“La moglie di Dante” di Marina Marazza (Solferino)

Recensione di Patrizia Debicke

La moglie di Dante - Marina Marazza - copertina

L’autobiografia senza veli di una ragazza, poi donna. La storia di  Gemma Donati, coniugata Alighieri.
Come moglie di un gigante italiano che come facente parte  di una celeberrima  famiglia fiorentina del XIII secolo, avrebbe meritato di più. E invece di Gemma Donati  non se ne parla, salvo  in rare occasioni relegate a momenti di approfondimento critico e accademico. Lei è  la donna che Dante sposò ma di cui  non scrisse  mai.  Quella che sicuramente fu sua moglie e madre dei suoi figli.
Intanto  chi era  questa fiorentina che portava il nome fatale dei Donati, la feroce famiglia guidata  da Corso, il più celebre esponente del partito dei Neri fiorentini?  Moglie retta  e madre dei figli di un uomo non ricco quale era il Sommo Poeta, continuamente  assillato da sofferti e cervellotici cambi di rotta. Ma colui che riuscì a comporre e a esaltare quasi cinematograficamente la cronaca dei suoi tempi, l’uomo che ancora tutto il mondo invidia a Firenze.  Dante Alighieri apparteneva alla piccola nobiltà rurale guelfa di fazione, ma non compare tra le grandi famiglie. Di pochi mezzi e abbastanza senz’arte ne’ parte – basta  vedere a parte gli studi le sue successive  scelte lavorative –  Dante  farà sempre patire la moglie sia per  gli affanni di una condizione appena  dignitosa, sia per le indubbie spigolosità di un carettere sospettoso e puntiglioso. Per il resto infatti sempre sognatore, tristemente esaltato. Un’anima in pena e, in più, spesso vittima  di attacchi di epilessia che lo piegavano. Unico suo guerresco vanto la partecipazione come feditore  alla vittoriosa battaglia di Campaldino.

E poi com’era fisicamente il vero Dante? Oggi le immagini ce lo restituiscono col volto  magro, glabro  ingruganato e accusatore e invece Boccaccio ne tratteggiò il ritratto:  “Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito in quell’abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.” (Do atto alla Marazza – nella foto, sotto – di avergli giustamente ridato la barba, sempre dimenticata dall’iconografia).


E invece  com’era Gemma? Un plauso all’occhio e alla creatività  di  Marina Marazza, che ce la presenta nelle prime pagine  tredicenne, rosso crinita, svelta di modi e cervello fino. Graziosa da vedere, piedi lunghi e corpo slanciato. Ben inserita nella famiglia di origine  ma con da sempre un amoroso pur se vano  pensiero rivolto al perfido e seducente cugino Corso Donati, il barone biondo e splendido come un san Michele, il crudele condottiero che per decenni fece il bello e il cattivo tempo a Firenze.  

(la recensione prosegue a p.2)

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