“Mille e più farfalle, Racconti di vita breve” di Deborah Riccelli (Erga Edizioni)

Quando una persona muore, è più che mai concreto il rischio che si finisca per dimenticarci di lei, in virtù del fatto che non l’abbiamo più sotto i nostri occhi. Il libro della Riccelli va in questa direzione, cerca di mantenere alta l’attenzione su chi non c’è più, e agisce in modo da dare voce a chi una voce non può più averla. Il paradosso, che si coglie solo in un secondo momento, è che in realtà l’autrice ci parla della morte per raccontarci invece quanta vita possa celarsi nel momento in cui si materializza un decesso. Il suo può essere visto come un un inno alla vita e non come la celebrazione di una perdita.

Da un punto di vista sintattico siamo alle prese con quattro monologhi, caratterizzati da un dolore interiorizzato che cerca un suo sbocco, una sua strada per essere metabolizzato, contestualizzato e che possa fortificarci. Quattro monologhi frutto della fantasia dell’autrice tranne uno, che ha un saldo, ma romanzato, legame con la realtà, quello della bambina rapita e ritrovata poi morta ad Imperia. Dei racconti preferisco non parlare troppo, sono talmente intensi nella loro brevità che non voglio minimamente influenzare la vostra lettura. Sono diretti, crudi e duri, come altrettanto diretti crudi e duri sono gli argomenti che trattano e su cui Deborah ci invita a riflettere.

Il problema non è solamente la perdita luttuosa di qualcuno ma anche il dolore di chi resta, il peso dell’assenza e l’incapacità di farsi una ragione del lutto. Soprattutto in funzione di quello che sarà il domani, una volta smaltita la botta adrenalinica e la confusione post traumatica. Sarà allora che inizieranno i problemi. “Mille e più farfalle” non serve solo a chi in queste situazioni ci si è purtroppo trovato ma ancora di più aiuta chi ha avuto la fortuna di non incontrarle mai sul proprio cammino, perché è evidente come dinamiche di questo tipo non siano standardizzabili e il dolore sia assolutamente soggettivo e non condivisibile. Per cui ben vengano le farfalle della Riccelli con il loro carico di dolore.

[…] La gente parla ininterrottamente e pensa di sapere cosa provo […] Loro sanno cosa è meglio per me. Ma il dolore non è opinabile. Il dolore non può essere compreso perché è diverso per tutti. Non possiamo discuterne, no. Il dolore è dolore. Massacra, terrorizza, distrugge. Per questo preferisco stare sola […]

È proprio questa assenza di una standardizzazione cui fare riferimento in momenti di particolare difficoltà uno dei cardini del libro. L’assenza di quel “libretto di istruzioni” che possa aiutarci a districarci nelle difficoltà che ci sono capitate portando uno scompiglio totale nei nostri piani. Al pari mi sento di mettere anche l’incapacità di accettare dogmaticamente, in quanto ligi ai dettami della religione, la perdita di un figlio in tenerissima età. Se viene a mancare la certezza derivante dalla fede, sempre che ce ne sia mai stata una, inevitabili arrivano le domande legate all’impossibilità di accettare un disegno divino che contempli atrocità come queste.

Chiudo con un pensiero relativo a Deborah e al dolore che sta cercando di combattere di recente. La sua storia è nota ai più, lei stessa non ha fatto mistero della sua precaria situazione di salute e anzi tiene un regolare diario sui social network che aggiorna con le sue condizioni, ma soprattutto con le sue riflessioni. Nemmeno lei, e tutte le persone che come lei lottano con il male, quello vero, esce indenne dal tritacarne dell’odio che questi spazi virtuali riescono a vomitarci addosso. Il suo mettere nero su bianco la propria situazione non era e non è un bisogno narcisistico da sovraesposizione mediatica, ma solo un modo per esorcizzare il dolore e tutto ciò che ne consegue. Peccato che ci sia ancora gente che non capisce il significato delle parole e si limita ad analisi superficiali. Il male è ancora un argomento tabù che non siamo pronti a ricevere e a capire. Non serve la tecnologia quando non abbiamo il cuore, restiamo sempre e comunque un passo indietro nonostante tutte le connessioni di questo mondo. Non c’è un modo univoco per affrontare il dolore. C’è però un modo sbagliato di giudicare chi cerca di andare in direzione “ostinata e contraria” ai facili pregiudizi e ai falsi moralismi mantenendo alta la propria dignità. A meno che poi però non tocchi a noi, in quel caso, cambia tutto e tutto va bene, tutto diventa lecito, ipocriti che non siamo altro.

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