“Come navi nella notte” di  Tullio Avoledo (Marsilio)

Recensione di Nuela Celli

Marco Ferrari è uno scrittore di gialli, il suo personaggio va forte e i suoi libri sono tradotti in diversi paesi del mondo. Vive a Friburgo, una città, come ripete più volte, che ama proiettarsi nel futuro e pensa che questo possa essere un posto migliore del presente. In un momento storico tanto delicato, che si è appena lasciato alle spalle la ‘Situazione’, ovvero il Covid-19, con terribili anni di isolamento, varianti sempre più aggressive e un numero impressionante di morti, la Germania sembra essere un luogo accogliente e rassicurante per il nostro protagonista, mentre l’Italia, da cui si è allontanato da tempo, ha visto le proprie libertà ridursi in modo notevole sotto lo strapotere burocratico, ma soprattutto economico e tecnologico, della Cina. Quest’ultima, con una specie di Piano Marshall in versione orientale, chiamato Sfera di Solidarietà e Amicizia tra i Popoli, ha salvato l’Europa dal baratro della crisi, colonizzandola capillarmente, dal web, al mercato, fino alle cariche pubbliche. La Germania resiste, isola di libertà.

E allora perché oltrepassare il confine e condannarsi a constatare quanto tutto sia cambiato? Ma soprattutto, perché tornare nel luogo da cui è fuggito?

Magda, la sua compagna di vita e reporter nei posti più pericolosi del pianeta, lo capisce a fatica. Anche lei sta per partire, Marco non ne è felice, e carica la sua modernissima Tesla, Model X, di malumore. Sia perché la donna che ama non fa che mettere in pericolo la sua vita, sia perché tornare nel Bel paese significa riaprire vecchie ferite. Vedere quanto tutto sia mutato, e non in meglio, lo angoscia, così come ridare forza ai vecchi incubi. L’irruzione, le manganellate, le grida, l’amara consapevolezza di trovarsi dalla parte sbagliata della barricata. Erano i lontani anni del G8 a Genova, e in quella famigerata scuola la polizia tradì molti dei suoi principi. Marco Ferrari, durante il processo che ne seguì e che lo vide imputato insieme ai suoi colleghi, disse la verità, ascoltando la propria coscienza, e adesso, in quello che era il suo paese, è considerato soltanto un traditore.

Ma non sono questi gli unici motivi per il suo umore torvo. È anche stanco. Di cosa? Sarebbe meglio chiedergli di chi. Ma di lui, certo, di Gianni Venier, il commissario che lo ha reso benestante e famoso, e che adesso lo sta intrappolando proprio come fece Sherlock Holmes con Arhtur Conan Doyle, verso il quale ha iniziato a nutrire un rapporto di indulgenza e irritazione. 

(la recensione prosegue a p.2)

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