“Flora” di Alessandro Robecchi (Sellerio)

Proprio lei infatti, subito dopo l’andata in onda dell’ultima puntata della stagione prima del meritato e vacanziero stop estivo, è scomparsa. E sarà  proprio a Carlo Rossi, dopo averlo fatto ricuperare dalla sua agente con una limousine lunga un chilometro alle 10 di sera, affrontando poi impavidi  il purgatorio delle tangenziali, che il Dominus – il divo massimo, colui alla testa di tutto e tutti della Grande Tivù Commerciale -, affida il compito di indagare. Insomma di scoprire come e perché e fare il possibile per ritrovarla. Ma ahinoi! Altro che compito, perché di tratta di una delicatissima faccenda. Insomma Flora è stata rapita. Intanto  c’è da pensare che  per riaverla  ci sarà da pagare un riscatto. Carlo, visto che come disse il doge veneziano davanti alla flotta turca a Lepanto: « È necessità, et non si può far di manco. » come sempre, si metterà subito al lavoro con la «sua squadra» ovverosia: l’investigatore Oscar Falcone, la sua socia Agatina Cirrielli, ex sovrintendente di polizia, pur  coinvolgendo, per forza gli è indispensabile,  Bianca Ballesi che conosce ogni purulenta piaga del programma di Flora.
Ma poi sarà un vero sequestro o magari un’astuta trovata pubblicitaria? E, se è vero, cosa pretendono i rapitori? La richiesta del riscatto arriva a breve: abbordabile economicamente, appena dieci milioni di euro, ma c’un  bel sovrappiù, un’ora di trasmissione in diretta alle 20 e 30, nell’orario serale di massimo ascolto.  Ma un’ora senza orpelli, pubblicità, né controlli  Libera e basta. Inverosimile. Inammissibile a meno che…
Con il paese in fibrillazione, ormai la  pubblica notizia della scomparsa di Flora ha bucato tutti gli schermi, le radio e naviga gagliarda sull’web, con lo share nazionale di spettatori  a favore ben oltre l’80%, con la minacciata data della  messa in onda che si avvicina,  noi da onniscienti lettori scopriamo che i «rapitori» più che a delinquenti assomigliano a una datata brigata di agitatori surrealisti, con a capo un duo di ferro  che ha inventato un «poetico piano» su ispirazione e in omaggio di un grande artista francese: Robert Desnos (che si legge Denò), poeta e resistente. Nato a Parigi  nel1900, Desnos nel 1919 aderì al movimento dada e partecipò alle prime manifestazioni del gruppo surrealista, soprattutto alle «séances de sommeil» organizzate da A. Breton et Péret. La sua concezione della sua poesia, caratterizzata dalla raffinatezza delle scelte espressive e dal rapporto con un retroterra culturale classico, lo portò nel 1930 a rompere con il movimento surrealista, che accusava di inquinamenti cultural-politici. La sua originalità stava nell’unire l’improvvisazione alla ricerca sul linguaggio. Nel 1928 aiutò il romanziere Alejo Carpentier a fuggire da Cuba, dove il tiranno Machado l’aveva imprigionato. Con lui, fu uno dei pionieri della creazione radiofonica in Francia. La sua carriera alla radio esplose con la realizzazione del feuilleton di immane successo Fantômas (1932). Dal 1934 prese parte  al movimento frontista e aderì ai movimenti di intellettuali antifascisti e antistalinisti. Restò  come giornalista nella testata Aujourd’hui fino a quando gli fu possibile, spendendosi per la resistenza. Denunciato, catturato e infine deportato in Cecoslovacchia, morì  nel 1945 di tifo quindici giorni dopo la liberazione del campo da parte dei Sovietici…
E dunque in un romanzo che mette insieme poesia e suspense e in cui  finiranno misteriosamente intrecciati due mondi molto lontani: la Parigi degli anni Venti, delle avanguardie, delle cave e dei bistrot dove esplodeva la rivoluzione surrealista, tra amour fou e Resistenza, al troppo spesso insopportabile show nazional-populista della tivù dei nostri giorni
Alessandro Robecchi ambienta come sempre il suo 8° Carlo Monterossi, a metà tra noir e passione letteraria, in quella sua Milano, vista con l’ottica del dané a gogò, dei banconi dei bar, dei salotti borghesi, delle scrivanie degli uffici,  ma che si spinge anche fino a sfiorare i marciapiedi e talvolta  si sporge inquieta dalle finestre dei palazzi di periferia.
I suoi romanzi, di solito minuziosi e perfetti come orologi svizzeri,  traboccano di vivida  ironia e boutades che saltano all’occhio nei discorsi e negli stratagemmi letterari. Stavolta  tuttavia mi pare di notare nella storia una punta di distaccata stanchezza. Qualche dubbio in più? Ossignore normale in una persona intelligente e rotta a tutte le stagioni.   Sì, riesco a percepire ancora  l’occhio disincantato e chiarificatore sull’attuale società.
Imperdibile e irrinunciabile per esempio il suo milanese immaginario tocco estivo post pandemia a pag. 106: Oscar investigatore amico di Carlo  è sulla Smart della sua socia ex poliziotta Cirrielli « L’aria calda si muove attorno a loro come in un vortice, perché lei ci dà dentro e fa lo slalom tra le corsie ,ma è inutile, c’è un traffico che se abbandoni il cane arriva a casa prima lui».   Ma…sotto, sotto anche lui è irrequieto. un tantino più incerto sul nostro presente che è già passato e sul nostro domani? Su quello che potrà o dovrà essere un futuro?

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