“Bad Girls – Da vittime a carnefici” di Antonella Bolelli Ferrera (La Lepre Edizioni)

Federico sui tacchi a spillo. Federico fasciato nell’abitino da battona. Federico con la parrucca bionda che muove la testa a ritmo di musica. Federico che sta baciando uno sconosciuto molto più vecchio di lui. Ho solo il ricordo del fratello che non ho più, morto suicida dopo avere assassinato sua madre, nostra madre. La mia vendetta, consumata molti anni dopo, sull’uomo del bar di Ostia, doveva mettere la parola fine alla storia della nostra disastrata famiglia. Non è stato così: c’è il carcere, c’è il ricordo struggente di Federico, c’è la voce assordante della mia coscienza che non si acquieta.

“Bad Girls” è un caleidoscopio di situazioni destinate a precipitare, sempre e comunque. In cui le donne scontano il peccato originale di una condizione di partenza estremamente degradata. Nascere e crescere in taluni contesti è già di per sé la prima condanna della loro vita. Una sentenza inappellabile a cui è veramente molto diffficile sottrarsi e opporsi. Laddove l’ignoranza, le carenze sociali, la scolarizzazione precaria per di più abbandonata troppo precocemente rappresentano il quotidiano, è facile per non dire impossible che il germe del degrado morale attecchisca meglio che altrove. Fermo restando che la storia ci insegna e ci ricorda che è all’interno del nucleo famigliare che si consumano la maggior parte degli abusi e delle violenze. Nascere in uno di questi ghetti non permette di fare quel salto di qualità che la vita impone crescendo. Per donne nate e vissute qui il carcere minorile rappresenta il fallimento della riabilitazione sociale, e diventa il prodromo per quello vero, quello degli adulti, quello che ti consegna la patente di criminale per sempre.

Nemmeno il mio percorso accidentato fra disordini alimentari e tentativi di suicidio ha mai acceso in lei una lampadina che le mostrasse il vero volto di suo marito. Ho odiato mia madre ancor più ancora di mio padre e un giorno l’ho uccisa. Non riesco a provare autentico rimorso per quello che ho fatto e credo che avrei ammazzato anche lui se non mi avessero segregata in un OPG, una di quelle prigioni dove fino a qualche anno fa rinchiudevano i criminali pazzi, cioè quelli che avevano commesso un reato per via della loro follia. Io non penso di essere pazza, anche se la diagnosi che mi accompagna è ancora quella della schizofrenia. Oggi non odio più, in me rimane l’indifferenza. Nel carcere, quello vero, che ora mi ospita, sento di essere nel posto giusto per la mia anima dannata.

È su questo che l’autrice vuole farci riflettere. Sulla necessità di invertire queste dinamiche. Sulla necessità di cambiare la gestione di tutte le periferie del mondo, incrementando i fattori che possano ridurre le disuguaglianze sociali e portare quella crescita che possa garantire un domani diverso. Laddove il cemento si sostituisce al calore di una famiglia il freddo non passerà mai e finirà per incancrenirsi nelle nostre ossa. Antonella Bolelli Ferrera è una che cerca di accendere quel fuoco che possa scaldarci, insegnandoci come e dove trovare la legna per riaccenderlo domani.

Che dire del carcere… alla fine, per assurdo, diventa l’unico luogo dove queste “cattive ragazze” riescono a sentirsi a loro agio, dove possono vivere la vita senza che nessuno le biasimi per come hanno deciso di condurla, dove trovano quel rispetto e quella tolleranza che nemmeno la famiglia poteva garantire loro. Con tutte le difficoltà iniziali, legate alle dinamiche “sociali” di questi micromondi che si creano all’interno delle celle, che pian piano si affievoliscono, fino a creare dei nuovi nuclei famigliari il carcere rappresenta davvero la tanto agognata libertà. Quella che nel momento in cui vivevano accanto a uomini che non perdevano occasione per umiliarle, picchiarle e privarle di ogni forma di dignità, di donna e di madre, non avevano e non potevano pensare di avere mai. C’è realmente molta più libertà nei pochi metri quadri di una cella che in una vita vissuta ai margini e alle dipendenze di uomini di questo tipo. In carcere ci si sente al sicuro. Da chi ti ha violentato e dagli sguardi che ti colpevolizzano ulteriormente e ti violentano per una seconda volta. Da quel mondo che ti ha negato e continuerà a negarti sogni e futuro.

Cominciai con le sostanze che avevo tredici anni. Me ne andai di casa per seguire dei nuovi amici e quello che credevo il mio grande amore. Fu lui a infilarmi l’ago in vena per la prima volta. Ho conosciuto il carcere dopo avere partorito il mio bambino Il carcere è uno schifo. L’unica cosa per cui mi è servito è che ho smesso di farmi. Non accade quasi mai, a me è successo.

Se la vita è una continua privazione l’unica paura reale è quella di diventare come chi è talmente convinto di esser malato e sbagliato che finisce per “lasciarsi mangiare il cervello dagli psicofarmaci, fino a togliersi quella vita che aveva paura di vivere”. Per cui, a sentire le Bad Girls, ben venga il carcere, anche con tutte le sue limitazioni e aberrazioni. Al domani ci penseremo domani.

Non so per quanto tempo sono stata internata in un ospedale psichiatrico giudiziario. Non riesco a ricordare neppure il momento in cui mi hanno rinchiusa, c’è scritto nei documenti. Da quando questo posto è stato chiuso mi hanno incarcerata. Dicono che soffro di strane patologie, ma in sostanza i medici sostengono che io sia pazza.

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