“Lontano da casa” di Enrico Pandiani [Salani Editore]

“Riflettendosi sui vetri, la luce fredda delle lampade nascondeva la città fuori dai finestrini, rendendola distante e impalpabile. In lontananza, appena visibili nel buio, condomini di edilizia popolare e capannoni industriali si ergevano al fondo di terreni incolti. Fuori dai finestrini la città si spogliava poco per volta della sua bellezza, perdeva i colori e le luci delle vetrine eleganti, per vestirsi dell’abito anonimo della periferia fatto di lunghe strade senza storia, edifici industriali e brutti palazzi. Conosceva bene quel quartiere, col tempo ne aveva potuto scavare le differenze sociali e urbanistiche e, assieme a chi ci abitava, si era rassegnato al continuo degrado e al disinteresse che la classe politica aveva dedicato a quella parte di città.”

Jasmina è una di loro. Italiana di origine iraniana e etnica curda è riuscita a conquistarsi “un posto al sole” grazie alla sua attività sociale nel quartiere e al ruolo di insegnante di italiano per immigrati. È lei l’involontario faro intorno a cui tutto ruota, nel bene e nel male. Si ritroverà “costretta” ad affiancare una donna che più distante da lei non si potrebbe immaginare, una poliziotta confinata nel commisariato di quartiere a causa di un provvedimento disciplinare derivante da una condotta discriminatoria. Saranno loro due ad indagare, in modo non del tutto ufficiale, tra alti e bassi nel loro rapporto, sulla morte di un giovane nigeriano, alunno di Jasmine, ritrovato nei giardini pubblici completamente nudo e con segni di tortura. Primo atto di una serie di morti “sospette” sempre a carico dei disereati e degli invisibili.

Intorno a loro si muove l’universo multietnico torinese, con il suo mix di culture che colora il quartiere e che cerca di aiutarsi a vicenda, alla faccia di chi vorrebbe dividere per meglio imporre la propria egemonia. Senzatetto, rom, transessuali, africani in fuga dalle guerre e dalla fame, italiani impegnati nel sociale. Sono tutti quanti pronti a fare la loro parte in nome di una convivenza che possa permettere a tutti uguale dignità. Siamo a Torino, nel quartiere “Barriera di Milano”, alle porte della città, ma potremmo essere ovunque, ormai le città metropolitane sono tutte nelle stesse identiche condizioni. Siamo noi che dobbiamo adeguarci a loro e non il contrario. Perché il mondo non ci aspetta. Sono città che mutano continuamente forma, ma non perdono la speranza, anche se si nutrono di privazioni, di violenza, di soprusi, di povertà ed emarginazione.

C’è sempre bisogno di un nemico, meglio se indifeso, verso cui indirizzare il nostro astio, il nostro odio, la nostra frustrazione. “Non si ha mai la capacità di capire quanto in basso possano arrivare i propri simili. Invece di tendere una mano, è sempre contro qualcuno che ci si avventa, si urla, che si costruiscono muri e si fanno alleanze. Il nemico è come un faro in assenza del quale gli esseri umani perdono l’orientamento, la capacità di pensare e addirittura l’idea stessa della propria identità.” Mentre non abbiamo capito che siamo proprio noi i peggiori nemici di noi stessi. Segno che la soglia di povertà al di sotto di cui occorre intervenire con tempestività non riguarda solo e soltanto l’aspetto economico ma anche quello mentale, cognitivo ed intellettivo.

Quel “Lontano da casa” del titolo non si riferisce solo all distanza dei migranti giunti nel nostro paese dalla loro terra di origine, ma ad una distanza ben più ampia, quella che non permette di considerarli parte di noi, delle nostre esistenze, della nostra vita, presente e soprattutto futura, la casa di cui Pandiani parla è ancora lontana dall’essere pensata, progettata e costruita. Per ora ci sono solo alloggi di fortuna, che difendiamo da chi non ha minimamente interesse a portarceli via, ma chiede solo dignità.

“La sofferenza ti rende trasparente, pensò, è contagiosa e la gente preferisce starne lontano.”

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