“Padova che nessuno conosce” di Silvia Gorgi (Newton Compton)

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Con una chiosa di grande effetto, una sorta di sipario che cala sulla scena, si conclude il primo atto della commedia patavina. E com’era d’uso soprattutto nelle opere serie del ‘700, fra il primo ed il secondo atto, si colloca un intermezzo musicale, un capitolo più breve dedicato alla pavana, una danza che, nel fermento culturale che animava Padova nella seconda metà del XIV secolo, alle corti delle varie famiglie che cominciavano proprio allora a manifestare i primi segni del mecenatismo, si sviluppò e prese il nome dalla città. È curioso scoprire dove, ancora oggi, è rimasta la sequenza dei passi, due lunghi e uno corto che unisce un piede all’altro, che la caratterizzavano (non lo vogliamo però spoilerare).

Col terzo atto la scena si apre in un teatro anatomico. È infatti alla pratica della dissezione dei corpi e alla conseguente nascita dall’anatomia come scienza e materia di studio che l’autrice – in una trattazione scevra di dettagli macabri fini a se stessi ed accessibile a qualsiasi lettore – dedica questa parte del suo libro. Salgono così sulla scena con le loro storie appassionanti in tempi nei quali le guerre, le scarse condizioni igieniche, le contaminazioni portate dagli spostamenti degli eserciti, portavano sfide continue alla medicina, personaggi di importanza storico-scientifica immensa: dal fiammingo Andrea Vesalio, che ricoprì la cattedra a Padova come chirurgo portandovi il suo teatro mobile, temporaneo, contribuendo così a dare la giusta dignità a questa disciplina considerata ancora inferiore alla medicina e fornendo l’assist a Girolamo Fabrici d’Acquapendente per farla riconoscere eguale a quella a Gabriele Falloppio che, dedicando gran parte dei suoi studi alla sifilide (quasi da noir le pagine in cui si parla del terribile morbo gallico, che, dal 1494 quando si ebbe la prima epidemia, ancora oggi fa registrare nel mondo milioni di contagiati fra i 15 e i 49 anni), descrisse per la prima volta un dispositivo che, sperimentato su 1100 uomini, sembrava efficace nel prevenire del tutto il contagio, il linteolum imbutum medicamento (anche la traduzione di questo termine la lasciamo alla piacevole scoperta del lettore).Col tratto rigoroso nelle fonti e scorrevole nell’esposizione che la caratterizza, Silvia Gorgi è capace ancora una volta di coinvolgerci nella lettura di un saggio che scorre come un romanzo storico, toccando le corde più umane dei suoi protagonisti: l’ambizione, l’ostinazione, l’invidia, la passione, la determinazione che sono, appunto, degli uomini. E gli uomini della Padova che nessuno conosce hanno trovato in Silvia Gorgi una regista speciale, appassionata, precisa, attenta al particolare che, non paga delle nozioni classiche e stantie, ha esplorato per noi reconditi tunnel storici portandone in superficie, come tesori del passato, le loro storie

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