Ipotesi inedite sull’origine della civiltà

I due studiosi propongono un percorso sulla preistoria e sulla protostoria che sembra mettere in discussione le certezze del mondo accademico e mettono in campo nuove ipotesi sull’evoluzione delle culture umane a partire dal Neolitico.

Secondo questi ricercatori, l’impatto con una cometa o una meteora avvenuto 12.800 anni fa avrebbe causato attorno all’11-10 000 a.C. un repentino raffreddamento del clima: le temperature difatti crollarono improvvisamente dagli 8 ai –15 gradi centigradi, il bacino di acqua, la calotta glaciale Laurentide, formatasi intorno a gran parte dell’America del Nord e del Canada, precipitò nell’Oceano Atlantico causando uno tsunami di dimensioni colossali, provocando la fine della cultura di Clovis e dando l’avvio al periodo di raffreddamento del Dryas Recente.

Queste terre in un’epoca preneolitica, prima dello scioglimento definitivo dei ghiacci, erano fertili e vaste, ubicate nell’Oceano Atlantico e, a causa di un rapido innalzamento dei mari, vennero in parte sommerse da un progressivo impaludamento. Da queste terre nel corso dei millenni, una ricca e raffinata civiltà neolitica sarebbe fiorita e avrebbe raggiunto l’apogeo, influenzando il bacino del Mediterraneo. Addirittura, secondo la teoria dei due autori, la splendida civiltà minoica (cretese) sarebbe il frutto di un’espansione culturale e commerciale delle genti originarie dell’Haou-Nebout. Le isole Britanniche e lo stesso arcipelago delle Canarie sarebbero i resti di queste civiltà e avrebbero potuto fungere da ponte tra l’Eurasia e l’America.

Gli stessi “Popoli del Mare” o “I Popoli delle Isole del Grande Verde”, come li chiamavano gli Egizi, sarebbero l’ultimo baluardo di una cultura antichissima, in fuga disperata da una metropoli-città madre in seguito a un collasso geofisico.

Gli studiosi Widmer Berni e Maria Longhena mettono in discussione sia l’origine Kurganica degli Indoeuropei ipotizzata dalla linguista e archeologa lituana Marija Gimbutas sia la teoria secondo cui il Neolitico sarebbe nato nella Mezzaluna Fertile attorno al 9000 a.C. I due autori sostengono che non sono i Mesolitici a trasformarsi e ad evolversi, ma i Neolitici si sarebbero sovrapposti ai Mesolitici già del tutto armati della loro conoscenza, con un’efficace tecnica di agricoltura, con animali domestici lungamente selezionati e sementi modificate geneticamente. Questi Neolitici non erano agricoltori alle prime armi, sarebbero prediluviani scampati al disastro! Gli scavi intorno al santuario megalitico o vero o proprio tempio-complesso cerimoniale di Göbekli Tepe in Anatolia lo dimostrerebbero, il sito sarebbe un progetto realizzato 7000 anni prima delle piramidi e non sarebbe potuto nascere dal substrato mesolitico dei cacciatori-raccoglitori, ma sarebbe “una prova di elevate conoscenze tecniche e di raffinato senso artistico, di una struttura sociale complessa legata ad un culto organizzato” (pagina 24).  La stessa Çatal Hüyük sarebbe forse la culla di una civiltà ancora più antica, precedente a quella della Mezzaluna Fertile. I due studiosi, tra l’altro, sono a favore dell’ipotesi di un’unica origine linguistica ancestrale, genitrice sia della famiglia indoeuropea sia di quella semitica, uralo-altaica, kartvelica. L’Atlantico potrebbe vantare i più antichi elementi germinativi della civiltà e quindi non l’Oriente, né l’Egitto, né tanto meno il Mediterraneo, come a lungo si era creduto. La direzione della civiltà sarebbe quindi da Occidente verso Oriente e non viceversa?

I due ricercatori sostengono che ci sarebbero stretti contatti tra Malta, Gozo e l’universo atlantico Nordeuropeo come dimostrerebbero la diffusione della pratica della scarnificazione, del culto della luna e del toro.

Potremmo chiederci: esisteva davvero una civiltà megalitica, fiorita tra il VII e il V millennio? La storia va riscritta? Chi erano i misteriosi Pelasgi (“coloro che percorrevano il mare” secondo Erodoto) che parlavano il luvio, la prima e più antica lingua indoeuropea?

Secondo i due autori i Fenici non sarebbero i primi grandi navigatori, ma sarebbero gli ultimi discendenti degli Haou-Nebout.

I due studiosi cercano di aprire una via di interpretazione alternativa basandosi su testimonianze, ipotesi concrete e facendo riferimento a molti documenti.

Come spiegare la nascita dell’età del Bronzo in un’area come il Mediterraneo dove lo stagno era assente? È possibile che i Pelasgi ne possedessero il segreto e la tecnologia? E come facevano i Minoici e i Pelasgi in generale ad utilizzare l’ambra baltica?

Secondo Berni e Longhena i Pelasgi facevano parte dei Popoli del Mare. Ma da dove provenivano queste misteriose genti? Gli Egizi facevano riferimento ad una sorta di “Terra delle Origini” a cui attingere per l’abbondanza di materie prime. Gli inni cosmogonici, le formule universalistiche, i testi sacri e religiosi degli antichi Egiziani ponevano l’Haou Nebout alla radice della civiltà umana, alla base del genere umano e consideravano come limite dell’universo terrestre il Sin-wur, il Fiume Oceano. Haou-Nebout faceva parte della lista dei Nove Archi e veniva descritto come un universo di isole abitate da numerosi popoli, posto in Oceano, agli estremi occidentali e settentrionale dell’Ecumene terrestre. Nei testi egiziani del 1700 a.C. Haou-Nebout apparve come il luogo da cui provenivano i nemici. Per gli Egizi l’invasione del mare era causata da numerosi popoli dell’Haou -Nebout di cui facevano parte i Minoici, gli Ittiti, i Mitanni, i Filistei, gli Achei (cioè Greci), gli Etruschi o Tursha, i Sardi, i Siculi, i Lici, i Dani e altri ancora. Sulla base di questi documenti e altri ancora, passati in rassegna dai due autori, gli Haou-Nebout pertanto non possono essere assolutamente identificati con le isole egee o isole dei Greci, citate e interpretate ambiguamente anche nella stele bilingue di Rosetta.

Questi Haou-Nebout secondo gli autori sarebbero gli Indoeuropei originari!

Verso il 3500 a.C. si sarebbe realizzata la prima ondata indoeuropea rappresentata dalla fase luvio-pelasgica, una seconda ondata indoeuropea dalla madrepatria ancestrale di tutti gli Indoeuropei sarebbe poi stato il ceppo indoiranico degli Ittiti, Cassiti, ma soprattutto dei Mitanni la cui lingua è la diretta genitrice del Sanscrito e dell’Avestico. Tra questi Indoeuropei della seconda ondata sarebbero annoverati anche gli Hyksos! “Il grado di civilizzazione espresso da queste genti è troppo sofisticato e all’avanguardia, del tutto incompatibile con la provenienza dell’area Kurganica, delle steppe ucraine dove il livello culturale era quello di un primitivo seminomadismo” (pagina 124). Secondo questi studiosi il ceppo indoiranico sarebbe collegato con il greco, con il frigio, con l’armeno e addirittura col gruppo celtico.

La diffusione degli Indoeuropei sarebbe avvenuta via mare, la patria degli Indoeuropei non sarebbe quindi uno dei territori euroasiatici conosciuti. I Minoici non sarebbero preindeuropei come si è a lungo creduto e nemmeno gli Etruschi sarebbero mediterranei o autoctoni. Gli autori classici stessi in gran parte consideravano gli Etruschi un popolo pelasgico e quindi il popolo tuscio avrebbe parlato una forma arcaica di luvio. Secondo Berni e Longhena l’opera sapienziale dei Veda, in cui è raccolto il pensiero indoiranico, sarebbe un prodotto di una cultura marittima e non agropastorale.

Le piante del potere in culti dell'antichità: la civiltà dei Chavin -  cieliparalleli

Chavín de Huántar, Perù

Haou-Nebout, quindi, sarebbe la terra originaria dei popoli indoeuropei. I Popoli del Mare non abitavano e non vivevano all’interno o ai margini della regione egea, l’attacco di queste genti provenne da Occidente e a Occidente andrebbe localizzata la patria dei Popoli del Mare; gli Haou-Nebout come gli Shardana (Sardi), i Shikelau (Siculi), i Denien (Dani- Danai), i Tjekker (Sakar o Teucri), i Peleset o Filistei, i Weshesh o neoittiti non erano in realtà bande piratesche, erano in realtà gruppi organizzati, superiori sul mare, numerosi. Il capostipite universale delle città doriche secondo il mito greco è l’Oceano. I Dori, dunque, erano Popoli del Mare

Eracle appare la figura emergente e più celebrata dai Popoli del Mare. Dai Popoli del Mare provengono l’atteggiamento federalista delle poleis, il segreto delle spade terribili di ferro, l’alfabeto.

I due studiosi citano l’orientalista e semitista Giovanni Garbini, ex ordinario di filologia semitica dell’Università La Sapienza di Roma, il quale nel 1997 aveva analizzato a lungo i Filistei, i biblici sopravvissuti delle isole. I Filistei, non i Fenici sarebbero approdati per primi nel Mediterraneo e in Sardegna, lasciando poi agli Etruschi il predominio del Tirreno.

Il culto lunare testimoniato dalle vicende mitologiche delle Gorgoni, delle Amazzoni, è collocato da Diodoro Siculo nell’Oceano Atlantico. Il monte Atlante sarebbe il Pico del gigantesco Teide sull’isola di Tenerife. La Palude Tritonide dei Greci sarebbe il Nebout egiziano e il monte Atlante sarebbe nei pressi delle isole Canarie. La mitica figura di Perseo che decapita Medusa senza guardarla grazie all’uso di uno specchio potrebbe anche trarre ispirazione dalle inquietanti sculture della sierra andina le quali sembrano riprodurre le mitiche Gorgoni. Infatti, il professore Enrico Matievich dell’Università di Rio de Janeiro ha suggerito che l’effige scolpita nella pietra e raffigurante una spaventosa divinità nel labirinto del tempio peruviano di Chavín rappresenti ciò che sta all’origine della Gorgone della mitologia greca.

Possiamo chiederci: questi miti transoceanici si sarebbero diffusi attraverso le peregrinazioni tra Mediterraneo e Oceano?

Gli Haout-Nebout, queste remote regioni percorse da immani catastrofi naturali, venivano detti dagli antichi Egiziani anche Isole del centro del Gran Verde o Isole del Grande Circolo o i Paesi Nordici. Gli Haou-Nebout si potrebbero identificare, oltre che con i Pelasgi, anche con i mitizzati Iperborei che vivono al di là di Borea, il vento del Nord? Il vocabolo Haout-Nebout indica nei testi egiziani le terre al di là del Nebout almeno sino all’epoca saitica e tolemaica della storia egiziana. Il termine Nebout evocherebbe anche il Duat-il luogo ultraterreno a cui si accede in barca, come è suggerito pure nei concetti di pelago, caos e anche nel significato del verbo impelagarsi.

I due autori Berni e Longhena citano come fonti Annone, Imilcone, Pitea di Marsiglia. Che cosa incontrarono realmente questi geografi? L’estrema Thule è l’Islanda? Il Periplo di Scilace di Carianda allude davvero ad una eutrofizzazione dell’Oceano Atlantico? Ricordiamo che anche per i Greci il regno degli Inferi era situato nell’area atlantica prospiciente a quella tartessica.

Creta poi è solo l’isola di Minous? In realtà sarebbe solo una colonia della più grande Keftiou, la più grande potenza marittima conosciuta, considerata geograficamente lontanissima dall’Egitto, semplicemente il paese dell’Haou-Nebout (Sergio Donadoni), il centro del mondo, l’ombelico della terra?

Tra i Popoli del Mare bisognerebbe considerare i Pelasgi, i Lelegi, i Cari, i Lici, i Tirseni, i Cicladici, i Troiani, i Minoici. Questi sarebbero i primi indoeuropei. Da queste genti proverebbero la cultura matrilineare pelasgica preolimpica, la paternità pelasgica delle costruzioni ciclopiche, il culto di strane divinità teriomorfe.

A questi primi indoeuropei sarebbero seguiti gli indoiranici del II millennio, approdati verso il 1750 a.C. nell’area siro-palestinese e sarebbero l’avanguardia dei Mitanni in Medio Oriente. Questi nuovissimi europei avrebbero introdotto il cocchio leggero con ruote a raggi trainato da cavalli.

Le due ondate migratorie indoeuropee andrebbero distinte e già gli Egizi differenziavano gli Haout-Nebout delle isole da quelli dell’Asia.

I Popoli del Mare riversati lungo il Mediterraneo sarebbero migrati forse anche verso la costa americana, di cui gli abitanti conservarono il ricordo nella tradizione mitologica col nome di Tollan e Aztlan (Atlante?). Le Isole in mezzo all’Oceano potrebbero essere state un luogo di provenienza delle civiltà amerindiane.

I due autori Berni e Longhena raccolgono indizi a conferma dell’esistenza di radici che accomunerebbero l’origine delle civiltà del Vecchio e del Nuovo Mondo e passano in rassegna alcuni idronomi, i toponimi, le radici POT (Potomac richiama il potamos-fiume greco), LIM, RUMA, MAR, i sostantivi impiegati dagli Aztechi, Maya e dagli Inca delle Ande per indicare i termini casa e tempio. Il termine Huaca sembra collegata alla parola greca Oikos.

L’origine transmarina Haou-Nebout dei popoli indoeuropei secondo Berni e Longhena sarebbe acclarata, ma il libro non è soltanto una ricerca intorno a questa ipotesi interpretativa.

Il volume ci informa che la Sfinge sarebbe più antica del 6000 a.C. in quanto porterebbe i segni di antiche erosioni causate da acque torrenziali e ci parla di varie testimonianze e fotografie relative a numerosi scheletri giganteschi dissepolti nel Mound degli Stati Uniti, alti originariamente tre metri e trenta centimetri con 24 dita e con una doppia fila di denti. Che fine hanno fatto questi resti che lo Smithsonian Institute avrebbe dovuto conservare?

I due studiosi, oltre a citare tra le fonti Plinio il Vecchio, Tacito, Diodoro Siculo, il De Facie lunae di Plutarco, il “Latium Vetus” dell’Eneide virgiliana, menzionano anche Platone, il quale racconta la favola dello sprofondamento di Atlantide nel Timeo e nel Crizia. Secondo i due autori questo inabissamento sarebbe avvenuto verosimilmente verso il 9500 a.C. Platone nei suoi dialoghi parla di sopravvissuti di una civiltà prediluviana: il filosofo greco confermerebbe forse la genesi del Nebout?

Il volume dei due studiosi risulta molto intrigante, affascinante e sicuramente insieme alla monumentale e discussa opera di Mario Alinei cerca di rispondere ad alcuni enigmi irrisolti che riguardano le glaciazioni, il Mesolitico, il Neolitico e anche l’origine dei popoli indoeuropei.

Emergono infatti da più parti le considerazioni di diversi studiosi appartenenti a vari indirizzi che ci segnalano come le nostre certezze debbano essere rivedute, tenendo presente anche la realtà dell’ultima glaciazione che i nostri antenati hanno vissuto. Durante la glaciazione molti territori settentrionali non erano abitabili!

Aspettiamo con trepidazione il secondo volume di queste ricerche e chiediamo ai due autori anche di gettare qualche luce sul misterioso ruolo del popolo sumero nella storia antica mondiale.

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