“Quella di Marinella è una storia vera”

di Elena De Gregorio, ispirato da “La Canzone di Marinella”, di Fabrizio De Andrè

Quanto tempo è passato? Abbastanza, spero. Non sento più voci, il rumore dei loro passi non riecheggia più nell’ampio corridoio. Mi rilasso. Poso una mano sul mio petto, chiudo gli occhi e lascio che la tensione abbandoni uno a uno i miei muscoli. C’è qualcosa di strano però, e con il passare del tempo la sensazione si fa più persistente. C’è troppo silenzio, realizzo. Tento di sentire il mio battito. Niente. Spalanco gli occhi di colpo, il panico che mi stringe un nodo alla gola. Non c’è battito. Sono morta? La mano si sposta di fronte alla mia bocca. Non sto respirando. Cerco di emettere un suono, ma l’aria non esce dai miei polmoni, non passa per la gola. Sento gli occhi riempirsi di lacrime. Non voglio essere morta. Nella mia mente c’è un turbinio di pensieri terrorizzati e nonostante i miei sforzi non riesco ad afferrarne uno abbastanza a lungo per formare una frase di senso compiuto. Come sempre in questo posto, non so quanto tempo passi prima che il pensiero mi colpisca. Se davvero sono morta, mi sarebbe forse possibile raggiungerli? Rimango sdraiata sul freddo pavimento di marmo a contemplare la possibilità. Nonostante le gambe rese inferme dalla paura mi alzo e riesco miracolosamente a non rovinare per terra. I miei occhi scrutano ciò che mi circonda. Mi sembra di trovarmi a Villa Cartarosa, che è la stessa di sempre. Le pareti rivestite da carta da parati rosa antico a cui deve il nome sono ancora in piedi. I lampadari impolverati che non vengono accesi da decenni sono ancora appesi precariamente al soffitto lussuosamente decorato. Tutto sembra fermo, tutto sembra esattamente come l’ho lasciato. Muovo qualche passo incerto verso le scale, verso le candele e il sacco a pelo nascosti sotto di esse. Mi rivedo percorrere questo stesso corridoio nella direzione opposta, solo qualche ora prima. Ripenso alle loro grida, il ricordo tatuato a fuoco nella mia mente. I miei pensieri corrono alle corde appese nell’ufficio del piano superiore, alle impronte insanguinate che ogni notte appaiono sui muri. Penso a come persino di giorno la luce del sole fatichi a farsi strada dentro la villa, a rivelare gli orrori che sono avvenuti in questo luogo. Richiamo alla memoria le mie gambe, il ritmo estenuante a cui ogni notte corrono tentando di sfuggire alla morsa della morte. Ho sempre avuto paura di perdere persone care, perché pensavo che una volta che una vita se ne va, non tornerà. Quante volte negli ultimi cinque mesi ho sperato che fosse così. Quante volte ho sperato che fossero davvero spariti. Quante volte ho sperato che tutto fosse soltanto un brutto sogno, che una mattina sarei stata svegliata dalla risata di Marta o da un cuscino lanciatomi da Andrea. Avrei sentito Maya rimproverarli, e avrebbero battibeccato durante tutto il tragitto verso il salone dove si tiene la colazione. Teneva, devo ricordarmi. Ora nel salone ci sono soltanto tavoli ribaltati e frammenti di vetro e ceramica, i resti del bellissimo servizio.

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