“Ma il bel Danubio blu” di Maria Teresa Angelini e Eleonora Papp (Giraldi)

Praticamente relegato a letto per due settimane, non vede nulla di Budapest e dell’Ungheria, tranne il solo Danubio che scorre sotto la finestra della sua camera. Non vede nulla, fisicamente, ma dai racconti dei personaggi che, come su un palcoscenico teatrale, si alternano intorno a lui, s’impossessa della cultura sociale ungherese, dei suoi riti, costumi, cibi, proverbi; e soprattutto dei suoi problemi sociali, della complessità delle relazioni coniugali spesso fondate su questioni di denaro; del sistema burocratico che regola i permessi di espatrio, le borse di studio, le iscrizioni all’università, rendendo spesso talmente difficile il superamento di tutto l’iter, da scoraggiare i meno ferrei nelle loro aspirazioni; di quel socialismo che in Ungheria, per quanto meno restrittivo che in altri paesi, ha costruito dei muri dividendo famiglie e trattenendo la crescita individuale; della rete di relazioni parentali che, forse anche in conseguenza a quei muri imposti, si sono strette ancora di più con vincoli di disponibilità assoluta. Ed in quella rete, da subito, senza quasi capire perché, si trova compreso anche lui, trattato come un parente, amato e rispettato come un amico di vecchia data. E quando, dopo la parotite, si prende anche la varicella (che probabilmente gli aveva attaccato qualche bimbo della scuola), la famiglia continua ad ospitarlo senza alcun dubbio o remora, come fosse uno di loro.

Nei giorni passati presso i Venetianer, Dino è al centro di un reticolo di dialoghi con i quali, i suoi ospiti gli trasmettono oralmente, come antichi aedi, il proprio patrimonio culturale sotto forma di storie personali, aneddoti, pettegolezzi, confessioni. Sono dialoghi naturali, nel semplice e credibile linguaggio quotidiano. Ne emerge un affresco sapiente e ammaliante di una società che è stata capace di preservare, attraverso le maglie strette del governo socialista e con la pazienza millenaria di chi si è dovuto abituare a fare i conti non solo con la vita ma anche con la storia (“i mulini di Dio macinano lentamente”), la propria natura originale, i propri usi e costumi, le proprie tradizioni,  e soprattutto i propri punti di forza: “Quelle persone che parlavano intorno a lui erano in grado di conversare per ore in lingua straniera. Vivevano in situazioni di difficoltà, ma non stavano a piangersi addosso. Erano più poveri nell’abbigliamento, ma avevano tanta ricchezza dentro, tante risorse”.

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