“La spiaggia degli affogati” di Domingo Villar (Ponte alle Grazie)

Qui, dove a dettar legge è il forte legame con l’oceano, che si manifesta con atteggiamenti che vanno ben oltre la normle superstizione di chi è abituato ad andare per mare, l’estate si trasforma in inverno nel giro di un attimo, con la pioggia insistente e improvvisa che lascia campo alla nebbia inattesa. Villar ci porta in giro tra gi odori e i colori di una terra incantata, dove il tempo è sospeso, dove ci si incontra in locali fumosi al riparo dalle mareggiate in attesa di riprendere il largo. Dove uomini in apparenza burberi ci mostrano che la socialità è ancora reale ma soprattutto distante da quella che siamo soliti concepire. È questo lo scenario in cui Villar fa muovere i suoi personaggi, in cerca di una spiegazione più che di un colpevole.

“Non gli erano mai interessati i colpevoli; per Leo Caldas era fondamentale conoscere il movente, il perché. Eppure non aveva provato il sollievo che di solito accompagnava la scoperta della verità. Questa volta tutto sembrava avere un sapore amaro”.

Villar e la Galizia sono una cosa sola. L’estremo nord ovest della Spagna, dove l’oceano si intrufola nelle rìas, e lunghe insenature che si addentrano nella costa grazie all’opera di allagamento del mare all’interno di valli fluviali che possono ricordare i fiordi scandinavi, è l’habitat naturale per ambientare un noir lento e malinconico, che si sposa perfettamente al carattere estremamente riflessivo dell’ispettore Caldas, misurato, morigerato nei rapporti interpersonali, mai sopra le righe, ma dotato di grande profondità. Un noir che fa del silenzio, sia della natura che dei personaggi locali, poco inclini alla conversazione, il suo carattere principale. È la natura che parla per tutti. E lo fa in modo inappellabile.

“Anni di interrogatori gli avevano insegnato che un nulla di quel tipo non era altro che una pausa prima della confessione. Così come il reflusso del mare precede il sopraggiungere di un’onda enorme, quando le confidenze iniziavano con un nulla, Leo Caldas sapeva che era giunto il momento di prestare attenzione.”

A Panxón tutto può accadere, al punto che anche il silenzio può fare estremamente rumore. E nessuno meglio di Caldas è in grado di muoversi a proprio agio in queste dinamiche dove leggi non scritte scandiscono giornate e rapporti umani e dove gli estranei restano tali. Microcosmi dal grande fascino in cui si respira ancora l’aria degli anni della nostra gioventù, quando sentirsi parte di una comunità era un qualcosa di reale di cui andare orgogliosi. Oggi il tempo è scandito da altri al posto nostro e nessuno di noi sembra rendersene conto. Non posso quindi non concludere con l’ennesiama, ficcante citazione dell’amico Caldas che riassume perfettamente anche il mio stato d’animo.

“Non era i morti a rattristare Leo Caldas, ma i vivi.”

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