“Se è così che si muore” di Sara Magnoli (Bacchilega Editore)

Per le forze dell’ordine, agisce il vicequestore di San Benedetto, Maddalena Scuro, anche lei vittima di una ferita che non riesce a cicatrizzarsi. Ha perso il compagno, anche lui poliziotto, ucciso in un’azione, anche lui, come Fulvo vittima del suo lavoro, della serietà e dell’abnegazione con il quale lo svolgeva. E, come Lorenza, anche lei si ritrova al fianco un uomo che le sa offrire un’amicizia disinteressata e curativa. Luciano Mauri, commissario di Busto Arsizio, è a San Benedetto in vacanza, in visita alla sorella, ma non riesce a non affiancare la collega. E non perché pensi che lei non possa farcela da sola, anzi, ha piena stima della sua competenza professionale, ma perché sente che è psicologicamente debole, che è sola, che ha bisogno di un appiglio per non cadere.

L’indagine sulla donna caduta dal balcone viene portata avanti da quel gruppetto, di cui è Mauri, conoscente di tutti, a fungere da perno interrelazionale. Uno scambio delicato che deve giocare secondo le regole del segreto professionale della polizia e del diritto d’informazione della stampa, senza contare l’abilità dei giocatori e soprattutto l’indomita determinazione dei giornalisti pronti anche al bluff per vincere lo scoop.

Sara Magnoli in libreria con il nuovo giallo, "Se è così che si muore"

Dall’altro lato della barricata, non solo la “semplice” malavita, fatta di spacciatori, protettori, sedicenti mediatori, come il viscido agente della vittima, ma il Male con la M maiuscola. Perché Andon Gyarpëri è, per molti dei protagonisti, il Male. Non solo per Maddalena, che fatica a trattenere la rabbia e l’odio che la beffarda ipocrisia dell’uomo le suscita durante l’interrogatorio, non solo per Mauri che lo aveva fatto incriminare alcuni anni prima, a Milano, durante un’indagine che aveva condotto a lui per un losco traffico di sfruttamento di ragazze, mascherato da società di logistica e trasporti. Ma, soprattutto, Andon è il Male per suo figlio, Vasili, arrivato con lui in Italia dall’Albania, quando non aveva neanche vent’anni, strappato alla madre che adorava, con l’accusa di essere figlio di qualcuno che si era approfittato di lei, un figlio non riconosciuto, non accettato, detestato, disprezzato, allontanato per dispetto dalla donna che lo aveva tradito, Elona, figura eterea che aleggia su tutto il romanzo con il soprannome che il figlio le dava da bambino, Fatabella, che richiama uno spirito buono, protettore, prima vittima di quel Male personificato in Andon.

Altri personaggi entrano nel gioco prima come comparse, poi sempre più incisivi, fino a diventare determinanti. Al contrario, uno di essi, svolge un ruolo decisivo nelle prime pagine, generando il primo colpo di scena, per poi giocare di sponda, nel seguito degli eventi: la vittima si chiama Valmira Tosches, una studentessa albanese residente da anni in Italia, con la quale era stato fidanzato otto anni prima. Ma quando chiede ed ottiene dal vicequestore il permesso di vederla, con un misto di sollievo e rimorso, si accorge subito che non è lei. La donna registrata in hotel come Valmira Tosches non è la Valmira che lui ha conosciuto. Si fa presto luce sulla sua vera identità. Drina Balan, moldava, arrivata in Italia ancora ragazzina, era finita nel giro di sfruttamento, droga, prostituzione che gravava intorno ad una commistione tra criminalità locale italiana e criminalità organizzata albanese.

Ma in questa storia non c’è solo il Male. C’è anche il Bene, anch’esso con la B maiuscola, personificato nel sacerdote padre Mimmo, dell’hinterland milanese, che aveva conosciuto anni prima, sia Drina Balan che Vasili. Li aveva conosciuti fuggiaschi, spaventati, transitati presso quella sua comunità di disperati che lui accoglieva sempre e comunque, per un giorno o per anni, finché avessero avuto bisogno di sentirsi al sicuro, senza chiedere nulla, né da chi, né perché fuggissero. Una vita dedicata agli altri, completamente al servizio dei deboli, dei rinnegati da una società che li aveva inglobati nelle sue file peggiori, tirando fuori il peggio di loro.

Con rabbia e commozione, quasi a voler gridarne il dolore dando voce alle sue vittime, l’autrice denuncia le efferatezze di un piano criminoso dai mille tentacoli: “la malavita allogena e quella autoctona erano in perfetta simbiosi, occupando quegli spazi lasciati vuoti da organizzazioni smantellate da precedenti operazioni di polizia. Tanti satelliti più o meno collegati tra loro lungo tutta la penisola italiana, spesso in affari con la criminalità organizzata e le associazioni mafiose ben radicate. Ma senza alcun vertice. Se le cose sembravano andare male, gli schiavi potevano essere venduti ad altri gruppi. Un giro d’affari e di denaro da riuscire a sanare il deficit pubblico”.

Se con rabbia e commozione la Magnoli scaglia le proprie accuse, con languida tenerezza esalta la capacità di conforto e accoglienza del mare, il mare di San Benedetto del Tronto, sfondo dell’intreccio e meta dei suoi protagonisti che cercano sulle sue rive, nei pressi del faro, un abbraccio consolatorio. Quel mare lo sa offrire, paziente e placido, accogliendo le loro passeggiate solitarie. In più capitoli, inframmezzati alla storia e intitolati Promenade, una voce narrante restituisce sensazioni antiche che quel luogo sa risvegliare in chi sa cogliere la sua natura immota ma non insensibile; chi racconta la sua promenade al faro potrebbe essere Lorenza, che è l’unica voce narrante in prima persona; ma potrebbe essere anche Maddalena o Sara, altra figura fondamentale della storia, fragile, insicura, incapace di trovarsi; comunque, una donna che sta cercando quiete. E sulla spiaggia le accoglie la Madonna del Mare, la statua che “ti apre le porte del molo, porgendoti un sorso d’acqua dal palmo delle mani (…). Protegge chi parte. Protegge chi torna. Protegge chi resta. Non c’è donna che non abbia lasciato un po’ del suo cuore nella madonna bianca che culla un bambino destinato a salpare. Che culla una bambina destinata a salpare. Perché non c’è donna che non sia figlia, o madre, o moglie, o sorella, o compagna”. E per ogni donna, è “come se quella statua, quell’acqua, fossero non un semplice passaggio, ma una condizione essenziale per arrivare al faro”. Ed il faro è una conquista, il punto di arrivo e di ripartenza.

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