“BIANCANEVE NEL NOVECENTO” di MARILU’ OLIVA (SOLFERINO)

#grandangolo di Marco Valenti

Pensavo che con “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre” Marilù Oliva (nella foto) avesse raggiunto il punto più alto della sua produzione letteraria. Era per me impensabile andare oltre quell’avvincente liasion tra tematiche classiche e contemporanee legate alla figura storica della donna.

Mi sbagliavo.

Marilù Oliva è riuscita nella non facile impresa di superare (nuovamente) se stessa, regalandoci un libro ancor più affascinante e ancor più pregno di contenuti. È tutto frutto della sua grande capacità come scrittrice. Il suo riuscire a passare da un genere all’altro, senza chiudersi in comodi schemi che possano garantire un riscontro sicuro dai suoi fedelissimi, sottolinea la sua abilità di riuscire a districarsi in qualunque contesto letterario e la sua propensione a non dare mai nulla per scontato, accettando qualunque tipo di sfida editoriale. È proprio il suo acume come autrice che l’ha portata a realizzare quello che ad oggi mi sento di identificare come il libro più “completo” di tutta la sua produzione. Non c’è però un cambio di rotta da un punto di vista concettuale. All’interno delle pagine di “Biancaneve nel Novecento” – in lizza al Premio Strega – ci sono tutte le tematiche care a Marilù, perfettamente inserite nel tessuto narrativo. Pronte per portarci a tutte quelle riflessioni e a quegli approfondimenti che una lettura di questa portata impone.

Il romanzo racconta la storia di un secolo e lo fa in modo delicato, senza la fredda e spesso didascalica pesantezza dei libri di storia. È un romanzo estremamente carico di significati, che seduce e coinvolge con il suo incedere e la sua voglia di raccontare quel secolo che ci ha visto nascere, crescere e diventare adulti. Possiamo senza paura pensarlo come una sorta di “Pastorale Americana” traslata nel vecchio continente e riscritta al femminile. Paragone sicuramente importante ma che ci sta tutto. Un viaggio attraverso un secolo intero, raccontato tramite la quotidianità, in cui l’accento è giustamente posto su quei momenti meno felici, quelli che (ci) hanno fatto più male. Quelli che permettono però di evitare il ripetersi degli stessi errori in modo ciclico.

“Biancaneve nel Novecento” è un libro che “sfianca” ma ammalia, intenso, a tratti doloroso, ma affascinante per il suo riuscire a portare il lettore a riflettere sugli errori della Storia. Ma anche sulla banalizzazione del male, aspetto da tenere sempre presente, in ogni contesto educativo. È un libro che ci mostra due donne che per quanto diverse per età ed esperienze di vita mostrano il loro lato più forte, più coraggioso. Due donne che non smettono di sperare che dopo la notte il sole torni a scaldare i loro sguardi rivolti al domani. Sono loro due le voci narranti. Separate dal punto di vista spazio temporale, ma unite dalla medesima voglia di non arrendersi. Bianca e Lili ci racconteranno il Novecento, attraverso gli eventi infausti che hanno caratterizzato le loro esistenze, attraverso i loro tentativi per riprendere in mano le redini della vita, cercando di ritrovarsi e resistere alle brutture che il destino ha riservato loro. C’è un filo invisibile che le unisce sin da subito. Entrambe sono in balìa degli eventi, sistematicamente fuori contesto, in ogni situazione e in ogni frangente. Isolate proprio laddove dovrebbero sentirsi più protette. Costrette a crescere troppo velocemente in un mondo che non perdona nulla a nessuno. Sono entrambe proiettate nella ricerca di un qualcuno che possa aiutarle e lenire le sofferenze per un destino apparentemente segnato. Una in lotta contro la morte in attesa, la fame, le umiliazioni e le privazioni all’interno del lager di Buchenwald negli anni ’40 e l’altra in Italia, a Bologna, negli sfavillanti anni ’80, in pieno boom economico, quando ancora tutto pareva possibile e a portata di mano.

Non c’è altra strada che la fuga dalla realtà. Non importa se sia una famiglia disgregata della periferia bolognese o un campo di concentramento nazista. Ognuna di loro cercherà il modo migliore per alienarsi da quello che la opprime. Con i pochi mezzi di cui dispone. La fuga più grande è quella dalla famiglia e da tutte le sue aberrazioni. Dai traumi più o meno consapevoli. Traumi che spesso sono tanto silenti quanto profondi. Dalle ferite che si porteranno dietro per sempre e che non riusciranno a chiudere mai. In “Biancaneve nel Novecento” è forte e netta la critica alla famiglia, alle sue regole ataviche, alla sua staticità e alle violenze non necessariamente fisiche. Sono sostanzialmente le privazioni a fare i danni maggiori in seno ai nuclei famigliari. Sono questi i punti di partenza per le scelte sbagliate che verranno.

“Biancaneve nel Novecento” cerca di esorcizzare il Male, provando ad interrompere la propagazione delle conseguenze dei gesti che lo generano. E al tempo stesso cercare il lato positivo anche nelle situazioni peggiori. Marilù Oliva ci invita a perseverare e a credere che un barlume di speranza possa esserci, sempre e comunque. Toccherà a noi cercarlo e conservarlo con tutta la cura possibile. E restando in argomento le due protagoniste ci insegnano come la morte non sia il male peggiore in assoluto. Anche perchè è lei stessa a sottolineare come “Perfino l’inferno può sembrare attraente quando sei costretta a morire giorno dopo giorno come una bestia affamata e infreddolita”.

Per quello che mi riguarda, al di là della forza narrativa e della profondità delle tematiche trattate, ciò che ha reso intrigante la lettura è stata la continua trasposizione tra me e Bianca. La nostra interscambiabilità è figlia di una quasi coetaneità. Lei è di qualche anno più giovane di me, ma abbiamo sostanzialmente vissuto gli stessi momenti storici. È stato quindi impossibile non immedesimarsi in lei e non rivivere tutti quegli eventi che hanno scritto la storia del Novecento. Ricordo perfettamente dove fossi e che cosa stessi facendo in ogni momento storico raccontato. È questo il bello del secolo scorso, quel legame inscindibile con la storia del nostro paese. La Storia di un’epoca irripetibile, dei grandi cambiamenti, delle edizioni speciali dei telegiornali quando ancora la tv era in bianco e nero, e teneva milioni di italiani incollati agli schermi come per le partite della nazionale di calcio.

C’è infine un’ulteriore nota di merito da assegnare a Marilù Oliva. Uno dei pregi del romanzo sta nell’aver portato alla luce le vicende legate ai bordelli all’interno dei campi di concentramento tedeschi. Aspetto fino ad ora quasi del tutto sottotaciuto anche dalla storiografia ufficiale. Segno inequivocabile che ad ogni latitudine e in ogni epoca la donna ha sempre dovuto patire pene superiori a quelle dell’uomo. Anche laddove l’umanità ha mostrato il suo peggio, alla donna era riservato un trattamento se possibile ancor peggiore. I tempi alla fine non sono cambiati poi di molto…

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