“L’inverno della fame” di Harald Gilbers (Emons Gialli tedeschi)

Sul comodino della Rambaldi

Harald Gilbers – Monaco di Baviera – prima di diventare regista teatrale ha lavorato per la televisione. I suoi  romanzi:  I figli di Odino, Atto finale e La lista nera, con protagonista il commissario Oppenheimer, hanno ottenuto premi prestigiosi e sono tradotti in otto lingue.

“Oppenheimer inarcò le sopracciglia. “Si è buttato di sotto?”

“Bé, di certo non è morto per avvelenamento da funghi” ridacchiò Ziehm.

Oppenheimer si sforzò di sorridere. In realtà il numero delle persone morte per avvelenamento da funghi era drasticamente salito negli ultimi tempi. Data la difficile situazione alimentare, in tanti cercavano di approvvigionarsi direttamente dalla natura per avere qualcosa in più da mangiare, e ovviamente c’erano anche diversi commercianti senza scrupoli che al mercato nero vendevano qualsiasi tipo di funghi…

“Tornando seri”, proseguì Ziehm “pare che nessuno l’abbia visto sulla piattaforma panoramica della torre. È caduto dal cielo all’improvviso e si è schiantato sul marciapiede.”

Ursula Hinze osserva il cadavere raggomitolato nel suo salotto. Il marito col coltello insanguinato in mano tenta di tranquillizzarla con un andrà tutto bene, ma quello che ha sempre considerato la sua anima gemella le appare di colpo estraneo.

Nel novembre del 1947, agli albori di quella che Churchill avrebbe chiamato la cortina di ferro, mentre gli alleati si spartiscono Berlino,  il commissario Oppenheimer della squadra omicidi riceve una chiamata urgente  dal quartiere Treptow.

Durante la notte il signor Hinze ha ucciso un ladro che si era insinuato nel suo appartamento. Dice che l’ha fatto per autodifesa.

Nell’atrio del palazzo si sono radunati una dozzina di inquilini richiamati dai rumori.

Oppenheimer giunge sul posto con  Wenzel. La finestra ha i vetri rotti. I vicini  sentendo rumori di lotta nell’appartamento hanno chiamato i soccorsi coi fischietti. Il signor Hinze, ferito, viene portato via dall’ambulanza.  Il morto giace su un lenzuolo. Indossa una vecchia divisa militare a cui sono state strappate le decorazioni. Ha un aspetto curato. Era un soldato che tornava a casa?

Qualcosa  nella versione della signora Hinze non convince. I soccorritori per entrare hanno dovuto abbattere la porta chiusa a chiave. Perché gli Hinze non aprivano?

I  poliziotti rilevano le impronte. La finestra rotta lascia perplessi, visto che  non ci sono vetri sugli abiti del morto. Poi sono stati cancellati i segni sulla scala e non ci sono impronte sul terreno circostante. Impossibile arrivare alla scala senza lasciare impronte. Com’è entrato il morto?

Gli Hinze mentono. Ma perché?

Il giorno prima i vicini hanno visto un tizio somigliante alla vittima chiedere informazioni sulla sig.ra Hinze. Di sicuro la conosceva. Ma lei nega. Eppure sul coltello ci sono anche le sue impronte.

Gli Hinze hanno simulato? E chi è la vittima?

La stupidità non è un reato,  ma di sicuro i due coniugi non hanno messo in atto una buona strategia.

Intanto il commissario Hillhardt  è alle prese con lo strano suicidio di un borseggiatore, precipitato dalla torre radio, con un cappotto imbottito di passaporti e visti contraffatti. Il cadavere sembra caduto dal cielo. Nessuno l’ha visto sulla piattaforma che oltretutto è protetta da inferriate. I due casi saranno inesorabilmente destinati ad intrecciarsi.   

A inizio romanzo, come nei migliori  film, c’è la presentazione dei singoli personaggi che ogni volta agevola  il lettore. Un metodo che dovrebbero adottare tanti romanzi nordici che hanno spesso nomi lunghi,  complicatssimi, a volte simili,  che ogni tanto  ti fanno esclamare: e questo chi è?

Ma  non è sicuramente il caso di Harald Gilbers, limpido e scorrevole nella sua trama solida ottimamente tradotta da Angela Ricci.  Paola Rambaldi

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