“Gli occhi di Sara” di Maurizio De Giovanni (Rizzoli)

Ed è a questo punto che Sara inizierà a lottare per suo nipote, ricorrendo alla ‘bionda’, (lei, nell’unità, è sempre stata la ‘mora’, e la ‘bionda’ la sua fida collega), ora a capo dell’unità speciale, Teresa Pandolfi, e all’archivio che il suo grande e unico amore, Massimiliano Tamburi, le ha lasciato in eredità, per distruggerlo o proteggerlo, con dei segreti che potrebbero far tremare il paese. Lì vi possono essere degli indizi per seguire la nuova pista, e rincorrere la speranza. Ogni volta che accede all’archivio, ben nascosto, Sara avverte fortissima la presenza di Massimiliano, e il piacere di sentirlo vicino si mischia indelebilmente al dolore per la sua perdita. Perdita che, per molti personaggi di Maurizio De Giovanni, è un aspetto ricorrente. Come lui stesso ci spiega:

La perdita ti cambia, devi accettarla. Dopo averlo fatto, puoi viaggiarci insieme, diventa una compresenza. Se non la si accetta tutto può peggiorare, se invece la si accoglie, diventa una parte di noi che può renderci più forti e più capaci di amare. Massimiliano, per esempio, è una presenza costante per Sara, lei addirittura ci parla, come non se ne fosse mai andato”.

Da qui il romanzo diventa un viaggio affascinante nella storia recente. Un gruppo di giovani studenti rumeni che, nell’Italia del 1990, assiste impotente alla disgregazione del regime comunista nella propria nazione, dopo la caduta del muro, e a una serie di dolorose epurazioni tra le famiglie di provenienza, una pediatra, ex rivoluzionaria, che oggi opera nelle zone più difficili della città, per passione e non per lucro, e un misterioso chirurgo dalle capacità eccezionali: tutto parte da questi personaggi, i cui volti sbiadiscono nelle pieghe degli anni per poi riemergere con prepotenza, intrecciandosi con il passato e il presente di Sara in modo sempre più stretto. A spiegarcelo è lo stesso autore:

La frase citata nel libro, ‘il destino esiste all’indietro’, è una grande verità. Il leitmotiv dei libri precedenti è proprio questo, è come se la soluzione delle storie ci fosse già, nel passato di Sara e nell’archivio che custodisce con dedizione. Citando il famoso Batterfly Effect, per cui il batter d’ali di una farfalla dall’altra parte del mondo può scatenate un tornado agli antipodi, trasponendolo dal livello spaziale a quello temporale, possiamo dire che tutto ciò che è avvenuto nel nostro passato sta originando gli eventi attuali, incidendo su di essi pesantemente. L’azione e la mancanza d’azione possono avere enormi ripercussioni sull’evolversi degli aventi, e lo sanno bene i protagonisti di questa storia, le radici del passato sono infatti i rami del futuro e, inconsapevolmente, attraverso diverse sliding doors, intrecciano in modo inestricabile i propri destini con quello di Sara.

Maurizio De Giovanni, con una narrazione costantemente divisa tra presente e passato, tesse una tela che non ci è chiara fino all’ultimo, tenendoci in fibrillazione. Di pagina in pagina intuiamo, ma non sappiamo, e davvero il finale non si lascia svelare facilmente. Come lui stesso dichiara:

È come se si stesse componendo un puzzle utilizzando un microscopio, soltanto alla fine il disegno, nella sua interezza, acquisisce un senso. Il finale, in questo libro, ma di solito è così, non è stato scritto in partenza. Non sono del tutto autonomo come autore. Scrivo in una totale full immersion, è il personaggio a crescere davanti ai miei occhi, e se a pagina cento i suoi capelli sono neri, non torno mai indietro, non cambio le cose, ma assecondo la storia e il suo evolversi, è come un modello matematico, si sviluppa secondo le sue regole e io lo assecondo. Se ci fosse una costruzione di base, una trama già stabilita, forse la mia scrittura diventerebbe troppo prevedibile. Sara, nelle ultime storie, sta rileggendo il proprio passato e questo la sta facendo crescere. Ha un atteggiamento talmente limpido verso ciò che accade, ha talmente pochi pregiudizi da poter accettare anche dei cambiamenti immensi. Ed è molto autonoma nella sua maturazione. L’unica cosa che ho deciso dall’inizio è stato il suo scendere in campo, fino ad ora era rimasta un personaggio contemplativo: volevo vederla, finalmente, al centro dell’azione”.

Un bravo scrittore sa creare dei personaggi credibili, un grande scrittore è, invece, colui che sa immaginare dei veri e propri mondi, che iniziano ad esistere anche senza di lui. Maurizio De Giovanni ha saputo farlo, non rimanendo imprigionato, tra l’altro, da un singolo personaggio di successo, come poteva accadere, ma creandone sempre di nuovi e sempre più amati, come è avvenuto con Sara Morozzi, un esempio di grande emancipazione femminile, donna forte, non scontata, dalle incredibili qualità professionali, libera anche nella vita privata di autodefinirsi, coraggiosa, e scevra da qualsiasi condizionamento, soprattutto da quelli dettati dai moderni canoni estetici. Come lo stesso autore ci confessa:

Io trovo sempre più intriganti le donne che sono orgogliose di se stesse, mostrando sfacciatamente ciò che sono e la loro età, senza trucco, acconciature sofisticate o tacchi a spillo, donne mature che ridono alla vita con una consapevolezza che le ragazze ancora non hanno. Le trovo davvero affascinanti”.

Ma come lo stesso autore ammette, Sara, senza gli altri personaggi e la città in cui vive, così come il Paese che ha servito e la sua storia recente, non avrebbe profondità.

Non esiste un personaggio così forte da riuscire a sopravvivere all’assenza di un mondo. Senza Pardo, Boris (il cane combina guai dell’ispettore) Viola, o l’unità, Sara non ci sarebbe. È come abitare in un grande condominio e avere le chiavi di tutti”.

Con una maestria mirabile, Maurizio De Giovanni ci emoziona e ci tiene sospesi di pagina in pagina, incrociando il presente dei vari protagonisti con il loro passato e con quello del Paese all’epoca della caduta del regime comunista rumeno e del suo presidente, Nicolae Ceaușescu, con le violente epurazioni che ne seguirono e le ripercussioni a livello internazionale, tra una Cia spietata, un papa che ha rappresentato una delle figure storiche più amate di sempre, Karol Wojtyla, e una città che nasconde, in un edificio malmesso, un’unità speciale dei servizi segreti che sperimenta tecniche investigative all’epoca rivoluzionarie.

‘Gli occhi di Sara’ ha il respiro del grande romanzo, di quelli che si fanno rileggere e che non sbiadiscono nel tempo, ma è anche una lettura cui non si resiste, che si fa scorrere veloce per riuscire ad agganciarne l’epilogo, come in tutti i libri di Maurizio De Giovanni, che stavolta, senza smentirsi, ci stupisce davvero.

E come lui stesso racconta:

Non potrei mai scrivere dell’autofiction, più le storie e i loro protagonisti sono lontane da me, e più riesco a raccontarle. Ma poi nelle storie bisogna entrarci dentro, farsene trasportare. E se cominci a raccontarle dal loro interno, è come se usassi una nassa, anche il lettore vi viene trascinato, e ne viene coinvolto quanto te. Questo è un meccanismo imprescindibile”.

Aspettando il seguito, perché il la per delle nuove avventure si legge tra le righe, si può soltanto augurare buona lettura e buon viaggio nel tempo, per una storia che sa coinvolgere e stupire, dal ritmo serratissimo.

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