in nome di una morbosità che mira a screditarla e a portare credito a tutti coloro che sono legati mentalmente all’ottuso (e disgustoso) postulato secondo cui, a suo modo la donna, in un certo senso “se la vada a cercare”.

Alla fine dei giochi, oggi come ieri, non interessa a nessuno stabilire una logica (e una veridicità) degli eventi. Ci si schiera e si parteggia per una parte o per l’altra in modo quasi calcistico, secondo l’emotività del momento, legata inevitabilmente anche alla “simpatia” che una figura ci suscita più dell’altra. Stiamo dalla parte di chi ci piace, indipendentemente da ogni raziocinio, da ogni evidenza, ignorando il fatto che siamo di fronte a un evento drammatico, autentico incubo per ogni donna del pianeta. Noi, superficialmente ci limitiamo a dare il nostro gradimento, senza pensare alle conseguenze del nostro gesto, soprattutto morali. Tanto per noi è facile schierarci comodamente seduti sul divano di casa, mica sono cose che ci toccano in prima persona. Si instaura un meccanismo per cui siamo (involontariamente?) portati a credere a qualunque cosa ci venga propinata, purché sia compatibile con la quiete che cerchiamo, qualunque cosa possa soddisfare e mettere a tacere la nostra coscienza. Presa una posizione, difficilmente la modifichiamo, anche in presenza di eventi chiaramente espliciti. Meglio difendere l’indifendibile che ammettere di aver fatto la scelta sbagliata, questo per tornare nuovamente alla dicotomia calcistica delle due fazioni contrapposte.

Ancora peggio per chi come nel romanzo si trova davanti al bivio. Credere all’amico o cercare una strada che conduca alla libertà, scevri da condizionamenti emotivi? Schierarsi oramai è obbligatorio, ma da quale parte? Da quella del cuore sperando che coincida anche con quella della ragione? “Difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore” cantava Battiato nel 1981. Ancora oggi le sue parole sono validissime, e rappresentano perfettamente la difficoltà di chi prova a restare equidistante e razionale. E che cerca di evitare una seconda violenza alle donne che ne hanno subito una reale, che si porteranno per sempre nella mente e sulla pelle. Quando si tratta di crimini di questo tipo non può e non deve esserci una dicotomia. Ci si schiera sempre e comunque dalla parte della donna, indipendentemente da quanto forte e potente (come nel romanzo) possa essere l’accusato.

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