“Mille e più farfalle, Racconti di vita breve” di Deborah Riccelli (Erga Edizioni)

Mille e più farfalle. Racconti di vita breve

Capita che la lunghezza di un libro sia inversamente proporzionale a tutte le cose che vorremmo dire dopo averlo letto. Non è infrequente come si possa pensare, accade molto più spesso di quanto si immagini. Deborah Riccelli è stata in grado con le sue settanta pagine di scatenare un turbinio di sensazioni che si rincorrono nella mia testa, cui sto cercando di dare un ordine logico. Non è semplice decidere da dove partire per provare a raccontare un volume così denso di significati. I pensieri si accavallano mentre la mente libera da condizionamenti viaggia in solitudine in cerca di una ideale scaletta con cui impostare la recensione. Alla fine decido che è il caso di lasciare che le parole escano da sole, senza forzarle. Le vedo mentre si inseguono sullo schermo del computer, e riempiono lo spazio bianco davanti a me. È inutile che provi a mettervi un freno, tutto va esattamente dove deve andare. Come in un percorso già tracciato.

Il problema più grande viene adesso, nel momento in cui occorre sistemare tutto quanto, cercando di sintetizzare e dare un senso logico non solo per me ma anche per gli altri. Impresa tutt’altro che facile, perché “Mille e più farfalle” di Deborah Riccelli è un qualcosa che ti entra immediatamente dentro, senza nemmeno chiedere permesso, andando a collocarsi esattamente laddove c’era bisogno di una spinta in questo senso. Laddove c’erano ancora isolati dubbi in merito a ciò che consideriamo sostanziale e primario nelle nostre vite, “Mille e più farfalle” si incastra alla perfezione, limando le ultime residue perplessità, e chiudendo definitivamente un cerchio che da troppo tempo restava in attesa dell’anello mancante.

È il dolore l’elemento che unisce le settanta pagine del volume. Ma soprattutto la sue gestione, dal momento che si parla di morti premature, per cui ancora più dolorose da accettare e da capire. Ruota tutto intorno all’elaborazione del lutto, elemento che da sempre coincide con la quotidianità di Deborah, sia sul lavoro (dove svolge il ruolo di formatrice esperta in stereotipi del linguaggio, violenza di genere e crimine famigliare) che nel tempo libero (grazie al suo impegno con una onlus che si occupa delle vittime di violenza e dei famigliari delle vittime di femminicidio).

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