“E qualcosa rimane” di Nicoletta Bortolotti (Sperling & Kupfer)

Papà disteso sul parquet della nostra camera a costruirci una casa di Lego. Un edificio dalla planimetria irrequieta dei sogni, con le persiane verde muschio e le tegole fragili, che non stanno mai su. Milano appannava i vetri di tenebra arancione. Quando lui se ne andò eravamo ancora bambine. Te lo ricordi papà, capace di piangere perché da lontano non sentiva più il nostro odore.  Capace di lavorare da morire e bere da morire. C’erano cose che papà trovava normali: avere simultaneamente tre amanti, di tre nazionalità diverse. Finlandia. Giappone. Germania.”

Ogni capitolo si presenta con l’anno in cui i fatti riferiti si svolgono, con una brevissima rassegna degli avvenimenti politici e culturali che lo hanno segnato e una descrizione delle capigliature sfoggiate dalle tre donne di casa in quel momento: la mamma, l’autrice e Viola.

Sì, perché questo libro è tutto un dialogo immaginario che la sorella maggiore, Margherita, rivolge, tra detti e non detti, fughe, abbandoni, e ritorni imprevisti, alla sorella Viola, la più fragile, la più piccola, quella con il vento dentro, che non si è mai adattata, che non si è presa delle responsabilità e che per anni è capace di non dare notizie per poi telefonare, come se nulla fosse, per commentare gli ultimi episodi della soap Beautiful o di Un posto al sole, senza parlare di sé, di dove si trova, di come vive, condannando la sorella maggiore a una continua pena, a quel triste senso di disgregazione che dopo il doloroso divorzio dei genitori, e il trasferimento del padre nell’assolato ed esotico Brasile, non ha più taciuto la sua voce.

Lo stile è immaginifico, la narrazione sempre in bilico tra ricordi e sensazioni presenti o passate, ricco di aggettivi, descrizioni evocative e metafore prese dal regno naturale, similitudini che spiegano le dinamiche affettive citando racconti spesso tratti da un’etologia affascinante.

“Mi sei mancata sempre, percepivo i tuoi movimenti oltre gli anni, udivo la tua presenza furtiva far crepitare i rami come una volpe che mi seguiva lungo un sentiero parallelo. Le tue azioni opposte e simmetriche. Mi sei mancata così, anche quando ero troppo arrabbiata per dirtelo, perché tu ti fai amare e odiare, perché sai riempire la vita delle persone e a un tratto te ne vai.

Tu e papà, l’affascinante regno dei gatti. Io e la mamma, il tedioso regno dei cani.”

E sarà proprio durante una di queste telefonate così stranianti, in cui la gioia del risentirsi si mischia con la paura di perdersi nuovamente e di non potersi afferrare, di non poter stringere la presa, che Viola le dirà di doverle confessare una cosa importante, che non si può dire per telefono, e che vorrebbe passare un weekend insieme, al mare, per poterle spiegare.

In tutto il libro, mentre questa vacanza si dipana, si vive l’attesa della rivelazione, l’ansia di cosa possa essere e comportare. Una malattia, un guaio grande in cui si è impelagata, un segreto inconfessabile? Una vacanza in cui Viola, da sempre latitante, e per la cui assenza la madre batteva i pugni sul tavolo dalla sofferenza, piomba come una scheggia del passato nella vita di Margherita,

La decisione di partire, per chi è rimasto e si è sempre preso le proprie responsabilità, non è facile. Margherita ha il conto in rosso, un marito che ha perso il lavoro e che deve affrontare l’ennesimo colloquio di lavoro, e due figli piccoli che sono immensi pozzi di attenzione. La sua natura responsabile e dedita alla famiglia la farà sentire lacerata tra il senso di protezione verso la sorella e il suo ruolo di madre. Alla fine deciderà di vivere questa occasione del tutto unica, per sapere, per riallacciare questo amore sfilacciato, caduco, così complesso eppure fortissimo, nutrito da affetto incondizionato, rancore represso per i continui abbandoni e sensi di colpa per una sorella minore che forse non si è protetta abbastanza.

“Possono essere madri, padri, sorelle, amici, parenti, cani o gatti, persone o animali con cui abbiamo percepito una familiarità improvvisa, per le quali abbiamo provato un’intraducibile attrazione o con cui ci siamo sentiti finalmente a casa. Non è detto che queste anime condividano con noi valori, opinioni o interessi. L’alchimia delle reciproche sostanze è di una natura sottile e misteriosa. In realtà queste anime ci ricordano sempre qualcun altro, in un’infinita catena di rimandi. Incontri di una vita, di una stagione o di un’ora.”

Riallacciare i rapporti, sanare le ferite, riconciliarsi con l’amore negato, è poi mai possibile?

“Cosa ne sai tu della mia vita, Viola?! Che ne sai di… Monta l’oscuro di una rabbia potente, impotente.

Vorrei spiegarti, raccontarti che la mia vita è una corsa incessante per tenere insieme cose che non stanno insieme come gli ingredienti di una maionese impazzita. Una corsa incessante che poi quando per un istante placo l’affannare, mi chiedo: E la vita? Dove l’ho lasciata? Era qui, da qualche parte, mentre stavo togliendo le briciole dal copridivano…”

Senza svelarne il finale, questo romanzo, come una fine ragnatela di emozioni, ricordi, riflessioni e intensi momenti di confronto, è tutto da leggere e da scoprire, per esplorare e fare pace con tante cicatrici che ognuno di noi si porta dentro, che erano già in germe alla nostra nascita, per il nostro carattere e le inclinazioni più profonde che con gli anni prendono corpo e dividono, o legano a sé le persone. Io, da donna cane, ho rivissuto insieme alla protagonista tante dinamiche in cui la vita mi ha calata. E da madre, ho trovato illuminanti queste parole:

“Quando i figli erano neonati, l’orlo tagliente della fatica si addolciva nel rituale impegno del fare, privo di aspettative, ignaro del risultato. Se i bambini fossero torte, Viola, questa è la fase operativa in cui le madri si accingono a impastare e amalgamare gli ingredienti, senza alcuna ricetta che indichi le corrette percentuali. E un giorno i figli hanno vent’anni, la torta viene estratta dal forno, raffredda, e le madri infine l’assaggiano. Ne valutano pregi e difetti. Scoprono che forse sarebbero stati opportuni più zucchero e meno cioccolato, il tuorlo in luogo dell’albume, minori o maggiori tempi di cottura. Ma ormai quello che è fatto è fatto, il dolce risulta un po’ bruciacchiato ai lati, o in certi punti ancora un tantino crudo, non abbastanza gustoso o dal sapore eccessivo. E allora alle madri non basterà la vita per accettare il piccolo grande imperfetto della loro torta e per dire ugualmente al mondo, per dire a tutti coloro che cercheranno di convincerle del contrario, questa torta ha un sapore intatto, un sapore non ancora nato, la amo in qualunque modo sia venuta, perché l’ho preparata io, è l’unica torta che ho, l’unico respiro per cui respirare.”

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